DA ORIENTE AD OCCIDENTE

DA ORIENTE AD OCCIDENTE

Ciao Noemi,
così preferisco iniziare questa mia, con un saluto breve, secco, confidenziale ma pregno di ogni ricordo, sensazione, direi delirio che porto dentro me, dono inaspettato che hai voluto consegnarmi, l’ultimo fiore raccolto in occidente. Il tempo scompone pure le parole ma non può intaccare ciò che è bello, esso resta immortale, volerà sempre alto, al di sopra di tutto e tutti. Sono rimasto stupefatto della tua lettera, e le foto che hanno fissato l’immagine tua. L’impegno che senza dubbio hai profuso nel cercare dove ho scelto di vivere dimostra che i due giorni trascorsi insieme, causa una forte, immediata quanto improbabile e reciproca attrazione percepita dai nostri sguardi, abbia lasciato profondi segni nel tuo animo. Poche parole quella magica mattina per farti accettare il mio invito a pranzo. Ti osservavo mentre con la disinvoltura di una fanciulla gustavi i piatti che prediligi, grigliata di scampi e gamberi che le tue mani delicate afferravano con dolcezza. Accompagnavano questo rito le tue parole, i racconti di te scivolavano nella tiepida aria di fine maggio andandosi ad incrociare con le luci ed ombre del protettivo pergolato, filtro del sole e delle nuvole passeggere che riflettevano la nostra ansia d’amore. In riva al mare, madre e non padre di ogni cosa, sembravi parte integrante del tutto, l’orizzonte pareva perfino raggiungibile, tu sirena tentatrice di ogni piacevolezza mi facevi sentire Odisseo, talmente incantato dai tuoi sorrisi, il corpo, la pelle liscia come buccia di pesca, le movenze, un’armonia da infondere la forza di liberarsi dai cordami per mezzo dei quali, legato all’albero maestro, avrebbe voluto sottrarsi ad ogni tentazione. Nel momento in cui ti presi per mano eri bagnata, appena uscita dalla spuma che tortura la battigia all’infinito, il contatto trasmetteva il linguaggio della carne e nel dirigerci in quell’ansa delimitata da intimi, calcarei scogli ti abbracciai e fu un tutt’uno avvinghiarci, stringerci al punto che l’energia sprigionata fermò il sole già basso sull’orizzonte. Stesi sotto un cielo rosso fuoco, osservarti incantato, accarezzarti lentamente, soffermarmi sul tuo viso, gli occhi languidi che esprimevano desiderio, il nostro respirare a denunciare impazienza, le tue cosce tornite, il ventre che custodisce il mistero, baciarti ovunque mentre le tue mani frementi si afferrano ai miei capelli, scendono lungo la schiena e lì le unghie lasciano segni del tuo volerti concedere, subito, senza pausa. Scoprire i tuoi seni, sfilarti le mutandine è stata… la luce azzurra dello scoppio finale, segno che i fuochi d’artificio sono terminati, l’avvolgente oscurità della notte assiste, nel silenzio interrotto solo dalla risacca e dalle parole dette, al trionfo del nostro amore. Il giorno dopo una nostalgia incommensurabile ci ha visti ancora insieme ma i colori erano diversi, i volti delle persone, i rumori della città ci parevano ostili e nel momento in cui ci siamo salutati qualcosa è sbocciato nei nostri cuori… per sempre.
Ti voglio bene, ogni volta che da questo ghat osservo il disco rosso dell’astro crescere dalla folta boscaglia della sponda est il mio pensare è tuo.
Con grande amore.
Mauro
Varanasi (वाराणसी – Benares) – India, 25 maggio 2016

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagine in evidenza ricavata dal web – Varanasi, volto di fanciulla

RIPRODUZIONE RISERVATA

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