TERMINATO!

TERMINATO!

Come un falco in picchiata e senza alcuna ragione apparente d’improvviso vengo aggredito dallo stupore di esser giunto indenne fin qui. Sbigottito mi domando come abbia potuto superare le turpitudini di questo mondo, ripetitività, tradizioni, contrasti, dogmi, ignoranza, obblighi, ingiustizie, bizzarria e… aver attraversato il tutto pure godendo, forse perché mi sono sempre sentito cosa a parte, al di sopra, mai coinvolto direttamente. Distaccato! Ecco come ho vissuto fino ad ora. Cerco di scuotermi, intuisco che il motivo della mia metamorfosi potrebbe essere la visione di questa stupefacente quanto singolare prova d’artista che ho dinanzi, non chiedetemi il motivo di tale collegamento, probabile siano il conforto che mai mi è stato negato dalla donna durante il cammino, creatura ultraterrena, e l’avida lettura dei grandi pensatori che mi hanno formato, alimento indispensabile per accrescere passione e amore. Che trionfavano in stretto rapporto con l’ammirazione per il bello, oggi depositati come sacchetti d’immondizia nel cassonetto strapieno, restano in equilibrio instabile sul cumulo di insufficienze della società moribonda, spuntano tristemente dal mucchio e mentre mi allontano lo sguardo corre a controllare non siano caduti, poi proseguo dritto verso il gran vuoto formativo, causa prima del disfacimento morale e culturale in atto. Nel dipinto c’è una vecchia parete di fondo, polverosa, macchiata, scalcinata, perfetta rappresentazione del tessuto sociale che più non reggerà a lungo, il poco che ancora rimane, e mi sta stretto. Nell’opera che ho di fronte tutto combacia, è stata trovata la chiave di lettura del nostro inconscio, la combinazione che apre un’ampia visuale sull’intera umanità, senza appannamenti, ciò che davvero siamo e si rivela nel momento in cui, come lo definì il grande Pitigrilli, “l’angolo morto nella guerra sociale” si restringe, quindi la lotta per la sopravvivenza diventa dura, infranto l’armistizio camuffato nel vivere civile, il senso di solidarietà, l’ingannevole quiete. Le sterpaglie che si scorgono all’esterno della decadente villa gentilizia, laboratorio di questo esperimento artistico, stanno inglobando tutto. L’occhio si ferma sul sesso di una femmina che si mostra in tutta l’innocenza e purezza che la natura le ha donato, invitante, vulnerabile, in mostra poiché solo le gambe, al contrario del busto, fuoriescono da un antico e fatiscente confessionale in disarmo. Quel mobile atto ad amministrare il sacramento della penitenza, contrizione che pare stia subendo la fanciulla come usava infliggere il Sant’Uffizio durante l’abietto periodo in cui la Chiesa, tramite i tribunali dell’Inquisizione, decise di mantenere e difendere l’integrità della fede, è infatti strapieno. Non sembrerebbe ad un occhio disattento ma chi sa vedere sente quanto nei secoli abbia assorbito riti, menzogne, ipocrisie, finzioni, falsità, libidine, schifezze, ingiustizie e raggiri perpetrati da coloro che si sono eretti a intermediari dell’inesistenza di qualcosa che possa sovrastare gli sconfinati abissi dell’Universo. Getto uno sguardo rapido al bellissimo tavolo posto dinanzi l’ingresso, probabile arredo della dimora di un importante prelato ora polvere come predicava. Non posso scompigliare un’opera d’arte, impossibile salvare la giovane, forse neppure lo reclama ed io vorrei andare con lei, l’impulso è forte e il profondo desiderio di tornare donde son venuto sovrasta ogni altra aspirazione. Provo una strana ebbrezza, desiderio di fine, socchiudo gli occhi, sto vaneggiando, forse deliro. Nell’avvicinarmi al quadro vengo colto da piacevoli brividi, la sensazione è che il mio corpo stia divenendo sempre più inconsistente, leggero come il fumo di una sigaretta, penetrante al punto da entrare nell’immagine. Il profumo di donna che avverto gratifica la mia scelta, temo di risvegliarmi… No! Il sogno continua, mi sento inghiottito dalle grandi labbra carnose, accoglienti, morbide. Rapido svanisco in esse, le mucose umettate mi fanno scorrere dolcemente all’interno e nella calda nicchia, ospitale, protettiva trovo la pace. Mi accoccolo e resto in attesa.
Sento delle voci amplificate dal buio confortevole che mi circonda, la pinacoteca sta per chiudere i battenti, gli uomini delle pulizie si scambiano domande, non riescono a spiegarsi la presenza sul pavimento di quell’involucro molliccio dalle fattezze umane, sembrerebbe una muta da sub, il volto una di quelle maschere in lattice che vedi all’alba abbandonate per strada dopo un insulso veglione carnascialesco, deformi, accartocciate, orbite vuote, afflitte, sebbene questa volta pare gioiscano.
Quasi sorrido nell’istante in cui un ricordo ancestrale diventa riflessione premiante: Sono tornato a casa e… con l’ultimo respiro restituisco il primo.
Terminato!

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com
© Copyright 2016 Mauro Giovanelli

Immagine in evidenza: FULVIO LEONCINI – Artista toscano – Eroso/Eros 2016 – Fotografia e intervento digitale.

È giusto! “Date a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio” [Vangelo secondo Matteo 22-21, Vangelo secondo Marco 12-17, Vangelo secondo Luca 20-25, Vangelo di Tommaso 100.2-3, Vangelo Egerton 3.1-6 (rielaborato)].
L’ispirazione di questo brano che ho postato pochi giorni fa l’ho avuta immediata nell’ammirare l’opera dell’amico e artista toscano Fulvio Leoncini poi sostituita con altra (Klimt) per motivi pseudo moralistici nonché bigotti.
HO QUINDI DECISO DI ATTENERMI AI VANGELI CANONICI (SOLO I SINOTTICI) ED AGLI APOCRIFI CITATI – GRAZIE FULVIO!

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