IL LEGGÍO A NOVE POSIZIONI – AD UN PASSO DALLA VERITÀ

ESTRATTO DA
“IL LEGGÍO A NOVE POSIZIONI”
Di Mauro Giovanelli
EDIZIONE SPECIALE CONCORSO NAZIONALE “LaFeltrinelli Il mio libro” sezione Narrativa

CODICE ISBN: 9788892346161
PAGINE 196
COPERTINA MORBIDA
INTERNO BIANCO E NERO

Reperibile su Amazon, IBS.it, lafeltrinelli.it e nelle Librerie Feltrinelli di tutta Italia

AD UN PASSO DALLA VERITÀ

[…] – Ascoltami. Mentre tu parlavi con quell’essere, quello alto, grosso, glabro dalla testa ai piedi, volgare, ho visto in sogno la Dea Namagiri, mi ha preso per mano conducendomi in un luogo meraviglioso, insieme abbiamo percorso i setti di una gigantesca ammonite fossile, pareva di puro cristallo, sarà stata alta come una montagna, e siamo scesi girando attorno al suo asse di evoluzione, non saprei dirti per quanto, perché il tempo non esisteva, ne sono certo, sembrava un percorso di purificazione. Siamo giunti in una valle stretta per tre lati da monti coperti di alberi a me sconosciuti, fogliami carnosi, verdeggianti, con riflessi d’oro, che infondevano una pace infinita, e là in fondo un mare blu, fulgido, piatto ma con leggerissime increspature argento e delicate onde che carezzavano appena la rena di sabbia finissima, quasi impalpabile, bianca al punto da alterare la vista. Su tutto un cielo pulito, acceso, immenso. Ogni cosa era luce ma non di questo mondo. All’ultimo opercolo l’uscita, una lieve frescura accarezzò il mio viso. Mi fermai un attimo, strabiliato dal senso di appagamento che pervadeva il mio essere poi Namagiri, con gesto elegante della mano, indicò un punto lontano della spiaggia, delimitato a monte da un costone di rocce basaltiche. Mi incamminai sicuro come mai lo sono stato nella mia vita e in lontananza notai oggetti in movimento. Solo quando giunsi più vicino fui in grado di constatare trattarsi di alcuni fogli che, mossi da una leggera brezza, si libravano nell’aria in mulinelli simmetrici, a forma di doppia elica, per ricadere, ondeggiando, fino a posarsi dolcemente sulla riva. Quello che più mi colpì fu l’ordine prestabilito, il fine cui il fluttuare di quelle pagine pareva fosse destinato, come tasselli di un mosaico divino, obbedivano a un preciso ordine oppure sviluppavano un programma concepito oltre. Questo moto non cessava mai e solo la disposizione a terra di ciascun foglio mutava sempre, il loro insieme formava grafemi ogni volta diversi, dapprima ermetici, successivamente più comprensibili, poi si involavano, scendevano a ricollocarsi, di nuovo in alto, e ancora sulla sabbia in un moto perpetuo. Mi resi conto che il loro disporsi formava ogni volta caratteri diversi di varie scritture che in ultimo lasciavano traccia di frasi compiute, in greco antico o aramaico, perfino arabo, anche copto, o egiziano, demotico, ieratico, pure geroglifico da alcune figure che ne scaturivano, di sicuro comunicavano all’umanità in tutte le lingue. Pareva una cosa viva, un segnale. Dopo un po’ che avanzavo incantato verso la “creatura” mi accorsi di essere rimasto solo, Namagiri era svanita. Provai una sensazione mista a disagio, freddo e ansietà, quella che sicuramente avverte il neonato appena venuto alla luce. Quando arrivai tanto vicino da distinguere i caratteri impressi su quelle pergamene, notai alla mia sinistra, dietro un cespuglio di fiori che parevano girasoli, due uomini, uno seduto a lato di una duna sormontata da un ciuffo d’erba, appoggiato al tronco dell’unica palma, tanto inclinata da sfiorare il suolo, era assorto nell’osservare i gabbiani che lontani volavano bassi ad accarezzare il mare, l’altro adagiato sulla rena poco distante con le mani unite a cingere le gambe, il mento poggiato sulle ginocchia. Entrambi parlavano tra loro a bassa voce, sussurravano, senza guardarsi, fissando l’orizzonte, e chissà cos’altro, parevano soddisfatti, appagati, in pace.
– Descrivimi quei due uomini, presto!
Egli non aveva mai usato un tono così perentorio, di comando, tanto più verso l’unico amico che abbia mai avuto ma l’indiano cerca di non farsi condizionare, nega all’altro ogni possibilità di distrarlo da quanto deve riferire.
– Lasciami terminare, è importante ciò che voglio dire, e il tempo sta per scadere.
– Dimmi solo che aspetto avevano, per favore. Cerca di descriverli.
– Uno molto elegante, quello accanto alla palma, aveva un orecchino al lobo sinistro, lunghe basette. Dal berretto da capitano portato con noncuranza sulle ventitré direi che avrebbe potuto essere un comandante di marina, giaccone blu doppiopetto, bottoni dorati, pantaloni bianchi abbondanti, larghi in fondo, cravattino nero, aveva…
– L’altro?
– …teneva tra le labbra un sigaro sottile. L’altro non saprei, piuttosto anonimo, camicia bianca, pantaloni neri, occhi da esaltato ma quieti. Che importanza ha? Hai detto qualcosa…
– Niente! Parlavo a me stesso. Cosa accadde dopo?
– Quando si accorsero della mia presenza uno di loro, il marinaio, andò a raccogliere le pagine, interrompendo il loro ciclo terra aria, le legò insieme con un elastico dopo averle impilate con cura come fossero numerate. Al momento che gli fui di fronte me le diede con delicatezza per consentirmi di osservarle, come se mi stesse aspettando. Disse che in realtà il vero leggìo ha infinite posizioni, come le incomprensioni tra gli uomini, il terzo decimale del quoziente di meno un dodicesimo, che è proprio tre periodico…
– Il tuo teorema! Che ne poteva sapere lui?
– Sapeva, sapeva… tutto. Aveva un sorriso rassicurante. Aggiunse che si sono fermati a nove per concentrare il potere, impedire che si raggiungesse l’apice. Contai quei fogli come si fa con un mazzo di carte, erano 14, in pergamena di capretto, sgualciti dal tempo, scritti fittamente in una lingua sconosciuta, macchiati, e ciascuno di essi riportava disegni, anzi direi simboli, anagrammi, esattamente al centro di ogni facciata, di sicuro non appartenenti alla nostra realtà. Capii subito che erano le pagine mancanti del manoscritto di cui ti ho parlato.
– E cosa c’entra tutto questo con la storiella che mi devi raccontare?
– C’entra, c’entra… la soluzione non è nel contenuto e nelle figure riportati su quei codici, almeno non solo, ma il loro disporsi indica la strada, i segnali che quelle pagine hanno la capacità di concertare, ogni sosta della danza che eseguono è un messaggio e l’insieme una frase comprensibile a chiunque. Credimi, sono astronavi del pensiero unico, programmate per penetrare i nostri dubbi.
– Soluzione di che? Quali segnali?
– È molto più semplice di quanto tu possa immaginare, lasciami finire ti prego, poi capirai se, come penso, fai parte degli illuminati.
– Continua! Che accadde dopo? Perché sei tornato?
– Perché sono tornato? Per te… quel marinaio mi tolse di mano i fogli, garbatamente ma con decisione, dicendomi che preferiva conservarli lui, aggiunse che a loro avevano già parlato, in tutte le lingue, idiomi, dialetti, insomma in ogni forma di comunicazione tra umani, e forse chissà in quali altri gerghi, anche non di questo Mondo, tutto era chiaro, il Mistero svelato, e quando il suo amico ci raggiunse mi riferì ciò che sto per dirti. Poi tutto si dissolse ed eccomi qua.
– La storia?
All’indiano si illuminano gli occhi, è estasiato. Possibile che la soluzione fosse così a portata di mano? Semplice, definitiva, dimostrata, incontestabile. Guarda il cielo e pregusta la gioia di poter soddisfare ogni incubo dell’amico, offrire pure a lui l’armonia con il Creato. È un suo lieve scossone che lo riporta al punto.
– La storia?
– Tu sei uno dei pochi che potrà comprenderne appieno il significato intimo, elementare e proprio per questo celato nei dirupi dell’illimitata presunzione dell’uomo.
– La storia!
– È una parabola. Tu ne sai tante vero? Direi tutte, so anche questo.
L’amico scuote leggermente la testa e risponde con sicurezza.
– Sì! Certo!
– Eh già! Ah… lo sapevo, sicuro.
Era la prima volta che l’indiano sorrideva, forse l’unica in tutta la sua vita.
– Questa non la conosci o almeno non l’hai soppesata, peggio ancora mai presa in considerazione, insomma ti è sfuggita.
– Che hai? Cosa stai guardando? La tua espressione è strana.
– C’era una volta… […]

Mauro Giovanelli – Genova
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