Le tessere del Pàmpano in forma di Poesia

Prefazione

Questa nuova silloge di Mauro Giovanelli ancora una
volta sorprende per la sua modernità, per la capacità
di sapersi adattare ed esprimere, attraverso le parole,
il profondo disagio che nasce da uno sconvolgimento
emotivo improvviso e del tutto improbabile. Ciascuno
di noi è cosciente di quanto questi primi mesi del 2020
abbiano avuto un impatto devastante sul nostro essere
persone. Senza entrare nello specifico di tante, tantissime
situazioni drammatiche che hanno coinvolto ogni aspetto
della vita, quello che probabilmente accomuna tutti è
il profondo senso di smarrimento, uno sconquasso che
affonda le radici nelle paure più sedimentate del nostro
animo, che hanno trovato la via per l’esterno, smosse
dal terremoto degli eventi attuali.
Se le precedenti opere di Mauro Giovanelli ci avevano
portato in una creatività poetica multiforme e liricamente
sofisticata, ora ci troviamo di fronte a un nuovo modo
di fare poesia, urgenza comunicativa che scardina gli
stilemi autoriali e sembra anticipare un’ulteriore, feconda
evoluzione che darà altri frutti solo quando tutto ciò
sarà completamente assorbito e rielaborato, sebbene già
ora ci lasci senza parole:
Ciò che accompagna alla fine non è tanto la vecchiezza
quanto una sorta di crisi di rigetto, sociale ancor prima
che naturale, spirituale piuttosto che materiale, che
produce senso di esclusione dalla vita perciò causa
dell’inaridimento dei tessuti, originato più dalla crescente
percezione di eccezionalità ad essere partecipi di questo
mondo che dal fisiologico deperimento.

(Crisi di rigetto)
… dall’altra percepiamo la scomparsa totale di una patina
temporale che affondava le radici in un tempo passato,
necessario in quel frangente poetico, ma ora superato da
una immediatezza potremo dire post-moderna:
Ed è stata un’altra stagione,
ancora,
ed è come non l’avessi vissuta,
la transitorietà…
aggrinfiato a suoni dissonanti,
poi un canto,
fugace,
delizioso,
e via,
di seguito,
più intenso,
forse,
andare avanti per non morire,

[…]
(Piano Forte)
A farla da padrone in questa raccolta è una sorta di poesiaverità,
versi a metà strada tra un intento aneddotico e
uno drammatico, che vuole essere più immediata senza
abbandonare l’avvincente armonia della parola scelta in
funzione della più complessa e articolata espressività.
Se una sorta di stato di crisi ha messo in discussione la
nostra identità, solo combattendola – destrutturandola –
la si potrà vincere, preferendo appunto una “discordante
armonia” di struggente bellezza ad una certezza più
classicheggiante:
Se Gerusalemme fosse inizio e fine del Mondo mi domando
dove dirigerci, quale parte dell’universo esplorare per
giungere nella città in cui le cose abbiano un senso,
dimora della verità, così da incontrarla alle fermate della
rettitudine, parlare con lei d’innumerevoli soli che sorgono
e muoiono, ricordare insieme le battaglie, quando lunghe
carovane di certezze s’incrociavano, superare passato
presente e futuro di ogni estensione dell’abisso, divenire
creature senza tempo.

(Gerusalemme)
Non siamo più solo di fronte alla poesia come finalità
creatrice e forma letteraria, ma anche nella veste di
“dispensatrice di senso” quando sembra non essercene
più possibilità; le pagine che si susseguono, dove ai versi
si affiancano testi in apparente prosa, sono l’evoluzione
della letterarietà che s’inoltra in un futuro sempre più
in grado di mescolare le suggestioni, dando vita ad
una nuova forma d’arte, a conferma che ogni crisi è
opportunità di rinascere in una dimensione ancora più
pura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.