OMAGGIO A “LA LEOPOLDA”

OMAGGIO A “LA LEOPOLDA”

Care amiche e amici scusatemi! Purtroppo uno dei tanti lati del mio carattere, sono un numero impressionante, più dell’esacisottaedro che arriva a 48, io mi avvicino alla sfera, rotolo, ruzzolo, giro, di qua e di là, mentre i cubici osservano sbigottiti, increduli, piantati lì con le loro certezze, la morale, il perbenismo, mai uscire dai binari, regole, buon senso, e i birilli ciondolano, sono in disequilibrio, barcollano secondo le circostanze, vacillano… insomma stavo dicendo che uno degli innumerevoli lati del mio carattere non poteva impedirmi di omaggiare la LEOPOLDA con questa immagine. Chiedo venia.

Mauro Giovanelli – Genova

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IL SOGNO DI UN ERGASTOLANO (lettera aperta a Memoria Condivisa)

IL SOGNO DI UN ERGASTOLANO
(lettera aperta a Memoria Condivisa)

Auguri di cuore affinché il sogno di Carmelo Musumeci si avveri, quanto da lui espresso nella lettera inviata ad Eugenio Scalfari è verità al punto da lasciare sgomenti, commossi per come essa viene pacatamente espressa, si avverte quiete oppressa dell’uomo che, avendo perduto ogni speranza, non traguarda alcun orizzonte e si ammansisce nella rassegnazione senza tuttavia rinunciare al miraggio che il tempo per lui irreale, dilatato, venga riconvertito in minuti, ore e giorni e possano regalargli ancora la gioia di fuggire dalla sua propria ombra per ritornare persona.
Credo sia giunta l’ora che questo Paese ritrovi le radici della civiltà dalla quale è sorto, si è nutrito, e per arrivare a ciò si liberi in fretta dagli invasori che da quasi cinque lustri stanno bivaccando sulla nostra terra.
Invito l’Associazione “Memoria Condivisa” a tenerci aggiornati sugli sviluppi di questo enorme problema, nel frattempo un caro saluto e un abbraccio a Carmelo Musumeci.

Mauro Giovanelli – Genova

“IL SOGNO DI UN ERGASTOLANO” è stato pubblicato il 16 dicembre 2015 sul sito www.memoriacondivisa.it:

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COSI PARLÒ SᾹDHUS

COSI PARLÒ SᾹDHUS

Non siete statisti,
tantomeno donne e uomini
provvisti di senso morale.
Vi differenziate, questo sì,
dalla massa di salariati e stipendiati,
lavoratori, precari e non,
pensionati e casalinghe,
perché essi, con i loro sforzi,
stanno reggendo le sorti
di questo Paese che
non si riesce a comprendere
come abbia potuto partorire
gente come voi, privi di cultura,
illetterati, grossolani,
vi fate chiamare “dottore”, “onorevole”,
“cavaliere” e ciò basta ad appagare il vostro ego.
“Cogito ergo sum” ma se non pensate
“sin autem non estis”.
Avete la spocchia di chi è conscio
della propria mediocrità.
Siete parassiti. Di più, sanguisughe
che assorbono sangue e sudore
fino all’ultima goccia. Di più,
siete metastasi di un tumore maligno.
Miserabili! Privi di orgoglio,
incapaci di vergognarvi,
sprovvisti di sentimenti.
Siete il trucco di un illusionista da baracconi.
Siete i “bamboccioni” della Nazione.
Sono certo non abbiate mai letto
un solo libro in vita vostra,
con emozione almeno,
cercando di capire i messaggi
nascosti fra le righe dei grandi.
Siete vigliacchi, qualcuno ve lo deve dire,
tentare di rendervi consapevoli
della vostra misura.
Siete un branco di disperati
avete avuto un solo intuito,
la furbizia di aggrinfiarvi all’unica zattera
che potesse tenervi a galla,
sentirvi alla fine qualcuno, qualcosa,
ci siete riusciti sicuramente
in forza di tutte le protezioni,
appigli, intrighi, complotti, imbrogli,
poiché da soli non sareste all’altezza
di ricoprire il ruolo di un acaro.
Siete gente poco raccomandabile,
usate il potere che per diabolica volontà
vi è stato dato, lo utilizzate avverso i deboli,
dinanzi ai forti e potenti vi inchinate,
al punto da toccare il pavimento con la fronte
dalla posizione di attenti in cui per natura
vi ponete dinnanzi a chi servite,
con tale rapidità da intaccare i pregiati pavimenti
dei palazzi storici che indegnamente occupate,
e in quella posizione che sta ad indicare
massima disponibilità ad offrire, alla bisogna,
pure i vostri flaccidi glutei,
femmine e maschi, vecchi o giovani,
che venissero reclamati a richiesta
di chiunque vi stia al di sopra.
Vi cavalchi.
Siete codardi, finti comandanti solerti,
senza la minima titubanza,
nell’abbandonare la nave
in procinto di naufragare,
lasciando a bordo donne e bambini,
vecchi e malati che a voi si sono affidati.
Siete anime senza la pur minima cicatrice
in quanto privi di storia, lotta vera, competizione.
Siete in fondo disadattati, da compatire.
L’Etruria! l’incrociatore corazzato di 3ª classe.
Ecco chi c’era il 13 agosto 1918
mentre era ormeggiato nel porto di Livorno
e affondò causa l’esplosione di un trasporto
di munizioni che le stava affiancato.
Chi avrebbe potuto essere l’artefice
e l’artificiere di una scempiaggine del genere?
Un battello che partecipò alla guerra
fra Italia e Turchia, che percorse
73 mila miglia effettuando due volte
il periplo del Sud America
attraversando lo Stretto di Magellano.
Di chi fu la colpa? Chiaro! Del postino
che stava recapitando un telegramma,
voi eravate a fare bisboccia, in ciò siete maestri,
con le barbie modello gigante,
quelle gonfiabili e trombabili.
Considerato che il battello
affidato alla vostra “perizia”
stava alla fonda, poco distante da dove
eravate a divertirvi in quel di Roma,
dove stanno le vostre sedi permanenti,
i nascondigli dei disadattati,
inconsapevolmente al confine estremo
dell’antica regione dell’Italia centrale,
la VII tra quelle dell’impero augusteo,
che da lì arrivava all’estremo sud della Liguria
comprendendo Toscana e parte dell’Umbria
e si chiamava Etruria. Sempre Etruria.
Ma da dove venite? Da un disegno di Escher
dove tutto è possibile, perfino viaggiare
nel tempo, non parliamo dello spazio,
le prospettive incongrue rese coerenti
delle quali alcunché avete capito,
anzi l’esatto contrario… no neppure quello.
Eh, sì! Perché siete specializzati nel demolire
le prospettive, al popolo, alla gente inerme,
creando per voi un mondo finto,
neppure onirico, indecifrabile perfino a Dalí
che ha vissuto nel surreale, lui era un genio
quindi impossibilitato a dedicarsi al nulla.
Ma esistete davvero? Cavalcate i secoli?
Diteci almeno chi realmente siete,
se fate il bunga bunga in Etruria nel 27 a.C.
sotto il dominio di Ottaviano Augusto,
il primo imperatore romano,
e poi vi ritrovate a fare danni nel 1918
lasciando distruggere una nave storica,
e come non bastasse pretendete nel III millennio
di fondare una banca, forse per sistemarvi
stanchi del lungo percorso che il destino
ha tracciato per voi. Avete lunga vita
come i patriarchi del Vecchio Testamento,
sotto diverse sembianze cavalcate i secoli,
è giusto, avvertite un po’ di fiacca, dovete riposare,
mettere a posto tutti, i famigli che diano
continuità alla specie cui appartenete,
e gli amici dei famigli, gli amici degli amici,
mi sembra corretto oltre che doveroso.
Ma come vi è venuto in mente di chiamarla
“Etruria”?
Chi è stato ad avere la grande idea?
Almeno su questo dateci soddisfazione.
Avreste potuto ritirarvi nei Boschi,
ce ne sono tanti, costruirvi un capanno
dove riposare i vostri cervelli, vivendo
di bacche selvatiche, radici.
Invece no! Pur essendo in un Paese,
disgraziatamente sempre lo stesso,
ma in un’epoca dove c’è la separazione
fra Stato e Chiesa, seppur finta,
vi siete messi in testa di tutelare anche
i valori e i principi del Vaticano,
nobile causa se vogliamo, ma voi ne siete
servi, tappetini, passatoie, stuoini, zerbini,
senza riflettere sul cambiamento epocale
oggi in corso. Riflettere… “That is the question!”.
Non vi frega alcunché dei disoccupati,
esodati, cassintegrati, disgraziati, questo no,
ma battervi per la presenza di simboli
religiosi cattolici nei siti pubblici allora
sì che conta, per ingraziarvi i voti di coloro
che vi acclamano senza considerare,
come voi ma giustificati dal vostro potere mediatico,
l’inevitabilità del mutamento, la vana lotta.
Forse l’unica vostra cognizione
è quella di percepire,
negli abissi fradici dei vostri cervelli,
quanto siate inutili, un pesante
sovraccarico di niente.
Siete meschini, bugiardi, infingardi.
Anche se avete usato l’accortezza di
farvi tagliare le orecchie,
si vede lo stesso che siete asini,
senza offendere questi nobili animali
che con umiltà, modestia e rassegnazione
danno un contributo alla società,
da voi resa marcia,
portando nei loro stracarichi basti
il peso della pochezza degli uomini.
E il sovrappeso di voi tutti.
Non illudetevi! Quando le vostre
presenze occupano ogni palinsesto,
anche il vicino di casa, intento a fare i conti
delle tasse che deve versare per voi,
si accorge cosa siete dai ragli che
elargite a profusione, non è solo
la vostra immagine a tradirvi.
Nell’istante in cui varcate con aria supponente
gli ingressi dei Palazzi, ma anche prima,
durante e dopo, si nota che vi trascinate
qualcosa appresso, non passano
inosservate le code virtuali di cui
siete dotati, in continuo movimento
per scacciare il nugolo di mosche
e insetti affamati che vi assediano.
Siete la tara, spessa, consistente,
la parte inutile del netto,
impurezze, sostanze estranee
che sventuratamente ci accompagnano.
Siete infingardi, viscidi,
come anguille spalmate di grasso.
Fra tante immagini tragiche che in questo 2015
ci sono passate davanti,
il corpo del bimbo sulla spiaggia di Bodrum,
la tragedia al Batatlan di Parigi,
le stragi di civili, donne bambini e uomini
nelle città della Siria, Yemen, Libia, Iraq,
e mi fermo altrimenti farei il giro
del Mondo rischiando di incappare nelle
abbaglianti località di villeggiatura
dove portate, da bravi cattolici,
le vostre seconde, terze mogli giovanissime
e sode, e innamorate pazzamente di voi,
ma non avete segni, unghiate nella schiena,
perché quando scopate e le vostre
inutili teste sono affondate nel cuscino loro
si gustano una mela o fissano spazientite
il soffitto, sbuffano, guardano l’orologio
diventato la persistenza della memoria
dallo schifo e dalla noia che provano.
Potrei pure imbattermi nelle vostre dimore
di campagna, montagna, fronte mare,
posti mal frequentati, distruttivi delle meningi.
Meglio rischiare i colpi dei kalashnikov,
andare ad aiutare chi veramente vale.
Ma avete mai provato un’ebbrezza,
una soddisfazione che non sia solo
quella di dovervi guardare tutti i giorni
in faccia, l’un l’altro, intanto che studiate
come rimediare una nefandezza?
Vi siete mai discostati dall’obbedienza
alla codardìa e pavidità cui siete condannati?
Tanto per fare il più infimo degli esempi
trovarvi al privè del casinò di Montecarlo
seduti al tavolo dello chemin de fer,
posto numero cinque, intorno i vip del mondo,
quelli cui dovete rispondere, relazionare,
lì girano anche sceicchi, gente che non ha mai
capito da dove gli arrivino tutti quei soldi.
Io sì, per provare tutto, umiliare quelli ancora
più in alto di voi, e le carte mi stanno dicendo,
è il momento, mio è il sabot,
mica mi ero seduto allo scanno del baccarat,
qui a turno ogni giocatore tiene il banco,
e sono al quinto colpo, non passo, tento il sesto,
non ci sono spartizioni fra gli avversari
per coprire la mia enorme puntata,
c’è sempre chi lo chiama “da solo”,
così si dice in gergo.
per suoi problemi, sentirsi grande in quanto
lui può, però deve farlo vedere che può,
la gente intorno, nei loro puntuali
abiti da sera, donne e uomini,
signore e gentleman. “Da solo!”
e tutti a fare “Oooohhhh!” di ammirazione,
poi cala il silenzio, stavolta non vola una mosca.
Al via del croupier estraggo una carta per lui,
una a me, con disinvoltura, placido,
ancora carta a lui e a me. Non guardo le mie,
proibito finché non ti dà indicazioni
l’avversario, che le incrocia con aria soddisfatta.
“Sto” significa, non chiama, gli bastano.
Giro rapido come un fulmine le mie,
e le sbatto come un ceffone sul panno verde,
donna e sei, ho vinto, ma veloce come
un pensiero distorto estraggo l’ultima carta
per me e la spiaccico sulle mie, brusio del
pubblico per la brutta giocata, contro ogni regola,
priva di logica, gli altri sette avversari,
si raddrizzano indignati agli schienali delle poltrone,
in lui il sorrisetto depresso che gli si era spento
nel vedere il mio punto si tramuta
in un ghigno distorto sul bel dieci in caduta,
prende le sue carte e le sbatte sul tavolo,
al suo miserabile cinque avevo dato una possibilità,
per dimostrargli come sono fatti gli uomini,
e gli astanti intorno al tavolo, numerosi come
insetti su una sotta, così chiamano da noi
la cacca delle vacche, bella, grande, rotonda,
gli indiani di Varanasi le mettono a seccare al sole
per poi usarle come combustibile nelle stufe,
dicevo che gli osservatori escono in coro
a fare un prolungato “Ooooooooohhhhhhhh!”
e i commenti sussurrati per non
disturbare i gladiatori si sprecano.
Il mio contendente si alza,
pareva avesse una molla sotto il culo,
mi lancia uno sguardo come volesse trafiggermi,
umiliato, incazzato, questa volta “non può”,
l’impressione è che debba scoppiare
da un momento all’altro, mette i soldi sul banco
e fila via, una freccia, poi lo vedo girare
per il lussuosissimo salone come fosse
una scorreggia impazzita che non sa se uscire
dalla porta o dalle finestre.
Ho rotto la sequenza delle carte, passo il banco,
contro di lui avrei tentato il settimo colpo,
perché sono folle, a modo mio,
osservo la montagna di pezzi di plastica,
di tutti i formati, fra quelle grandi
ne do una a caso di mancia al croupier che,
dopo aver detto “le banc gagne!” raccoglie rapido le carte
impila ordinatamente le fiches, con il rastrello
me le pone dinanzi, mi lancia un sorriso, forse lui ha capito.
Consegno tutto al mio amico, quello brutto,
ma brutto brutto, cui permetto di venire con me
solo se lui se lo guadagna, mi ammira, ci tiene,
gli ho prestato perfino uno dei miei vestiti,
cravatta e camicia comprese,
per permettergli di entrare, e poi mi piace,
bravo ragazzo, fare il viaggio da solo
verso il tempio di tante solitudini non mi andava.
Va alla cassa a cambiare e ritorna con mazzette di franchi,
tante, spesse, ne regalo un paio a lui, gli voglio bene,
ripartiamo tranquilli per la nostra Genova.
Avete capito cosa ho voluto dirvi?
No! Non potete, troppo complicato,
non ci arrivereste mai. Perché?
Perché ve ne fottete dei morti annegati
nel “mare nostrum”, o stipati nelle stive
dei barconi i cui “scafisti”, al soldo di infami
commercianti in carne umana conniventi
con altrettanti infami di occidentale provenienza,
cittadinanza e cultura, trasportano sulle nostre coste
facendo intravedere loro il sogno, la speranza.
Nella vostra scalata al successo non vi passa
proprio per la mente dei bambini del centro Africa,
scheletri viventi, linfonodi che sembrano cisti,
sotto la pelle trasparente, pance gonfie di aria,
occhi spenti, con inclusioni bianche,
non arriva più ossigeno ai capillari,
mosche intorno agli occhi, già se li stanno mangiando,
le stesse che vengono a trovarvi e scacciate
con la coda asinina di cui siete attrezzati,
ectoplasma della ancestrale provenienza
dei vostri ricordi, privi di sogni, inesistenti,
non a tutti è dato vedere la vostra regione caudale,
il prolungamento della colonna vertebrale.
Ebbene stavo dicendo, ma se per caso mi sbagliassi
saltando di palo in frasca fa lo stesso, non me ne frega alcunché,
stavo dicendo che fra tante immagini tragiche
passate davanti agli occhi assuefatti
di questo popolo, che ha perso coraggio,
la più turpe, sconcia, improbabile, assurda,
eppure emblematica come un tatuaggio
siberiano, è stata quella di vedere
il leader in smoking, in prima fila sul palco d’onore
del teatro alla Scala di Milano,
palesemente inadatto e all’abito,
del resto mica avrebbe potuto andarci
in salopette, a lui più congeniale,
e all’opera. Figuriamoci! Giuseppe Verdi,
il dramma lirico Giovanna d’Arco,
l’eroina che nella Francia del XV secolo
sacrifica la propria vita per il suo Paese.
Andiamo! Dovevate darvi malati, inventarvi un parente
stretto in Alaska che sta per morire.
Quel palco è stato l’emblema
del travestimento, travisamento, camuffamento
mascheramento, mimetizzazione, trucco,
modificazione del bello.
Sì! Lo so, tutti sinonimi
ma ciascuno è germogliato proprio
per dare un minimo di differenza
rispetto al vocabolo primario,
e voi coprite tutto l’arco,
non quello costituzionale si intende.
Non avete capito un fottuto cazzo
dalla vita, in fondo siete dei miserabili,
non sapete cosa voglia dire un asso
alla quinta che cade e va ad incastrarsi,
la giocata sbagliata al momento giusto,
proprio non riuscite a concepire
di tirare due dadi e fare cista su un piatto
che è diventato una montagna,
e lasciare con disinvoltura che gli altri
se lo spartiscano, così, come gettare
una sigaretta fumata a metà
ed accenderne subito un’altra.
Ma vi siete visti prima di andare a teatro?
O vi è pure mancato il coraggio
di guardarvi allo specchio? Già! Lo specchio
vi spaventa, è una cosa viva,
ribalta la vostra figura, quello che è a destra
fa finta di diventare sinistra, ma ciò che
è a sinistra diventa tutta destra. Perché lo specchio
pensa, ragiona, esamina, è giudice severo ma…
giusto. Lo hanno interpellato regine, monarchi,
imperatori, condottieri, streghe, fate, dittatori,
cardinali, papi, ed ha sempre fornito loro
la giusta risposta. Per questo sono impazziti
ed hanno commesso efferatezze, barbarie.
Lo specchio vi avrebbe detto la verità,
ma voi e la verità siete incompatibili,
come il Diavolo e l’acqua santa.
Che esempio banale ho portato,
non esistono entrambi, il Diavolo
è stato inventato per tener fermi gli
imbecilli in modo che si lascino
sodomizzare senza troppa fatica
e l’acqua… solo quella per rinfrescare.
Cosa cazzo apprezzerete dell’arte
tutta in generale non mi è dato capire,
voi partecipate per dovere di cronaca,
fingete di entusiasmarvi invece pensate
agli aumenti della casta, applaudite
neppure sapete cosa, fate come i primati,
e quando uscite, ad opera terminata
perché obbligati a restare fino alla fine,
vi grattate la testa procedendo ciondolando
per rendervi conto se ci siete o ci fate,
soprattutto dove siete e perché.
Commercianti di favori, ecco il termine giusto
per voi, é attraverso gli scambi
che venite ulteriormente ricompensati,
la corruzione, il malaffare, emettete leggi
che vi proteggano e questo è viltà,
intanto sempre più numerosi sono i cittadini
che vanno a frugare nell’immondizia per
ricavarne qualcosa da mangiare, coprirsi,
mentre voi siete intenti a coprire gli esosi
e intollerabili privilegi di cui godete,
in virtù di un consenso al potere
che non vi è stato dato dal popolo.
La noncuranza con cui aggirate l’infamia
di deputati arrestati per aver rubato milioni
di soldi pubblici che continuano a percepire
migliaia di €uro al mese di vitalizio, per un Genovese
come me è davvero insopportabile.
Come certi assessori, anche donne avvenenti,
che proprio per le prestazioni che fornivano
nel pubblico ma, ahimè, pure in privato,
quindi avendo fatto scoppiare, è il caso di dirlo,
un casino infernale, sono state mandate a casa
a ventisette anni con appropriata rendita.
Che bassezza parlare così di vile denaro con voi.
Vi sembrerà una saga, una specie di “Via col vento”
dove la piccola Diletta muore in tenera età
cadendo dal pony regalatole da papà Rhett Butler .
No! Abbiate pazienza, questa è una narrazione
epica che si cerca di mettere in prosa sciolta,
senza quartine, terzine, la metrica
e le precise regole sull’accentazione
degli endecasillabi che non interessano.
Qui, di Letta, ne abbiamo solo uno, vivo e vegeto
per fortuna. Ex Presidente del Consiglio che
ha deciso di andare ad insegnare in una Università
di Parigi, non riesco ad immaginare quale,
ciononostante al compimento del sessantesimo
anno di età percepirà il suo bravo assegno mensile
da ex deputato in Italia. In ogni caso è ancora
tutto avvolto nel più fitto mistero. Lo facesse uno di noi,
del popolo crasso intendo, come minimo,
se ci va bene, prendiamo una stretta di mano,
la pacca sulla spalla, e un biglietto da cento nel taschino.
Anche tanti auguri.
Intanto vengo a sapere che l’esercito nigeriano
ha massacrato trecento sciiti…
Ne sta parlando qualcuno? Interessa?
Due righe su un giornale?
Niente affatto, il nostro premier è impegnato
a raccontare fole nel salotto di Giletti
uno dei tanti conduttori “slurp!”, insieme a Vespa
che è “slurp, slurp!” i due preferiti dalla
guida capo scout cattolici italiani.
D’altronde mi sembra giusto ci siano questi
trattamenti di favore. “Loro”, e da questo momento
mi sto rivolgendo alle mie amiche ed amici,
si sacrificano per noi, mica vanno all’osteria
a giocare a scopone.
Si logorano. Per questo i trentenni di oggi
andranno in pensione a 75 anni con il 25%
in meno della retribuzione. Altrimenti “loro”
come potrebbero andarci a 27, 37, 47, 57,
così tanto per dare i numeri,
con vitalizi mensili da minimo seimila €uro?
E baffetto? C’è veramente da ridere,
in fondo sono divertenti, avete capito chi?
Non quello che parlava tedesco, mi riferisco
al nostro, quello che parla e cammina come
avesse un palo lungo e dritto piantato nel culo.
Ebbene così procedendo pensate che,
per portare il cane a pisciare,
pare abbia a disposizione tre uomini di scorta
e due auto… blu.
Comunque vediamo di contare sulla misericordia,
intanto che scrivo si stanno aprendo ancora porte sante
del Giubileo 2015 e c’è una corrente che non solo
mi spettina ma fa volare tutti i miei appunti,
sparsi ovunque, forse è per questo che sto
scrivendo in modo confuso, ambiguo,
senza mezzi termini, sfuggente.
Bene così, tra un po’ è Natale e certamente
si può dare di più, immagino per “loro”,
che in periodi normali, feriali tanto per intenderci,
ogni volta che qualcuno va a curiosare nelle note spesa
e trova mutande, biglietti dell’autobus, scontrini
di varia provenienza per acquisti di equivoci prodotti,
finanche i 2 €uro per il parcheggio (dell’auto blu?).
Però c’è gente che non scherza, no, qui è necessaria
un minimo di serietà. Come l’ex sindaco di Firenze
che nel corso di tale mandato sembrerebbe,
Corte dei Conti canta, sia stato rilevato di tutto
e di più, comprese cene da duemila €uro a botta
e seicentomila €uro per viaggi all’estero e aragoste.
Ma non sono ospiti? Non usano già i voli di Stato?
Naturale che tutto il sistema sia ormai un castello
di carte che non potrà reggere più a lungo.
E poi siete tanti! Ho di nuovo ripreso a parlare con “voi”.
Ma come fate a trovare complici che siano
vostri cloni mentali? Dirigenti pubblici e privati
che non solo arrivano a ricoprire
contemporaneamente venticinque poltrone
d’oro, da guadagnare tanto da mettere a posto
in un solo anno sette generazioni,
ma che pure rubano e qualche volta vengono arrestati.
Certo! Forse sono costretti a farlo per
restituire il favore. Essere riconoscenti
è un norma intoccabile del Paese.
Qui mi sembra di essere nella narrativa,
neppure Giovanni Verga con il suo
Mastro Pasqua… no! Che dico Mastra…
devo essere un po’ confuso… Ecco!
Con il suo Mastro Don Gesualdo
avrebbe potuto concepire un coacervo
infernale come questo. Eh, sì! Perché ci sono
pure i parenti da sistemare. Mogli avvocato
di appartenenti all’esecutivo che ricevono
di punto in bianco consulenze milionarie
dalla concessionaria dei servizi assicurativi
pubblici. E mariti di… insomma per non
farla troppo lunga tra i familiari, congiunti
e amici di questo mostruoso complesso
che parte dal più piccolo Comune per arrivare
al Quirinale l’indice di disoccupazione
è zero!
Del resto, a pensarci bene,
considerando che tutti i vostri sforzi sono
concentrati a salvare la Penisola,
e come vi sgolate ai congressi che
organizzate in vecchie stazioni ferroviarie
riadattate alla bisogna, per convincere
gli invitati, quasi tutti finanzieri, imprenditori,
gente che conta, quelli che vanno al Casinò
tanti ne hanno da buttare, gente che possa
dare il proprio contributo avendo sedi legali
e fiscali all’estero, produzione in Paesi
dove si sfrutta il lavoro di minori e residenza
nei paradisi fiscali.
Ma anche per convincere voi stessi.
Nel momento in cui sto scrivendo ho saputo
che, come era logico, è stata respinta
la mozione di sfiducia verso un vostro membro
avanzata da un movimento di giovani leali,
onesti e immaturi per la dimensione in cui galleggiate.
È in preparazione di ciò il premier si è sfiatato,
mai visto così, in chiusura della “Leopolda”
dicendo che con i provvedimenti presi
dal “suo” Esecutivo in merito al salvataggio
di banche fallite, delle quali
il ministro in questione di una possiede
un pacchetto azionario, subito dopo la sua nomina
a tale incarico il di lei padre, di femmina trattasi,
ne fu nominato vicepresidente, nonostante
fosse stato sanzionato dalla Banca d’Italia,
il di lei fratello ne è direttore generale, la di lei
cognata ne è dipendente manager di qualcosa,
sembrerebbe che tale Istituto di Credito
abbia a suo tempo finanziato qualche propaganda
elettorale, o cose del genere,
che il padre di questa signora,
sempre lei e lui,
e quello di un pezzo grosso fossero soci
o lo fossero stati. Ebbene in chiusura dell’assemblea
il premier declama che se non avessero
posto in atto quello che hanno fatto un milione di posti
di lavoro sarebbero andati perduti (i dipendenti),
in parole povere vi difendete dalle proteste dei deboli
truffati facendovi scudo dei deboli che lavorano,
esattamente come quei malviventi inseguiti dalla polizia
che appena vedono un adolescente o una donna inerme
la afferrano, si proteggono dalla giustizia
con carne umana innocente. Non viene detto che
quei posti di lavoro non sarebbero neppure stati
in pericolo se la gestione fosse stata “pulita”
non ha fatto cenno come siano spariti
quei quattrini dove siano andati e… No! “voi” pensate a
salvare posti di lavoro. Ma guardate che gufi
volteggiano nell’aria o stanno appollaiati
sui rami più bassi per portarvi sfiga… però
mi è testé giunta un’altra notizia, fresca fresca,
dovrò leggere l’articolo ma il titolo di testa dice:
“Da Gelli agli ex Dc l’ombra del patto tra cattolici
e massoni per dividersi Etruria (Alberto Statera)”
Venerdì 18 Dicembre 2015 17:24
Mah! Vedremo…
Comunque queste “adunanze”, come quelle dei
boy scout, oggi le chiamate “convention”,
il piano per il lavoro “Jobs act”, copyright Renzi Matteo,
“ultra partes” è la soluzione di una questione importante,
di solito la verifica di qualche imbroglio,
che debba avere effetti neutrali
per tutti i personaggi coinvolti,
la revisione della spesa pubblica “spending review”
e tanti altri ancora, per semplificare le cose.
Il premier mi ricorda, alla lontana,
il personaggio interpretato dal nostro grande
Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma”.
È pur vero che anche nei sobborghi di New York,
“Little italy” a Manhattan ad esempio, con popolazione
di origine italiana, figli e nipoti di nostri migranti,
ancora oggi si usa un linguaggio variegato; ad esempio
Brooklyn diventa “Bruculinu” e via discorrendo.
Un modo per mantenere vive le proprie radici,
l’identità, e distinguersi dagli altri.
Tornando a voi, mi viene in mente per le
distinzioni linguistiche che stavo rimarcando,
con tutte queste associazioni,
comitati, unioni, leghe, confraternite,
con implicazioni e denominazioni
che si richiamano pure al cattolicesimo,
che altro non sono che differenziazioni
di classi sociali visti gli iscritti e i partecipanti,
tipo “Comunione e liberazione” per prenderne
una a caso, che si radunano periodicamente
per studiare il modo di dare un grosso contributo al Paese,
possiamo dire, in modo forse un tantino azzardato
che alla fin fine evasori fiscali, malavita organizzata
e finti consorzi siano dei patrioti?
In fondo non coprono quegli spazi cui lo Stato
non riesce a penetrare in modo efficace
come il problema della disoccupazione
e la circolazione del denaro? Va bene, lasciamo perdere…
L’indifferenza, supponenza e sfrontatezza
con le quali intascate gli spudorati stipendi
che percepite, i più alti del Pianeta,
del Cosmo finché non sarà provata l’esistenza
di altra vita intelligente, anzi “furba”, nell’Universo.
E la dissolutezza nell’anomalo,
ingiustificato ed abnorme trattamento retributivo
che elargite ai dipendenti, impiegati, segretari,
sottosegretari, portavoce, portaborse,
a salire nella scala gerarchica nell’ambito
dell’organico di ciascuna struttura
che supporta la vostra “attività”, si fa per dire,
di onorevole e ministro. Capisco! In questo modo
vi propiziate alleati nei lavoratori, li dividete,
così litigano, si frantuma la “classe”.
Di tali irregolari, nonché incomprensibili
privilegi, non restano esclusi,
ad elitario vostro servizio,
nemmeno i salariati e stipendiati
per così dire di “supporto”,
dall’ultimo addetto alla ricarica
degli orologi a pendolo fino ai commessi,
barbieri, idraulici, imbianchini,
fino ad arrivare ai professionisti,
medici di tutte le specializzazioni,
infermieri, fiscalisti e quant’altro i quali
percepiscono redditi da fare invidia,
tanto per fare un esempio,
ad uno scienziato e ovviamente smisurati
rispetto a quanto guadagnano le pari categorie
che operano all’esterno dei Palazzi.
Per citare un caso sembrerebbe, qui è d’uopo
usare sempre il condizionale, insomma parrebbe
che la segretaria generale del Senato percepisca
poco meno di 1200 €uro al giorno. Avete letto bene!
Al giorno. I commessi, coloro che aprono
le porte ai parlamentari, appena undicimila
€uro al mese, i barbieri… beh, lasciamo
stare, mica voglio imitare il grande
Allen Ginsberg rifacendo “Urlo”,
innanzi tutto non sono alla sua altezza,
e questo è palese, e poi come potrei addolcire,
inserire un poco di poesia in un ginepraio
di numeri cifre, conteggi, balletti, danze
da un partito all’altro, piroette, gruppo misto,
indipendenti, appoggio esterno, interno,
punta e tacco, tacco e punta… casqué.
Lasciamo stare i sindacalisti della mitica
triade, a cominciare da quella che somiglia
a Ward Bond di “Sentieri Selvaggi”.
Non ditemi che avete snobbato questo
capolavoro della cinematografia western?
Lui è quello che faceva la parte del reverendo Clayton.
Ebbene oggi guadagnano più di Obama,
per l’esattezza 336 mila e rotti €uro all’anno.
Ma tornando a voi, perché ce ne sarebbero
tante altre, giuro, ed elencandole la sinfonia “Urlo”
del grande Ginsberg, al confronto diventerebbe
“M’illumino d’immenso”
di Giuseppe Ungaretti, potrei sconfinare
nell’Iliade, l’Odissea con un pezzo dell’Eneide
tutte insieme, in quanto a lunghezza intendo.
Lascio in pace il poeta sommo altrimenti
sì che lui vi avrebbe sistemati a dovere.
Vi ingraziate la Chiesa, con i gelatinosi
cardinali e vescovi di cui si compone,
che negano il funerale a un suicida per disperazione,
al contempo accordano le onoranze funebri a usurai, malavitosi,
tollerando gli inchini dinanzi alle loro abitazioni
di pesanti e pagane statue della Madonna, o di Cristo, o dello
Spirito Santo nel corso di processioni fuori del tempo
e della logica.
Ma voi avete pur sempre una parte
di elettorato che vi sostiene poiché
appartengono alla vostra tribù,
quelli che si permettono di andare
a caccia di elefanti, giraffe, leoni
nei parchi dell’Africa centrale pagando
fior di quattrini per portare a casa una fotografia
con la vittima, l’immagine della loro pochezza.
Siete proprio miseri, avete perfino la presunzione
di aver la capacità per ritoccare la nostra Costituzione,
per acquistare sempre più potere ovvio,
senza cognizione della misura dei vostri
limiti ristretti, un minimo di senno è necessario
per far ciò. Ma sapete chi erano i nostri
padri costituenti? E vi rendete conto chi ci sarebbe
oggi intorno a quel tavolo per firmare riforme
di un documento di tale portata?
Questo i giornalisti dovrebbero denunciare,
ma già, ci sono i finanziamenti pubblici
anche per le “grandi” testate.
La sola soddisfazione che provo,
considerando la situazione di disagio
e impotenza in cui la vostra arroganza e voracità
sta cercando di infilarci, è di percepire l’abisso dentro voi,
tutti, e non mi sbaglio, lo sapete, quelli che almeno
ho il dispiacere di vedere e ascoltare quotidianamente
attraverso i vostri amici video e quotidiani,
quelli sul palcoscenico intendo,
magari su 951 fra deputati e senatori
che siete, chissà non ce ne siano di buoni
relegati dietro le quinte, o nei sotterranei dei palazzi
che abusivamente occupate, strapieni,
stanno per scoppiare, mentre continuate
imperterriti per la vostra strada, e la sola aspettativa
che inseguiamo è che arriviate ad esagerare.
Non siete intelligenti, tanto meno alla stregua
dei rapinatori professionisti, quelli geniali,
che al decimo colpo andato bene,
quando potrebbero ritirarsi a vita privata,
vogliono tentare l’undicesimo…
certo che questi ci mettono faccia e cervello,
rischiano in proprio, potrebbero fare pure delle
vittime, è vero! Ma voi? Quante morti avete sulla
coscienza a vostra insaputa? Senza esporvi,
seduti comodamente sulle poltrone luigi XIV
o XV, barocche, che commessi da undicimila
€uro al mese vi spingono sotto il fondoschiena.
Giuro che avevo iniziato con l’intenzione
di esporre tutto ciò in prosa, anche un minimo
di poesia, ma come è possibile “andare a capo”
per indicare una separazione concettuale?
O sottostare a regole metriche, esigenze ritmiche?
Qui c’è solo da incazzarsi e basta.
Pensare che ci sono persone degne,
questo è sicuro, quelle relegate negli scantinati,
o messi a tacere con minacce, massacrati.
Un certo Pier Paolo Pasolini sarebbe stato
il nuovo messia, le parole, versi, opere
cinematografiche, aforismi che ci ha lasciato
sono immensi. Nei suoi 53 anni di vita,
prima di essere trucidato, disse (ed eravamo
negli anni ’70): “La società italiana: il popolo
più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.” (1)
Qualcuno sostiene che un altro Mondo non
solo sia possibile ma sta arrivando.
Come dovrebbero tornare, è una legge di natura
quella dei corsi e ricorsi storici, persone del calibro
del grande poeta testé citato, solo parlarne
già mi calmo, dà tranquillità, speranza.
I suoi messaggi, purtroppo, sono per molti, troppi,
ancora indecifrabili, o rifiutati.
“Io sono un “tollerato”. La tolleranza è solo
e sempre puramente nominale.
Non conosco un solo esempio o caso
di tolleranza reale. E questo perché
una “tolleranza reale” sarebbe una contraddizione
in termini. Il fatto che si “tolleri” qualcuno
è lo stesso che lo si “condanni”.
La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata.” (1)
Se solo riusciste a intendere una minima
parte di ciò che ci è stato lasciato con queste parole,
la sottilissima eppure immensa traccia
insita in esse della strada da percorrere…
“La serietà! Dio mio la serietà!
Ma la serietà è la qualità di coloro
che non ne hanno altre: è uno dei canoni
di condotta, anzi il primo canone,
della piccola borghesia!
Come ci si può vantare della propria serietà?
Seri bisogna esserlo, non dirlo,
e magari neanche sembrarlo!
Seri si è o non si è: quando la serietà
viene enunciata diventa ricatto e terrorismo.” (1)
…allora questa nostra splendida Penisola
sarebbe migliore, perfetta.
Speriamo il tempo sia vicino perché non se ne può più,
è anche una questione di dignità.
In ogni caso a voi non toccherebbe alcunché.
Siete senza speranza, sogni, gioia di vivere, privi
di un’esistenza reale, siete ologrammi di voi stessi,
intaccate perfino i vostri affetti più vicini, siete il vuoto,
la prova vivente che contraddice il principio
di indeterminazione di Heisenberg:
Il vuoto assoluto esiste, e si vede.
E siete tanti.

Mauro Giovanelli – Genova

(1) Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) è stato un poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista ed editorialista italiano, considerato uno dei nostri maggiori artisti e intellettuali del XX secolo.

ILLUSTRAZIONE DELLA COPERTINA: SᾹDHUS – Fotografia scattata dall’autore a Varanasi (Benares) India – Mannandir Ghat – Sponda occidentale del Gange.

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COGNOME E NOME RENZI MATTEO

COGNOME E NOME RENZI MATTEO

L’ora tarda, siamo vicini al Santo Natale… ho scritto molto su Renzi Matteo (cognome prima del nome ha un’importanza ben precisa), quindi mi limito a dire che per me è un miserabile, e credo sia pure uno “sfigato” in altri campi, come si suol dire nel linguaggio giovanile, di certo in quello che nella vita ha più importanza, me lo dice la mia tendenza innata all’analisi delle tribù umane, non sbaglio quasi mai… il modo di camminare, la postura, finta sicurezza, scoutismo feroce, un pizzico di bullismo, gestualità forzata. Gli è mancato qualcosa… Pericolosissimo! Di quelli che scoprono con molto ritardo certe delizie… del resto nei quattro “Palazzi” ce ne bivaccano molti dello stesso “genere”. Fanno parte di quelli che arrivano in età “matura” senza… insomma alla prima che finalmente capita loro a distanza ravvicinata, tanto da sentirne l’aroma, si lanciano senza badare cosa ci sia intorno alla “rosa del deserto”. Nulla togliendo ad alcuno intendiamoci, ma è l’“ansia” di cui a un certo punto vengono assaliti che li porta ad accaparrarsi l’agognato bottino.
Adesso che, come Lacombe Lucien, il nostro leader ha raggiunto il successo potrebbe perdersi, sebbene guida scout di lungo corso, nei Boschi dove ci sono i lupi mannari.
Voi sapete che significhi “cognome prima del nome” e chi fosse Lacombe Lucien? Ve lo spiego in ogni caso:
“Cognome e nome Lacombe Lucien” è una pellicola del 1974 diretto da Louis Malle. Fu candidato al premio Oscar come migliore film straniero. Il nome si antepone sempre al cognome in quanto forma regolare per identificare la persona “retta” o “normalmente onesta”. In questo caso il regista decise di intitolare la sua opera (bellissima) facendo precedere al nome il cognome del personaggio principale in segno di spregio verso un uomo indegno, privo di ideali, senza alcun senso morale, ignorante e inconsapevolmente capace di qualsiasi efferatezza.
Giugno 1944. In un paesino del sud-ovest della Francia, vicino al confine spagnolo, vive il diciassettenne Lucien Lacombe, inserviente in una casa di riposo per anziani. Egli trascorre parte del suo tempo a uccidere piccoli animali con la fionda o con il fucile. Ignorante e illetterato è in cerca di identità, anela imprese “eroiche” che lo facciano emergere, uscire dalla condizione umile in cui versa, ottenere rispetto. Pur privo di consapevolezza politica, il ragazzo decide di aggregarsi ai partigiani recandosi presso l’abitazione del maestro Peyssac e rivolgergli la richiesta, ma viene respinto. Al ritorno, in seguito alla foratura di una gomma della bicicletta , Lucien arriva in paese dopo l’inizio del coprifuoco. Fermato dalla polizia, finisce nell’albergo occupato dal comando della Gestapo e lì viene colpito dalla vita lussuosa che conducono i collaborazionisti dei tedeschi i quali con la loro arroganza esercitano pure il potere di prevaricare i deboli e gli indifesi. Nel gruppo dei dipendenti della Gestapo troviamo alcuni balordi (come i molti che occupano palazzo Chigi, Madama, Montecitorio e finanche il Viminale. Per il Quirinale mi astengo) cui più che l’ideologia nazista interessa il denaro. Invogliato a bere, il giovane si ubriaca e involontariamente fa il nome del maestro Peyssac, che viene arrestato e torturato. Il destino di Lucien è bollato in quanto, senza porsi alcuna domanda, comincia a prendere parte alle azioni repressive assieme ai suoi camerati, si dà al saccheggio e uccide vari resistenti catturati. Per farla breve il giovane Lacombe si sente finalmente “potente”.
Egli vive gli ultimi travagliati giorni di guerra civile e vede i suoi camerati cadere uno ad uno sotto i colpi dei partigiani e, nel momento in cui giunge dove si torturano i prigionieri e un combattente segnato dalle percosse cerca di convincerlo a ravvedersi chiedendogli come mai avesse deciso di collaborare con i tedeschi, Lucien lo imbavaglia perché non vuole ascoltare il destino assegnatogli, sua intenzione è quella di giocare ancora al “superuomo”. Appena uscito dalla stanza, assiste all’irruzione di partigiani nell’albergo abbandonato dai tedeschi mentre i suoi ultimi camerati, intenti a ubriacarsi, vengono trucidati.
Scampato al blitz si ritrova, nel corso di una rappresaglia nazista, insieme a un ufficiale delle SS al fine di effettuare alcuni arresti. In una appartamento che stanno perlustrando viene rimproverato per l’orologio tolto ad una vittima che Lucien si mette in tasca e che il tedesco pretende gli venga consegnato. Questo fa scattare in lui la gelosia contadina, primitiva, ancestrale per le “cose”, le “masserizie” da conservare ed avverte una forte disillusione nei riguardi degli “invasori”, l’unica emozione che Lucien prova nella sua miserevole vita. Per la prima volta prende autonomamente la decisione di uccidere il tedesco e fuggire verso la Spagna dove vivrà i suoi ultimi giorni.
Louis Malle ha composto in questo film la figura perfetta del tipo di umani che rincorrono la loro identità nutrendo una sorta di rancore nei riguardi del consorzio umano, sfogano i loro bassi istinti in modo del tutto inconscio, non sanno distinguere fra il bene e il male, hanno difficoltà a discernere, esattamente come il 46% circa di analfabeti funzionali, di ritorno e non, che abbiamo in Italia. È un di più aggiungere che tale “fenomeno” investe pure gli appartenenti alle classi agiate, in diversi gradi e manifestazioni e per svariate cause. Da qui il mio paradigma iniziale poiché individui che creano danni al prossimo senza rendersene conto sono comunemente definiti “miserabili”, “meschini”, “abietti”. Victor Hugo docet.

Mauro Giovanelli – Genova

Nota: Benché Lacombe Lucien sia un personaggio inventato da Malle, dai titoli di coda si apprende che l’individuo interpretato dal protagonista fu poi arrestato dai partigiani e fucilato il 12 ottobre 1944.

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È MORTO “ACCATTONE” (Franco Citti ci ha lasciati – 14 gennaio 2016)

È MORTO “ACCATTONE”
(Franco Citti ci ha lasciati – 14 gennaio 2016)

È notte,
rifugio dei sognatori.
Dall’etere
vengo a sapere che
“Accattone”
è morto.
Brutto colpo,
sleale,
sotto la cintura.
Anche a lui voglio bene
come a tanti altri che vestono,
o hanno indossato,
il medesimo abito mentale.
La prima cosa
che mi è venuta in mente:
“Franco Citti sta a Pasolini
come Tibero Murgia sta
a Mario Monicelli”.
E’ un’eguaglianza,
matematica pura,
che formulo al presente
perché li tengo nel cuore,
mi accompagnano, fanno parte di me.
Ai termini che vi compaiono
ciascuno può dare
i valori che crede.
Questo cordoglio è,
o vuole essere,
ad ampio raggio d’azione,
a “campo lungo”
come si usa dire
nel mondo del cinema,
uno sguardo d’insieme
che abbraccia un’epoca…
finita.
Il modo migliore per dare
a Franco Citti ciò che gli viene,
inserirlo nella galleria dei grandi
considerando che
lui e Pasolini, patrimonio comune,
in vita non hanno avuto
i riconoscimenti che gli spettavano.
Il pensiero mi è venuto così,
di getto,
come spesso accade,
sono certo che apprezzano
poiché i distinguo
li formulavano solo
sull’animo umano,
la morale,
l’etica.
Grazie! Vi sono debitore,
tanti, troppi creditori
mi stanno girando intorno.
Il mio pensiero
si è conformato secondo
le istruzioni
da voi ricevute e,
a pensarci bene,
sapere che un giorno
vi potrei incontrare ancora,
ovunque e comunque sia
“l’oltre”,
mi rende più lieve
il trascorrere del tempo.
Un caro saluto alle grandi persone
che ci hanno provvisoriamente lasciati
anche se avverto le loro mani,
tutte,
che ancora mi guidano.
Ciao “Accattone”.
Mauro

Mauro Giovanelli – Genova

«È MORTO “ACCATTONE”» è stato pubblicato il 15 GENNAIO 2016 sul sito www.memoriacondivisa.it:

Immagine in evidenza ricavata dal web – fotomontaggio dell’Autore. A sinistra la scena del funerale in “I soliti ignoti” di Mario Monicelli. Mi sembra un accostamento appropriato… con Tiberio Murgia, degli altri non parliamo proprio. Franco Citti merita esequie, anche virtuali, con tali personaggi, suoi compagni.

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LE RAGIONI DI TUTTI

LE RAGIONI DI TUTTI

Sempre più spesso capita di seguire dibattiti televisivi in prima serata e l’effetto che ultimamente mi provocano è di totale disorientamento. Forse la digestione gioca brutti scherzi o chissà che altro. La stranezza è che pare abbiano tutti ragione, ospiti, conduttori, giornalisti, collaboratori esterni. Mai era accaduto prima. A caso prendiamo “Servizio Pubblico” del 27 marzo 2014, anche se la “moda” sta dilagando e di esempi ce ne sarebbero a iosa.
Non faceva una piega il teorema di Maurizio Landini secondo cui gli ormai mitici F35 non ci favorirebbero in termini di sviluppo, da ogni punto di vista, per il semplice motivo che Alenia Aeronautica Spa si limiterebbe ad assemblare le varie parti, sarebbe solo una “piattaforma” di montaggio componenti, peraltro top secret. Ciò frenerebbe quindi l’espansione della nostra tecnologia e il “made in Italy” andrebbe progressivamente a morire.
Come confutare, ancorché a prescindere, l’ex ministro della difesa Mario Mauro quando sostiene la tesi che essere parte di un’alleanza significa rispettarne le regole e intervenire pure quando ci viene presentato il conto. “Noi siamo dentro un principio”, ha profferito, “ed è solo questione di scegliere dove schierarci”. Sarebbe “lunare”, continua, non capire che il nemico esiste, che il 7 novembre 2011, quando il Parlamento votò per l’intervento in Afghanistan, è figlio de l’11 settembre 2001, ergo i nostri avversari sono facilmente individuabili. Ti verrebbe da dire che quasi quasi le così dette “missioni di pace all’estero” siano un bene per noi e la comunità internazionale.
E Gino Strada? Incontestabili i suoi interrogativi. Da che cosa dobbiamo difenderci? Chi è il nemico? Forse la Cina? Il Giappone? E che cambierebbe, con o senza gli F35, se dovessimo far la guerra con loro? Spendere oltre 15 miliardi di €uro per cacciabombardieri quando la gente non ha i soldi per comprare il cibo è da “cretini” termine, tra l’altro, che potrebbe coniugarsi con il “lunare” di Mario Mauro. Infine aver messo in dubbio che i nostri politici neppure sappiano dove sia l’Afghanistan mi ha letteralmente pacificato con me stesso. Infatti i precedenti parlano chiaro. Uno per tutti il “tunnel dei neutrini”, scambiato come una sorta di TAV per pendolari tra il CERN di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso. Da chi? Da Maria Stella Gelmini, ex responsabile del dicastero dell’Istruzione nell’ultimo governo Berlusconi, quello di “Romolo e Remolo”. Del resto è stato Claudio Scajola a sancire come i politici di casa possano agire a loro “insaputa”.
Degna di riflessione l’analisi dello scrittore Nicolai Lilin sul fatto che tutti i conflitti abbiano origine dai Paesi che consumano di più. Del resto chi altri avrebbe diritto a esprimere tale evidenza se non l’autore di “Educazione siberiana” dove mette in bocca al personaggio principale la celebre frase “Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”. Per i nostri governanti sarebbe forse più appropriato il secondo insegnamento di Nonno Kuzja “La fame viene e scompare ma la dignità una volta persa non torna mai più.”
A proposito del problema dell’Ucraina, è irrefutabile il suggerimento di Federico Rampini di far attenzione a non dipendere da una sola fonte di approvvigionamento di energie e illuminante il vero motivo per cui, a suo giudizio, gli americani abbiano necessità di noi quali interpreti di civiltà distanti, non essendo loro in grado di capire appieno le realtà dei Paesi mediorientali.
Per non parlare della signora Gisella di Niscemi, piccolo comune siciliano, che ha dichiarato guerra agli USA poiché intervenuti pesantemente sul suo territorio per impiantare sistemi di comunicazioni satellitari ad alta frequenza e banda stretta, più comunemente detti MUOS. Sostiene che da qui partiranno i velivoli controllati da un computer, denominati DRONI, per “andare ad ammazzare altri bambini chissà dove”, oltre i loro che già muoiono di tumore causa le radiazioni emesse da oltre quaranta antenne installate lì intorno. Ha forse torto?
Hanno tutti un buon motivo nel dire che non è giusto ripensare al taglio sull’acquisto di F35 ritenuti necessari al nostro esercito solo perché Obama, in visita nella Città Eterna, redarguì il nostro Presidente del Consiglio per aver solo pensato di ridurre il numero di cacciabombardieri. In tutta risposta il Matteo nazionale, battendo il pugno nel declamare “Yes we can”, si è dimenticato che negli USA chi non paga le tasse finisce in galera mentre in Italia si butta in politica o diventa presidente di qualche squadra di calcio. E come sempre accade, per cui non è una sorpresa, anche questa volta Marco Travaglio tocca il tasto giusto quando si domanda se siamo uno stato sovrano o una dependance degli Usa. Mi è solo dispiaciuto non abbia fatto alcun cenno ad Angelino Alfano, il Kazakhstan e il caso Shalabayeva.
Belle serate comunque, costruttive, e sempre divertenti le spumeggianti vignette di Vauro a sintetizzare ogni concetto. Alla fin fine una domanda. Non sarà scritto da qualche parte che questo pianeta debba proprio essere un gran marasma? E l’Italia il suo epicentro? Beh! In effetti “Orsù scendiamo e confondiamo quivi il loro linguaggio, sicché l’uno non capisca il parlare dell’altro!” (Genesi 11, 7) è una vecchia storia.
Non resta che fare propria l’esortazione che Jep Gambardella indirizza all’amica intellettuale radical chic “Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo diverso rimedio che farci compagnia, darci un po’ di amicizia, affetto. O no?”

Mauro Giovanelli – Genova

Pubblicato su “Il Segno” nr. 8 del 16-30 aprile 2014 pag. 2 http://ilsegnoroccadipapa.blogspot.it con il titolo “S’infuoca il dibattito sull’acquisto degli F35”.

Immagine in evidenza ricavata dal web – Fotomontaggio eseguito dall’Autore.

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PERSONE NON UMANE

PERSONE NON UMANE

   Capisco che in questo momento i problemi del pianeta siano tali e tanti da far passare in secondo ordine il caso di cui mi accingo a scrivere. Per non parlare dei grattacapi dell’Italia che stanno raggiungendo livelli di guardia così elevati da coprire strati sociali sempre più ampi. Avete notato? Un numero crescente di individui pare soffrire di dermatite seborroica, altrimenti detta forfora. Sembrerebbe un’epidemia. A un attento osservatore non può sfuggire l’incessante marea di gente che gira per la città sfregandosi la testa, non si capisce se per eliminare dal cuoio capelluto le fastidiose squame biancastre, o per scacciare le “apprensioni” che con generosità vengono loro elargite a profusione dai nostri cari, fantasiosi e strapagati “politici”. Ora però non voglio parlare di quest’ultima sottospecie. Scelgo di abbandonare una volta tanto il circo della politica, con tutti i suoi clown, nani, prestigiatori del concetto, trapezisti della parola, saltimbanchi del pensiero, funamboli della morale, domatori delle coscienze, acrobati del dire, non dire, smentire.
Desidero invece rivolgere una riflessione ai miei veri amici ossia quei poveri esseri viventi destinati a sopportare la nostra arroganza e da noi sprezzantemente definiti “animali” dimenticandoci di far parte dello stesso regno. Un inciso è però doveroso: l’India ha ufficialmente disposto l’abbattimento di tutti i parchi acquatici destinati ad ospitare cetacei quali delfini e orche poiché la Scienza ne ha chiaramente riconosciuto lo “status speciale” avendo stabilito la loro intelligenza e sensibilità definendoli come “persone non umane” con determinati e imprescindibili diritti. Ciò è stato reso noto tramite un comunicato ufficiale, da noi passato in sordina forse anche per questioni “diplomatiche” contingenti. È risaputo il rispetto degli indiani per ogni essere vivente, e il loro Paese di appartenenza si iscrive al piccolo ma determinato manipolo di Stati che ha già bandito la cattura e l’importazione di specie animali a scopo di “intrattenimento”.
Arrivo al dunque ponendo alcune semplicissime domande. Secondo voi è giusto che un cittadino, residente in una zona a pochi passi dal mare dove lo spazio antistante è destinato a manifestazioni fieristiche, sia periodicamente obbligato a sopportare lo spettacolo di elefanti in catene con la testa malinconicamente ciondolante ad invocare giustizia e libertà? È logico dover subire il suono greve dei ruggiti di tigri e leoni costretti a vivere in due metri quadri, che combattono la pazzia spostandosi incessantemente da un lato all’altro della gabbia fino a rompersi il muso contro le sbarre? E le giraffe? Quelle del circo Medrano attualmente in piazzale Kennedy, che scorgo facilmente dalla finestra, tengono spesso la testa bassa, non capisco se per rassegnazione o per sfidare la potenza del cuore che, concepito per pompare sangue ben più in alto al fine di irrorare il cervello, in quella posizione potrebbe collassare provocando così la morte senz’altro preferibile alla vita che noi gli stiamo imponendo. Credo accarezzino l’idea del suicidio.
Ma è mai possibile che nel terzo millennio ci siano ancora soggetti che si divertono ad ammirare un pachiderma che riesce a mettersi per pochi istanti su una zampa sola? Magari con la domatrice di turno seduta trionfante sulla proboscide, braccio sollevato a sbandierare la mano per richiamare gli applausi? Battimani di che? In che consiste la prodezza? Dove li mettiamo I cavalli costretti a girare in tondo sobbarcandosi acrobazie di atletici fantini e avvenenti acrobate? Che senso hanno sparuti felini tramortiti che saltano rassegnati entro cerchi con o senza fiamme? E le scimmiette? Abbigliate di tutto punto, gesticolanti, ad imitazione dei nostri ticchi, vezzi o come diavolo volete chiamarli, sono forse l’emblema di molti dei nostri governanti? Tutto ciò è uno spettacolo edificante? Davvero lo trovate spassoso? Mi si potrebbe obiettare che i bambini si divertono. Ma è proprio questo il problema, la tragedia. Noi adulti li indirizziamo ad osservare lo spettacolo più osceno, insulso e diseducativo che mente umana possa concepire essendo basato sulla sofferenza di un essere vivente forzato ad agire contro natura. Comportandoci come domatori del pensiero dei nostri figli li educhiamo a ciò. È certo che si svaghino? Non ne sarei tanto convinto. A mio parere sono molto più intelligenti e sensibili di quanto possano pensare i genitori che li accompagnano. Qualcun altro potrebbe invocare la tradizione. Benissimo! Conserviamo le nostre consuetudini ma spogliandole degli aspetti deteriori superati, per fortuna, anche dai tempi. Il Medio Evo è passato da un bel pezzo.
Ben venga il Circo per eccellenza, quello articolato fra varie esibizioni di abilità fisica e le geniali trovate comiche dei clown. Se le riprovevoli “rappresentazioni” che ho evidenziato venissero abolite si darebbe un grosso impulso alla campagna in atto di educazione al rispetto della natura aiutandoci ad avere maggior riguardo di noi stessi e, chissà, alzare il livello di comprensione verso il prossimo, persone non umane comprese.
Sbaglio secondo voi?

Mauro Giovanelli – Genova

Articolo riveduto e aggiornato ad oggi di una mia lettera pubblicata da “Il Secolo XIX” a firma bonniegio@libero.it intorno al 2005/2006 cronista forti@ilsecoloxix.it – Bonnie è il nome della mia micia morta nel 2008 – Per quanto riguarda la presenza di animali nei circhi nulla è cambiato.

Immagine in evidenza ricavata dal web – Fotomontaggio eseguito dall’Autore.

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POLITICA E CARTONI ANIMATI

POLITICA E CARTONI ANIMATI

La sera del 13 marzo dello scorso anno avevo seguito “Porta a Porta” per il solo fatto che in quella sede Matteo Renzi avrebbe dovuto spiegare agli italiani la sua “manovra” e chiarire l’interdipendenza fra programma di Governo e copertura finanziaria. Mia intenzione era pure quella di decifrare la “personalità” dell’ennesimo salvatore della Patria, ovvero guardarlo negli occhi con attenzione, osservarlo bene, capire.
La trasmissione ebbe inizio, proseguì con vari commenti di slide e tabelle, qualche battuta. Nonostante tutta la buona volontà, complice forse l’ora tarda, devo ammettere che più si andava avanti maggiori erano i livelli di scoramento e rassegnazione che mi assalivano. Nessuna questione utile a far emergere un indizio forte che potesse rivelarmi, al di là delle parole che volavano alte, la “struttura” mentale del Premier. Ciò avrebbe anche potuto dipendere dal fatto che il suo interlocutore fosse un Sallusti abbastanza consenziente.
Al suono del campanello, da sempre simbolo, oltre i plastici, del talk show di Bruno Vespa, entrò un altro convitato, il giornalista Aldo Cazzullo, che sparò al Matteo nazionale tre domande in merito alle quali chiese altrettante precise risposte. Il primo quesito riguardava le prossime nomine, il consueto giro di poltrone, ai vertici delle cinque grandi aziende di Stato, il secondo l’ipotesi di riduzione degli stipendi dei parlamentari “che sono i più alti del mondo” e infine come intendesse proporsi con l’Europa e la Merkel alla luce dei nuovi obiettivi appena pubblicizzati. Esattamente ciò che aspettavo. Ci siamo! La replica del giovane Presidente del Consiglio alla domanda attinente l’ipotesi di intervento sulle scandalose retribuzioni dei “professionisti della politica”, ebbene quella risposta mi avrebbe fornito il parametro che cercavo. Nella distensione che seguì mi venne alla mente il film “Il padrino”, in particolare la scena in cui il vecchio e stanco don Vito Corleone (Marlon Brando), durante il colloquio con il suo erede (Al Pacino) che era andato a trovarlo per chiedergli un consiglio, così lo mise in guardia: “Ricordati Mike, chi avanzerà la proposta di Barrese… quello è il traditore”. Mi raddrizzai nella poltrona in trepidante attesa ma il Capo dell’Esecutivo fu ratto nel subentrare col dire: “Vengo subito a quest’ultima che è la più complicata”. Accidenti! Mi son detto, la meno difficile e proprio quella che non desta interesse.
In un susseguirsi di acrobazie verbali, celie, convivialità, sorrisi, ammiccamenti, circa i futuri rapporti con la UE ebbi il piacere di scoprire che siamo i più importanti del vecchio continente. Proseguendo sulle nomine di Enel, Poste, RAI, ENI e Finmeccanica constatai come in concreto non avesse esposto alcunché. L’attesa divenne estenuante, il fatidico parere non arrivava mai, anzi a un certo momento credevo fosse finito nel dimenticatoio. La speranza di poter capire che tipo di uomo fosse Renzi stava scemando se non fosse che il Cazzullo, a fil di voce, gli ricordò di non essersi ancora pronunciato su un terzo argomento. Allora con un colpo di reni eccezionale, effettuando una piroetta mentale davvero stupefacente il Capo del Governo così ebbe a pontificare: “Circa gli stipendi dei parlamentari non è importante quanto guadagnano ma quello che fanno.” Seguì un brevissimo momento di confusione, partecipe attivo il conduttore, nel corso del quale al saltimbanco venne predisposta la via di fuga, da lui imboccata alla maniera di Arsenio Lupin inseguito dall’ispettore Zenigata. Cosi si lanciò a spiegare cosa avrebbero dovuto fare questi fenomeni. Tutto qui.
Perché glielo hanno permesso? Come non capire che codesto aspetto rappresenta la chiave di volta su cui regge il sistema Italia? Che è proprio da lì che occorre ripartire? Per quale motivo i giornalisti, tutti, dai quotidiani alla TV, durante le interviste, non incalzano il leader di turno su tale infamia? È possibile? Sono io che traguardo il mondo da un’angolazione sbagliata? È più importante scavare nella sua abilità comunicativa? Chiosare sulla cravatta che indossa negli incontri istituzionali? D’improvviso tutto mi fu chiaro.
In poche parole oltre che diventare primi della classe in Europa continueremo ad avere i politici più strapagati in assoluto con la sola differenza che saranno intelligentissimi. Ottenuta la prova che mi mancava spensi la TV. Dopo alcuni minuti di ponderazione nella penombra conclusi che fra tutti i suoi predecessori questo è di certo il più disonesto, moralmente s’intende, e forse a sua insaputa. Ho visto troppi film? È vero, ma il nostro Primo Ministro si è fermato ai cartoni animati di Walt Disney. I personaggi che più gli sono piaciuti? Paperon de’ Paperoni e la banda Bassotti.
Con buona pace del Grillo parlante.

Mauro Giovanelli – Genova

Pubblicato su “Il Segno” nr. 6 del 16-31 marzo 2014 pag. 2 – http://ilsegnoroccadipapa.blogspot.it – con il titolo “Renzi dimentica la casta dei politici e sui loro stipendi non dice più nulla”.

Immagine in evidenza ricavata dal web – Fotomontaggio eseguito dall’Autore.

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ESTRATTO DA “IL LEGGÌO A NOVE POSIZIONI” di Mauro Giovanelli – SANTA MERETRICE

ESTRATTO DA “IL LEGGÌO A NOVE POSIZIONI” di Mauro Giovanelli

SANTA MERETRICE

(Estratto da “Il leggio a nove posizioni” – Codice ISBN: 9788892306882 acquistabile on-line sul sito lafeltrinelli.it e presso le Librerie Feltrinelli di tutta Italia)

[…]
La donna si passa un batuffolo di cotone lungo le spalle, sul petto, nella parte lasciata scoperta dalla camicetta leggera appena sostenuta dai seni perfetti, giovani. Una spallina è abbandonata lascivamente lungo il braccio a dichiarare l’appartenenza all’uomo. La carnagione creola è liscia e profumata, il viso di una Madonna delle Ande tanto la dolcezza ha aderito a quell’ovale perfetto. Gli occhi grandi, neri e profondi esprimono soddisfazione femminile per aver dato godimento all’uomo, essere piaciuta e desiderata, compagna e consolatrice. Osserva con languore l’amante che si sta rivestendo nella speranza di attirare ancora la sua attenzione e cogliere in lui l’appagamento dei sensi. Bella, bellissima, fronte proporzionata, liscia, naso meticcio, regolare, muliebre, le orecchie precise, i capelli nerissimi, lucidi, con riflessi della notte, anche per la leggera patina del sudore di un rapporto appena consumato. È seduta accanto a un robusto tavolo in noce e mentre con calma e serenità immerge il tampone nella piccola coppa per raccogliere altra essenza profumata, non stacca lo sguardo dal viso del compagno, e quello sguardo è ammiccante, generoso, dice che è pronta ancora ad offrirsi, non fosse bastato. Lui la osserva malinconico, studiandola come fosse l’ultima volta e volesse imprimere quell’immagine nella sua mente. Fatica ad infilarsi il secondo stivale poi, con uno strattone, ecco fatto. Si alza, abbottona distrattamente la camicia, pensieroso, pure i polsini, continua a guardare la femmina, un’opera d’arte definitiva, creatura perfetta. C’è calore in quell’istante, più profondo e intenso di qualunque altro vissuto, e rimpianto. Come un fulmine il ricordo della donna amata rischiara i suoi occhi. Dopo aver allacciato i pantaloni controlla il revolver traguardando il tamburo, i colpi ci sono tutti, con determinazione ripone l’arma nel fodero. Raccoglie l’automatica, fa scorrere il carrello per mettere la pallottola in canna, poi dedica molta cura nel riporla dietro la schiena, sotto la cintura. Nell’istante in cui si infila il gilè viene interrotto da un vagito, scosta il lenzuolo steso a fare da divisorio, un bimbo si agita nella culla, vuole la sua parte. Ora verifica ogni tasca, ritrova le sue cose, l’astuccio del tabacco, cartine, fiammiferi, e quello che sapeva doveva esserci, un sacchetto in pelle con monete d’oro. Ne raccoglie alcune, le conta facendole saltellare nella mano, ci ripensa, torna in sé e le depone tutte sul letto. I due si guardano e il loro discreto, impercettibile sorriso è la storia del mondo. Questa volta il rumore che ode improvviso non proviene dalla culla, egli va alla finestra, solleva cautamente la tendina, e lungo il corso in direzione contraria a quella da lui presa non più tardi di due giorni fa, una folla immensa procede lentamente intonando laudi e preghiere. A guidare questo corteo, al centro, un’accozzaglia di pezzenti, alcuni in abito bianco, altri vestiti di sacco, a piedi nudi, in processione di penitenza, propiziano il Signore, volto coperto, corona di spine in capo, piedi nudi, flagelli in mano. In questa lunga sfilata nobili e plebei, vecchi e giovani, a due a due, preceduti da gonfaloni e da cappellani con la croce, piangono mentre si fustigano a sangue le spalle, il torace. Cento, mille, avanzano lenti, cadenzati invitando tutti a pentirsi dei loro peccati. A un segnale il corteo si ferma, i frati aspergono incenso a simboleggiare l’essenza divina del Cristo. Uno degli incappucciati dirige la litania:
– O Dio, creatore e custode di ogni cosa, concedici di essere ministri della tua carità secondo lo spirito del Tuo Verbo.
– Per questo ti preghiamo – risponde in coro la folla.
– O Padre, concedici di giungere alla perfezione della carità evangelica.
– Per questo ti preghiamo.
– O Padre, santifica con il tuo Santo Spirito i nostri corpi infetti.
– Per questo ti preghiamo
– Signore Gesù, benedici le nostre carni martoriate.
– Per questo ti preghiamo.
I flagelli con cui si percuotono sono composti da una specie di bastone dal quale, sul davanti, pendono tre robuste corde con grossi nodi a loro volta attraversati da spine di ferro incrociate, molto appuntite, che li passano da parte a parte sporgendo dal nodo stesso per la lunghezza di un chicco di riso o anche più. Con questi strumenti i disgraziati si battono il busto nudo, così che si gonfia, assume una colorazione bluastra, si deforma, mentre il sangue scorre in ogni direzione imbrattando il selciato.
– Signore, donaci la forza di portare insieme ogni pena che incontriamo sul nostro cammino.
– Per questo ti preghiamo.
– Signore, accompagnaci nella missione della vita terrena per ritrovarci uniti per sempre nella gioia del tuo Regno.
– Per questo ti preghiamo.
– Signore, nostro Padre e nostro Dio, per la rinuncia alle tentazioni di questa vita terrena voglia tu accogliere le nostre speranze per il mondo che verrà.
– Per questo ti preghiamo – fa eco quella congrega di fanatici.
Alcuni si configgono spine di ferro in profondità nella carne, nelle cosce, al punto che per toglierle devono fare ripetuti tentativi, poi ricominciare. Le donne si tirano i capelli, a volte ne rimangono ciuffi nelle mani, stramazzano a terra e urlano, indemoniate, si strappano le vesti, tutto un contorno di isteria collettiva.
– E aiutaci a preparare l’avvento del regno dello spirito, donaci la salvezza eterna.
– AMEN! – Risponde all’unisono la moltitudine, ed è un segnale.
La processione riprende. L’uomo osserva questa macabra rappresentazione, la mortificazione della carne, spettacolo osceno. La sua convinzione si fa sempre più forte. Ormai la risposta l’ha avuta, ora si tratta di apporre il sigillo.
– È per placare l’ira divina – dice ingenuamente la donna che lo richiama alla realtà, tanto per dire.
Lui si volta di scatto, vede la purezza fatta persona che con un cenno del capo lo invita a restare, gli occhi languidi, profondi, incantevoli, lo reclamano. L’uomo getta un rapido sguardo al bambino, ritorna alla donna, abbassa la testa per vestire il cappellaccio nero, un vecchio Stetson a tesa larga e calotta schiacciata, apre la porta, la chiude dietro sé.
È l’oste che lo blocca sulla veranda.
– Mi sembri più rilassato, quasi un’altra persona, anche se non hai perso l’aspetto di uno che sembra aver fatto molto cammino, più ti quanto la tua età potrebbe far supporre. Mi sbaglio?
– Così sembrerebbe. No, non sbagli.
– Ne valeva la pena?
– E chi lo sa! Per la carne, forse. Solo per quello.
– Carne? Che stai dicendo?
[…]

Mauro Giovanelli – Genova

Estratto da “Il leggio a nove posizioni” – Codice ISBN: 9788892306882 acquistabile on-line sul sito lafeltrinelli.it e presso le Librerie Feltrinelli di tutta Italia.

Immagine in evidenza: disegni dell’artista toscano Fulvio Leoncini – dimensioni cm 21×30 ciascuno – cod. 789-2015 figura femminile – cod. 783-2015 figura maschile – Fotomontaggio eseguito dall’Autore

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LA GRANDE BELLEZZA

LA GRANDE BELLEZZA

La grande bellezza narra degli italiani nati durante l’ultima guerra, poco prima, un attimo dopo. Quelli che nella cornice più bella del mondo hanno aggredito gli anni ’60, ci sono cresciuti dentro e si sono formati, dagli orecchioni e la voce stridula, alla pubertà, lo sviluppo completo e la tempesta di testosterone che li ha travolti. Ma non erano soli. Con loro i grandi della letteratura, gli immortali registi, le musiche travolgenti e appassionate dei nostri cantautori, il genio di questo popolo. Intorno panorami e monumenti stupefacenti, l’origine della civiltà, e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana con tutte le sue contraddizioni. Di ciò si sono nutriti, beati, e pure degli amori clandestini nei fienili durante le vacanze estive in campagna, “per far cambiare aria al ragazzo” dicevano le mamme. Tutto questo ha regalato loro il sogno e la speranza, li ha aiutati a immaginare il domani.
Oggi sono stanchi, delusi, scollati da una realtà che non gli appartiene e si limitano a considerare la pochezza della più squallida e strapagata classe dirigente del pianeta, mentre i loro figli, sbigottiti da tale, tanta e incomprensibile stupidità vorrebbero recuperare l’energia della ragazzina, artista suo malgrado, per scagliare secchiate di colore sullo sbiadito panorama che gli hanno sistemato di fronte.
L’opera di Sorrentino è la commemorazione del cinema, la chiave di volta che distribuisce il carico delle rappresentazioni di tutti i grandi della cultura nazionale e la domanda che Jep pone con apprensione alla coppia di amici “ma voi che fate stasera?” è lo smarrimento di Gassman dopo l’ultimo, fatale sorpasso, il saluto di Mastroianni che non riesce a udire il richiamo innocente della giovane, le sue parole, e si allontana nell’oblio di un’illusione, la dolce vita.
Probabilmente è di questo che parla l’unico libro scritto da Jep Gambardella, del diritto alla bellezza che ti fa accettare il senso di fine con serenità quando il vissuto ti presenta il catalogo di ciò che hai raccolto.
Il film è un’opera d’arte compiuta che non ti stancheresti mai di guardare, non ha fine, e dopo i titoli di coda potresti ritornare al metafisico ballo iniziale senza renderti conto di alcun stacco, come ammirare un altro quadro, e poi nuovamente da capo, sempre diverso, e ancora una volta nella storia infinita. È cinema “nostro” come nessun altro lo è mai stato, almeno così intimamente, e rivolgendosi all’apparato umano delle nuove generazioni cerca di comunicare ciò che i padri, di fronte allo sfacelo quotidiano di questo splendido Paese, non sono più in grado di fare. Con la sua espressione disincantata Jep li mette in guardia, dice ai giovani italiani “lottate e riappropriatevi del vostro patrimonio culturale, prezioso, unico, strappatelo dalle mani degli stupratori del futuro”.
Regia, sceneggiatura, fotografia e interpretazione magistrali sono le sfaccettature di un cristallo perfetto, tanto che Toni Servillo non sarà più quello di prima, da oggi è solo e soltanto Jep, e Verdone non uscirà mai dal Romano stritolato dal peso della città eterna. Fra musiche da lasciarti senza fiato la Ferilli ha fissato in Ramona la sua incomparabile bellezza senza età.
La galleria di fotografie che il padre fece ogni giorno al figlio, esposte in quella fantastica e surreale collezione, sono l’inutile tentativo di fermare l’attimo, recuperare e dilatare lo spazio che ci comprime e Jep, nell’osservarle, sa che “tutte quelle immagini andranno perdute nel tempo come granelli di sabbia nel deserto”. Chissà che non sia proprio questo, il deserto, a dare l’ispirazione al protagonista per scrivere un nuovo romanzo e realizzare ciò che non è riuscito a Flaubert. Raccontare il nulla da cui ripartire.

Mauro Giovanelli – Genova

Immagine in evidenza ricavata dal web

Pubblicato su “Il Secolo XIX” del 9 marzo 2014 pag. 43 con il titolo “La grande bellezza è un dono per i nostri figli”.

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POSTFAZIONE

Ogni recensione sul film di Sorrentino l’ho trovata didascalica, i critici rimangono in superficie descrivendo la città eterna così come viene magnificamente fotografata dall’assistente del regista limitandosi in alcuni casi a sfiorare appena le problematiche dei personaggi, quindi la decadenza che tutto coinvolge (anche ciò che non si vede, la periferia e un intero Paese), trascurandone alcuni che dovrebbero essere posti in primo piano per la simbologia che si è voluto dar loro. Ad esempio Romano (Carlo Verdone), l’unico vero amico di Jep (Toni Servillo) ed il solo a raggiungere il “troppo pieno” decidendo di fuggire, tornare alle proprie radici, pur nel momento in cui viene finalmente applaudito al termine della sua rappresentazione (commoventi le parole pronunciate). La performance della maga ingannatrice Talia Concept (Anita Kravos) all’oscuro delle “vibrazioni” delle quali il giornalista Gambardella chiede reiterate ed inutili spiegazioni, la bimba artista suo malgrado che lancia secchiate di colore al vuoto telone unica eredità che la generazione precedente è riuscita a trasmettere ai giovani (il vuoto esistenziale). Il boss mafioso del terrazzo sovrastante l’appartamento di Jep, l’uomo misterioso che non veste “Catellani” e solo verso la fine, al momento del suo arresto, gli dà la risposta circa il sarto cui si rivolge, “Rebecchi” aggiungendo, nel mostrare le manette ai polsi, che “persone come me hanno sorretto e continuano a farlo le sorti del Paese, produttive, non come i perditempo dell’aristocrazia e alta società romana”.
La Roma de “La grande bellezza” è sì una meraviglia ma tale aspetto è circoscritto all’inizio quando, accompagnato da una travolgente musica sacra, il turista giapponese si stacca dal gruppo per andare alla balaustra da cui può ammirare il panorama straordinario della città più bella del mondo, tanto da rimanerne folgorato.
Quasi tutti cadono nell’errore di fare un parallelo con Fellini ma la pellicola nulla ha a che fare con il grande Maestro che muoveva i suoi personaggi in una dimensione onirica (a parte “La strada” a mio avviso il suo capolavoro ed a seguire “La dolce vita”) poiché questo film è una feroce condanna dell’intera società che senza rendersene conto corre all’impazzata verso il precipizio come un branco di gnu. Ciò è molto ben espresso nella conclusione del battibecco fra la scrittrice radical chic Stefania (Galatea Ranzi) e Jep quando quest’ultimo le spiattella la verità (la medesima subirà una trasformazione abbandonando tutto per andare a far beneficenza in Africa). Ecco le parole conclusive Di Gambardella: “Stefania, madre e donna, hai 53 anni e una vita devastata come tutti noi. Anziché disprezzarci e farci la morale dovresti vederci con affetto e tenera solidarietà. Siamo tutti sull’orlo della disperazione e abbiamo un unico rimedio: farci compagnia e prenderci un po’ in giro.” Infatti è giusto tu l’abbia rimarcato “Solo pochissimi personaggi si accorgono di essere sull’orlo del precipizio, ma gli altri non solo non si scostano, ma ci si buttano dentro.”
E’ un trucco, la vita è un trucco, personalmente la definisco una pagliacciata se vai ad analizzarla al microscopio polarizzatore ed il solo momento di vera tenerezza, abbandono, oserei dire un ritorno all’umano che il protagonista ritrova si chiama Ramona (Sabrina Ferilli).
Per non dilungarmi troppo direi che Suor Maria “La Santa” (Giusi Merli), il Cardinale Bellucci (Roberto Herlitzka), il prete che ordina Champagne Cristal al ristorante dove Jep e Ramona incontrano Antonello Venditti (recita se stesso) e finanche il chirurgo plastico Alfio Bracco (Massimo Popolizio) o presunto tale che inietta botulino a 700 €uro al minuto chiedendo il doppio per le suore, ebbene tutti rappresentano la contraddizione del cattolicesimo nonché la corruzione e disattesa parola di Cristo all’interno del Vaticano. I due funerali, in particolare quello del figlio di Viola (Pamela Villoresi), sofferente di depressione e suicidatosi, sono il simbolo dell’ipocrisia incorniciato dalla descrizione che ne dà Jep definendo l’evento “l’appuntamento mondano par excellence”. L’altro, quello di Ramona, è solo menzionato.
Il film si chiude con Jep Gambardella che osserva il relitto della “Concordia” all’isola del Giglio, raffigurazione del crollo di una Nazione, obbrobrio sdraiato su un fianco, immobile, ma la mente dello scrittore va al primo grande amore non consumato (e qui ne avrei da dire), Elisa De Santis (Annaluisa Capasa), puro, vero, autentico ed in quel ricordo ritroverà la forza, chissà, di scrivere il suo secondo libro.
Oltre la sublime colonna sonora c’è da segnalare una delle più belle canzoni in assoluto di musica leggera: Loredana Bertè di “Zona Venerdì.

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

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