Tutti gli articoli di mauro.giovanelli

Nato a Genova, asilo, elementari, medie, università, percorso netto, lineare, sempre regolato da lettura e scrittura anche nel tempo susseguente. Ufficiale di complemento per bizzarra circostanza, dirigente d’azienda per necessità, insegnante per passione, imprenditore per presunzione, immobiliarista per occorrenza, ricercatore, visionario e altro ancora che all’istante non ricordo. Esploratore del mondo e indagatore della natura umana, scrittore e articolista. (Quod scripsi, scripsi) Giovanni: 19,22

HANNO SCRITTO PER MAURO GIOVANELLI: Ilaria Orzo “La poesia di Mauro Giovanelli”, note critiche su “LE MUSE” – Bimestrale per il mondo dell’Arte e della Cultura – Anno XVIII – Aprile 2018 – pag. 38

Versi liberi che evocano nostalgia: Questi sono i componimenti di Mauro Giovanelli. Colonna portante delle sue parole, mezzo utilizzato per dar voce ai pensieri, è il suo amore per la letteratura.
Le poesie trattano temi differenti, ma in ciascuna di esse è palpabile lo struggente sentimento nostalgico. Esso viene declinato e sviscerato in tutte le sue forme.
C’è la nostalgia per la patria. Quasi come se l’autore fosse un Leopardi moderno non riesce a staccarsi da ciò che è stato e volge lo sguardo a Recanati, accarezzando le gesta del grande vate, con umiltà e rimostranza.
Nostalgico è anche l’amore perduto. Il poeta si rivolge alla sua Silvia, l’amore andato, la rievoca, le parla, le spiega. C’è anche la malinconia per la cara madre. Con tono pasoliniano, si rivolge a lei, alla donna che gli ha donato la vita e che sempre sarà accanto a lui con grande affetto. Non ha dimenticato alcunché del suo passato. Tutto è perennemente vivido in lui. Ma questo universo non si accompagna solo alla malinconia e alla tristezza: Se inizialmente si lascia andare ai sentimenti di rabbia e delusione, successivamente giungerà alla conclusione che i tempi andati sono per lui dolci ricordi dell’anima e monito per vivere il presente. Il suo passato è il migliore insegnante, ricco di esperienze intense e indimenticabili. Ed è da lì che trae la speranza calmiera, come si evince da alcuni versi estratti dal componimento “Eterna carezza”:
[…] Così attenderò sereno / il giungere del nostro segnale, / vedrei il film che abbiamo vissuto, / mi immergerei negli impulsi / generati dai nostri corpi / palpito dopo palpito. / Con pazienza, senza fretta, /aspetterò la fine / /[…]
Pochi virtuosismi, solo tante importanti parole pregne di significato che sottolineano il suo attaccamento al sapere e la sua attenzione nei confronti del bello e dell’assoluto necessario: Figura femminile vissuta con trasporto e instancabile passione.
È difficile rimanere impassibili all’intensità dei suoi sentimenti, descritti e raccontati senza filtri mediante versi intrisi di pathos che si animano.
Notevole risulta la capacità comunicativa dell’autore in grado di creare nel lettore quella preziosa relazione empatica, abilità dei grandi poeti. I versi del Giovanelli sono racconti, schegge autentiche che disegnano l’animo dell’artista. Le sue parole sono pennellate, sfumature emotive, giochi cromatici del cuore che raccontano la sua sentimentale fragilità, in un intreccio di vibranti sensazioni.
Ilaria Orzo – Note critiche – “LE MUSE” Bimestrale per il mondo dell’Arte e della Cultura – Anno XVIII – Aprile 2018 – pag. 38

HANNO SCRITTO PER MAURO GIOVANELLI: Dario Rossi Speranza, 16 luglio 2018, elogio inserito quale presentazione a “PULSIONALE POESIA III MILLENNIO” “2a Edizione – Vertigo Edizioni srl – Roma

Mauro, sei proprio una cara persona, ricca di risorse e sorprese, come non volerti bene, il tuo magma intellettuale si auto produce senza pause in gran profusione e così accade che la tua copiosa messe venga giù come un fiume carsico che filtra in ogni dove e non conosce ostacoli. In questo tuo precipuo tratto ti vedo, se me lo concedi, molto somigliante nell’impeto, nel volume, nel massivo impatto e nella “follia” al geniale padre di Zarathustra, novello Nietzsche postmoderno, anche alquanto nichilista ed esistenziale, con il quale condividi la gran Virtù di scrivere argomentare e produrre Senso anche “senza pensare” come confessava alla sua rigorosa Coscienza il gran pensatore di Röcken. Ma non sarò certo io a censurarti nella tua iperattività caro amico mio, perché noi siamo involontari complici nell’aggressione totale ai Saperi ed alla Conoscenza. Siamo troppo simili per non sostenerci a vicenda sino all’ultima strenua parola immagine o pensiero! Anche se il Filosofo asseriva che “nessuno è perfezione”, noi tendiamo sovente a quella, la lambiamo pericolosamente e siamo costantemente molestati dal suo pensiero. Ma non per nutrire scioccamente i nostri rispettivi Ego, giammai potremmo essere vanagloriosi o peggio narcisi, ma solo per rendere più fruibile ed allettante la nostra produzione e per sopravvivere a noi stessi provando a vincere la Caducità dell’Essere, dell’Esistere e delle Cose tutte attraverso la Ricerca senza tregua nella Bellezza, Verità e Conoscenza Universale, che da Forma incolore senza consistenza quale oggi noi siamo si traduca in Essenza primigenia di ogni inizio, a dispetto di quel Dio troppo assente nella drammatica Vicenda Umana…

Dario Rossi Speranza, New York/Milano for Mauro Giovanelli.

HANNO SCRITTO PER MAURO GIOVANELLI: Luana Bottacin, 16 luglio 2018, per “PULSIONALE POESIA III MILLENNIO” 1a Edizione – Vertigo Edizioni srl – Roma

Racchiudere in pochi paragrafi un’opera di più di trecento pagine non è semplice, tanto più se, man mano che si procede nella lettura, si riporta alla luce un insieme che non è fatto soltanto di versi poetici. Mauro rivela senz’altro, oltre al possedere doti eccelse di scrittura, un bagaglio culturale che abbraccia le arti e le scienze più disparate: e coloro che l’hanno aiutato nella stesura e nella composizione del libro lo testimoniano, attraverso le fotografie, le riproduzioni di quadri, i disegni, i commenti in calce alla poesia…l’autore è senza dubbio una personalità che non lascia niente al caso, quanto alle sue idee sul mondo e sulla società.

Uno degli elementi più significativi dell’opera è l’amore, che assume via via una componente sensuale, visivamente e stilisticamente propria dell’Eros decantato da Nietzsche e dai suoi discepoli; parole e immagini si ricalcano sulla carta in una forma che ai più può apparire morbosamente intrigante, perfino la scelta lessicale si aggrappa su una parete tendenziosamente lussuriosa, velatamente erotica, in un susseguirsi di situazioni che rischierebbero di essere imbarazzanti. Dal mio punto di vista, però, Mauro non si spinge a questo: perché nella sua poesia c’è ben di più di un carosello di foto “oscene”, di termini che stridono con la morale, di considerazioni puramente soggettive sulla società e sull’umanità in movimento.

L’amore per la donna si mescola a quello più universalmente vicino per gli uomini retti, deboli, che non cadono schiavi delle trappole del progresso…la visione del mondo è spesso affiancata alle equazioni matematiche, ma non in un sistema che voglia ridurre del suo significato il sentimento e l’anima. Mauro si annida nei meandri del Cosmo senza perdere il filo che gli consenta di tornare con i piedi sulla Terra, è una figura ricca di complessità ma sicuramente un uomo coerente nel suo pensiero, la cui prosa ridondante (non lo si prenda come un difetto) si getta e si riversa sui fogli come un fiume. Il libro è una summa di molteplici elementi, che richiedono pause di riflessione; e nel suo insieme, un quadro articolato nel quale i temi universali di amore, morte, guerra, convivenza, si muovono in binari talvolta distinti, talvolta amalgamati con sapiente tecnica e padronanza di stile.
Luana Bottacin

“Settantanove scritti o giù di lì” – Vita, amore, morte, i soliti discorsi… / “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…

Prefazione

Cosa ci spinge a scrivere poesia? Noi crediamo sia la necessità di dare forma spirituale alla sequenza di parole, restituire al pensiero il candore di una rosa, la morbidezza di un petalo, la soavità del profumo di un giardino in fioritura.
La poesia è, in fondo, un bocciolo dell’anima e, proprio come l’omaggio floreale, sa essere dono inaspettato e forse, proprio per questo, maggiormente gradito. Ogni verso è bellezza unica che arriva al cuore e lì rimane perché eterno, non nell’immobile restare a memoria, ma nel rinnovarsi costante nell’animo del lettore che decide di farlo proprio, di assorbirne la linfa infusa dall’Autore nell’atto della creazione.
La poesia è trionfo ed eredità, è decidere di lasciare la parte più nobile di sé non solo a una discendenza di sangue ma anche a coloro che semplicemente varcheranno le porte di questa vita dopo di noi.
Mauro Giovanelli ama la poesia, la accudisce, la cresce, la vivifica, la immortala, persino la santifica quando decide di farne elemento sacro, non solo da venerare ma da proteggere e amare sopra ogni cosa.
È per questo che nel corso della sua vita, ha dedicato a essa gran parte del suo impegno, anzi, della sua dedizione, e se è stato capace di dare alle stampe diverse raccolte, ora è pronto per un progetto più complesso, più intenso, realizzare appunto un’antologia delle sue opere arricchita da testi esclusivi, ciò che siamo qui oggi a presentarvi insieme a brani in nuova edizione già pubblicati.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” è il titolo di quest’ambiziosa raccolta, valorizzata dalla traduzione in inglese a fronte, per cui il titolo aggiuntivo “Seventy-nine and a half writings – Life, love, death and the usual…”.
La raccolta contiene testi di “Pulsionale, poesia III Millennio”, 1a e 2a edizione, e “Le tessere del pàmpano”, entrambe Vertigo Edizioni, oltre a recenti produzioni inedite, quali Il cimitero delle api, Pulsione, Ti amo, L’altra faccia di Giacomo Leopardi (Ancóra), Il tuo spessore, Quel che resta, Riproverò, Annichiliti, Tomba bisoma per citarne alcune.
A colpirci, negli scritti precedenti, c’era stata un’innata poliedricità, capace di esprimersi con un verso sorprendente, “attivo”, nel modo di organismo vivente privo dell’intenzione d’adagiarsi semplicemente sulla pagina ma in grado di rifulgere a ogni tocco, sguardo, come se da questi traesse nutrimento e al passaggio del lettore facesse sbocciare un nuovo elemento interpretativo.
In Pulsionale (1a edizione), per esempio, a questo discorso si affiancava anche un elemento artistico aggiuntivo, poiché il testo era stato arricchito da quelle che ci piace definire impressioni d’arte «…riproduzioni inserite dall’Autore di opere presenti nella sua collezione privata, immagini familiari storiche, foto da lui stesso scattate e altre universalmente conosciute per il loro valore artistico…» (dalla Prefazione alla prima edizione). Tale pubblicazione, dunque, è stata un’esperienza pregnante, come se Mauro Giovanelli avesse voluto farci sentire circondati dalla lirica e dall’arte, avvolti dalla bellezza, alla maniera di un abbraccio sensuale e affettuoso allo stesso tempo, un caldo invito a stringerci al riparo delle sensazioni sotto la portentosa protezione della creatività che emoziona, e lasciarsi trasportare in un mondo sconosciuto, accogliente come nessun altro mai.
A traghettarci nei successivi lavori, fino a “Le tessere del pàmpano”, la sottile capacità intellettuale dell’Autore che affonda le sue radici in una conoscenza che non è didascalica ma appassionata, dunque vera e sincera, ricca di stimoli e instancabilmente “vogliosa” di nuove scoperte, inesauribile sete di comprensione.
Proprio quest’atteggiamento è ciò che gli ha permesso di dare voce a un’esigenza nata in concomitanza ai tragici eventi vissuti negli ultimi diciotto mesi, un periodo che sembra drammaticamente lungo per l’impronta lasciata su tutti noi e che ancora oggi non siamo capaci di tarare in base alle nostre esistenze attuali. Ed è con questa silloge che Mauro Giovanelli dimostra non solo capacità adattative da un punto di vista artistico ma anche spiccata propensione di rimanere al passo con i tempi ed esserne innovatore, cercando nella poesia l’esatto spunto per salpare alla ricerca di esperienze incisive frutto di un’urgenza vigorosa che nasce sì dal disagio, ma anche da quell’innata capacità dell’uomo di non fermarsi alle difficoltà e superarle, anche quando sia ancora impossibile comprenderne l’effettiva portata. È, in fondo, quella resilienza che s’invoca in continuazione, ma a pochi è data la capacità di metterla in pratica.
I nuovi componimenti non giungono inattesi – come si può, infatti, arrestare l’onda creatrice? – ma necessariamente accolti, perfino voluti, fiduciosi che pure questa volta l’Autore sarebbe stato capace di offrire un apporto sincero e produttivo al nostro desiderio di ascolto. Infatti, il florilegio interno alla raccolta spazia in un’espressività strutturale varia; alcune, per esempio, molto vicine alla prosa (pensiamo a un testo come “Il tuo spessore”, di cui riportiamo alcuni passaggi) con un verso più lungo, articolato, energico flusso di coscienza che necessita d’infiniti elementi, quasi fossero appigli di senso per una rapidissima scalata alla consapevolezza. Da lettore ci si sente partecipi di un breve monologo fatto nella solitudine della propria anima ma con l’ardente desiderio che sia condiviso con chi sappia realmente ascoltare.

[…]
… sai, alla fine una cosa m’è rimasta impressa, non ci crederesti, anch’io fatico a spiegarmi, neppure saprei in che modo descriverlo, o rispondere al perché mi ricordo quel pomeriggio assolato, cicaleccio lontano, luce fredda e tagliente del giorno, insomma voglio dire, tu stavi seduta su un sasso a margine del sentiero, aria sbarazzina, ginocchia unite, piedi divaricati, calzini bianchi, lo sguardo, ma non è questo, è quando ci coricammo sul prato, io ti venni sopra, mai potrò dimenticare il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo […]
(Il tuo spessore)

A questi brani si affianca una scelta più contenuta, minimalista, quasi aforistica che intende scandagliare il significato primordiale dell’uomo, come se l’interrogativo sul mistero della vita si fosse fatto impellente e non più procrastinabile. Sentiamo che l’idea stessa dell’essere uomini è stata ribaltata, non semplicemente stravolta, e percepiamo forte questa ricerca del nostro posto nel mondo.

[…]
La domanda non è
“Che cos’è l’universo?”,
la domanda è
“Io ero previsto? E perché?”. […]
(A caso)

Anche:

[…]
È poeta chi scrive sotto dettatura di un alto principio convertendone l’idioma a lingua universale. […]
(È poeta…)

La scelta di una metafora potente come quella dell’ape operaia nel componimento “Il cimitero delle api” è rappresentativa: la forma di vita che più simbolizza l’insetto verso un’agonia lenta che sembrerebbe inarrestabile per mancanza di volontà da parte di chi potrebbe fare qualcosa, rabbia e impotenza che si uniscono in una desolazione che sfiora i lidi stessi di quella umana, e viene da chiedersi se si stia parlando solo delle api e non di ciascuno di noi, in una simbiosi che è fratellanza ancestrale.
Rimane una sensazione struggente e cruda nel lettore ma che non sovrasta la consapevolezza di possedere la chiave per superare tutto questo, è il desiderio di un mondo migliore, è quella stessa poesia cui affidiamo i nostri messaggi e che desideriamo divulgare, come un volo d’api, a portare polline salvifico ovunque, pure nello spazio siderale che l’Autore apre alla vista:

[…]
Nulla so di te, distante la tua luce,
mentre perviene, narra il passato,
ma del tuo fulgore assorbo ogni stilla,
mi disseta e fortifica,
sorgente di vita indica la via
da seguire per annullare spazio fra noi,
così da annichilirci all’infinito
in una sola sostanza ogni volta
più lieve nel liberare energia.
In virtù di un principio ignoto
sei destinata a me,
il resto è vuoto. […]

Non di rado la visione del mondo di Mauro Giovanelli lambisce le equazioni matematiche, le leggi della fisica, ma non in un sistema che intenda ridurre di significato il sentimento e l’anima, al contrario per dargli respiro, esaltarli nel tentativo di possederne la formula. L’Autore si annida nei meandri del Cosmo senza perdere il filo che gli consenta di tornare sulla Terra, è una figura ricca di complessità ma sicuramente uomo coerente nel suo pensiero, la cui prosa si getta e si riversa sui fogli come un fiume. Ogni suo libro è una summa di molteplici elementi che necessita anche di pause di riflessione, rilettura, e il loro insieme vanno a plasmare un quadro articolato dove i temi universali di vita, amore e morte si muovono in binari talvolta distinti, talvolta amalgamati con sapiente tecnica e padronanza di stile.
Buona lettura, e buon viaggio.
The Editors

Preface

What drives us to write poetry? It is our belief that it is the necessity to endow word sequences with spiritual form, to restore to our thought the candour of a rose, the soft touch of a petal, the agreeable scent of a garden in flower.
Essentially, poetry is a bud of the soul and, just like the month of May in full bloom, it knows how to be an unexpected gift and perhaps for this very reason it is more appreciated. Every line of verse is unique beauty which reaches the heart and therein remains because it is eternal, not a motionless sojourn in the memory – on the contrary, in constant renewal in the soul of the reader who decides to make it his own, absorbing the sap infused by the poet at the moment of creation.
Poetry is triumph and heritage, it is a decision to bequeath the most noble part of oneself not only to blood descendants but also to all those who will simply pass through the doors of this life after us.
Mauro Giovanelli loves poerty, he tends to it, he cultivates it, he gives life to it, he immortalizes it, he even sanctifies it when he decides to make it a sacred element, not only to be venerated but also to be protected and loved above all else.
This is why in the course of his life he has endeavoured devotedly, indeed totally committed himself – if he has succeeded in having various collections published, now he is ready for a more complex and intense project. It comes in the form of an anthology of his works, comprising exclusive texts now presented alongside already published pieces, all in a new edition.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” is the title of this ambitious collection, along with the parallel text presented in English, entitled “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…”.
The collection includes texts from “Pulsionale, poesia III Millennio, 1a e 2a edizione” and “Le tessere del pàmpano”, both published by Vertigo Edizioni, as well as recent, first-time productions, such as “The cemetery of the bees”, “Pulsion”, “I love you”, “The other side of Giacomo Leopardi”, “Your thickness”, “What remains”, “I shall try again”, “Annihilated”, “Bisomus tomb” – to mention but a few.
In the previous writings what struck the reader was an innate versatility, capable of expressing itself in lines of verse apt to take by surprise, “active” as a living organism devoid of any plan to simply recline on the page. Giovanelli’s poetry is, indeed, capable of glowing at every touch, glance, as if whence it drew nourishment and, once passed on to the reader, it causes a new element of interpretation to blossom.
In Pulsionale (1a edizione), for example, such a claim is boasted by an adjoining artistic element, since the text had been enriched by what we like to define as art impressions, «…the poet includes reproductions of works belonging to his private collection of historical family pictures, photographs taken by the poet himself and others of universal acclaim because of their artistic merit…» (from Preface to the first edition). Hence, such a publication constituted an experience of some wealth, as if Mauro Giovanelli had wished to let us feel surrounded by lyric poetry and art, wrapped in beauty, in the fashion of an embrace both affectionate and sensual, a warm invitation to cling to each other in the shelter of the sensations under the portentous protection of the creativity which excites and allows itself to be carried to an unknown world – welcoming like no other before.
It is the poet’s subtle intellectual capacity which ferries us across to the ensuing works, up to “Le tessere del pàmpano”; his roots are anchored in a knowledge which is no mere caption but passion, hence true and sincere, rich in stimuli and tirelessly “desirous” for new discoveries, a boundless thirst for understanding.
It is this very attitude which has allowed him to give voice to a demand come to life in conjunction with the tragic events experienced over these past eighteen months – a period which seems dramatically prolonged because of the mark left on all of us and even now we are still unable to gauge re respective present existences. It is with this anthology that Mauro Giovanelli shows his ability to adapt not only from an artistic point of view but also with an unmistakable inclination to keep apace with the times and innovate, seeking in poetry the exact cue so as to set out in search of incisive experiences, the fruit of vigorous urgency which certainly hails from discomfort, but also from that inborn ability of man not to give in when faced with adversity; the choice is to face this latter, even when it remains impossible to grasp the effective full scope. The poet possesses a continually triggered resilience which few are granted the ability to put into practice.
The new components do not arrive unexpectedly – indeed, how can you halt the creative wave? Through necessity they are accepted, even expected, by the reader confident that this time too the poet might be able to offer a sincere and productive contribution to our desire to listen. As a matter of fact, as it appears in the volume, the florilegium covers a range of varied structural expressiveness; for example, some are very close to prose (consider the text “Il tuo spessore”, of which some excerpts are reported) with longer more articulated lines bordering on an energetic stream of consciousness requiring infinite elements – almost as if footholds for lightning ascent to awareness. The reader feels a part of a brief monologue created in the solitude of his own soul but with the ardent desire to have it shared with whoever truly knows how to listen.

[…]
you know, in the end one thing remained impressed upon me, you would not believe it, I myself have got difficulty in explaining, and I would not know how to describe it, or to answer why I remember that sunny afternoon, distant babble, cold and cutting light of the day, in a word, I mean, you were sitting to one side on a stone along the path, saucy air about you, knees together, feet outspread, white socks, your look, but this is not the point, it is when we lay down on the grass, I got on top of you, never will I be able to forget the supple volume, yes the substance of your body […]
(Your thickness)

These pieces are accompanied by a more contained, minimalist, almost aphoristic choice which is aimed at sounding the primordial meaning of man, as if the question on the mystery of life had become compelling and no longer deferrable. We sense that the very idea of being humans has been not simply altered but overturned and the search for our place in the world is perceived as enormous.

[…]
The question is not
“what is the universe?”,
the question is
“was I planned? And why?”. […]
(At random)

Also consider:

[…]
A poet is whoever writes,
under dictation,
about a high principle
converting its tongue
to a universal language. […]
(A poet is…)

The choice of a powerful metaphor such as the worker bee in the composition “The cemetery of the bees” is indicative. Witnessed is a form of life most akin to the insect’s in a slow agony, which might seem ceaseless for lack of will on the part of whoever could do something, anger and impotence which unite in a desolation which impinges upon the very shores of man’s existence, and the question is begged as to whether we are talking merely of bees or of each one of us, in a symbiosis which is ancestral brotherhood.
A heart-rending and raw sensation remains in the reader but it does not tower above the awareness of possessing the key to overcome all this, it is the desire for a better world, it is that same poem we entrust our messages to and which we wish to divulge, like the flight of the bee as he carries redeeming pollen, even in the sidereal space which the poet opens to our vision:

[…]
I know nothing about you, distant is your light,
as it arrives, narrates the past,
but of your radiance I absorb every drop,
it quenches my thirst and strengthens me,
life’s source show me which turning
to take in order to nullify space between us,
so as to annihilate us towards infinity
making us one sole substance
each time lighter in releasing energy.
Thanks to an unknown principle
you are destined to me,
everything else is emptiness. […]
(Annihilated)

It is not infrequent for the vision of Mauro Giovanelli’s world to approach mathematical equations and the laws of physics, but not in a system designed to reduce the meaning of sentiment and the soul, on the contrary it affords them breath, exalting the same in the attempt to possess the formula. The poet nestles in the meanders of the Cosmos without losing the thread which allows him to return to Earth, he is a figure rich in complexity and most certainly a man consistent in his thought, a man whose prose empties itself, spilling onto paper as would a river. His every book is a sum of multiple elements requiring pauses for reflection, re-reading and their totality go on to mould an articulated picture where the universal themes of life, love and death move along tracks at times separate, at times intersecting – the technique is knowing and the style that of a master.
Enjoy the read and the trip.
The Editors

“Settantanove scritti o giù di lì” – Vita, amore, morte, i soliti discorsi… / “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…

Prefazione

Cosa ci spinge a scrivere poesia? Noi crediamo sia la necessità di dare forma spirituale alla sequenza di parole, restituire al pensiero il candore di una rosa, la morbidezza di un petalo, la soavità del profumo di un giardino in fioritura.
La poesia è, in fondo, un bocciolo dell’anima e, proprio come l’omaggio floreale, sa essere dono inaspettato e forse, proprio per questo, maggiormente gradito. Ogni verso è bellezza unica che arriva al cuore e lì rimane perché eterno, non nell’immobile restare a memoria, ma nel rinnovarsi costante nell’animo del lettore che decide di farlo proprio, di assorbirne la linfa infusa dall’Autore nell’atto della creazione.
La poesia è trionfo ed eredità, è decidere di lasciare la parte più nobile di sé non solo a una discendenza di sangue ma anche a coloro che semplicemente varcheranno le porte di questa vita dopo di noi.
Mauro Giovanelli ama la poesia, la accudisce, la cresce, la vivifica, la immortala, persino la santifica quando decide di farne elemento sacro, non solo da venerare ma da proteggere e amare sopra ogni cosa.
È per questo che nel corso della sua vita, ha dedicato a essa gran parte del suo impegno, anzi, della sua dedizione, e se è stato capace di dare alle stampe diverse raccolte, ora è pronto per un progetto più complesso, più intenso, realizzare appunto un’antologia delle sue opere arricchita da testi esclusivi, ciò che siamo qui oggi a presentarvi insieme a brani in nuova edizione già pubblicati.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” è il titolo di quest’ambiziosa raccolta, valorizzata dalla traduzione in inglese a fronte, per cui il titolo aggiuntivo “Seventy-nine and a half writings – Life, love, death and the usual…”.
La raccolta contiene testi di “Pulsionale, poesia III Millennio”, 1a e 2a edizione, e “Le tessere del pàmpano”, entrambe Vertigo Edizioni, oltre a recenti produzioni inedite, quali Il cimitero delle api, Pulsione, Ti amo, L’altra faccia di Giacomo Leopardi (Ancóra), Il tuo spessore, Quel che resta, Riproverò, Annichiliti, Tomba bisoma per citarne alcune.
A colpirci, negli scritti precedenti, c’era stata un’innata poliedricità, capace di esprimersi con un verso sorprendente, “attivo”, nel modo di organismo vivente privo dell’intenzione d’adagiarsi semplicemente sulla pagina ma in grado di rifulgere a ogni tocco, sguardo, come se da questi traesse nutrimento e al passaggio del lettore facesse sbocciare un nuovo elemento interpretativo.
In Pulsionale (1a edizione), per esempio, a questo discorso si affiancava anche un elemento artistico aggiuntivo, poiché il testo era stato arricchito da quelle che ci piace definire impressioni d’arte «…riproduzioni inserite dall’Autore di opere presenti nella sua collezione privata, immagini familiari storiche, foto da lui stesso scattate e altre universalmente conosciute per il loro valore artistico…» (dalla Prefazione alla prima edizione). Tale pubblicazione, dunque, è stata un’esperienza pregnante, come se Mauro Giovanelli avesse voluto farci sentire circondati dalla lirica e dall’arte, avvolti dalla bellezza, alla maniera di un abbraccio sensuale e affettuoso allo stesso tempo, un caldo invito a stringerci al riparo delle sensazioni sotto la portentosa protezione della creatività che emoziona, e lasciarsi trasportare in un mondo sconosciuto, accogliente come nessun altro mai.
A traghettarci nei successivi lavori, fino a “Le tessere del pàmpano”, la sottile capacità intellettuale dell’Autore che affonda le sue radici in una conoscenza che non è didascalica ma appassionata, dunque vera e sincera, ricca di stimoli e instancabilmente “vogliosa” di nuove scoperte, inesauribile sete di comprensione.
Proprio quest’atteggiamento è ciò che gli ha permesso di dare voce a un’esigenza nata in concomitanza ai tragici eventi vissuti negli ultimi diciotto mesi, un periodo che sembra drammaticamente lungo per l’impronta lasciata su tutti noi e che ancora oggi non siamo capaci di tarare in base alle nostre esistenze attuali. Ed è con questa silloge che Mauro Giovanelli dimostra non solo capacità adattative da un punto di vista artistico ma anche spiccata propensione di rimanere al passo con i tempi ed esserne innovatore, cercando nella poesia l’esatto spunto per salpare alla ricerca di esperienze incisive frutto di un’urgenza vigorosa che nasce sì dal disagio, ma anche da quell’innata capacità dell’uomo di non fermarsi alle difficoltà e superarle, anche quando sia ancora impossibile comprenderne l’effettiva portata. È, in fondo, quella resilienza che s’invoca in continuazione, ma a pochi è data la capacità di metterla in pratica.
I nuovi componimenti non giungono inattesi – come si può, infatti, arrestare l’onda creatrice? – ma necessariamente accolti, perfino voluti, fiduciosi che pure questa volta l’Autore sarebbe stato capace di offrire un apporto sincero e produttivo al nostro desiderio di ascolto. Infatti, il florilegio interno alla raccolta spazia in un’espressività strutturale varia; alcune, per esempio, molto vicine alla prosa (pensiamo a un testo come “Il tuo spessore”, di cui riportiamo alcuni passaggi) con un verso più lungo, articolato, energico flusso di coscienza che necessita d’infiniti elementi, quasi fossero appigli di senso per una rapidissima scalata alla consapevolezza. Da lettore ci si sente partecipi di un breve monologo fatto nella solitudine della propria anima ma con l’ardente desiderio che sia condiviso con chi sappia realmente ascoltare.

[…]
… sai, alla fine una cosa m’è rimasta impressa, non ci crederesti, anch’io fatico a spiegarmi, neppure saprei in che modo descriverlo, o rispondere al perché mi ricordo quel pomeriggio assolato, cicaleccio lontano, luce fredda e tagliente del giorno, insomma voglio dire, tu stavi seduta su un sasso a margine del sentiero, aria sbarazzina, ginocchia unite, piedi divaricati, calzini bianchi, lo sguardo, ma non è questo, è quando ci coricammo sul prato, io ti venni sopra, mai potrò dimenticare il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo […]
(Il tuo spessore)

A questi brani si affianca una scelta più contenuta, minimalista, quasi aforistica che intende scandagliare il significato primordiale dell’uomo, come se l’interrogativo sul mistero della vita si fosse fatto impellente e non più procrastinabile. Sentiamo che l’idea stessa dell’essere uomini è stata ribaltata, non semplicemente stravolta, e percepiamo forte questa ricerca del nostro posto nel mondo.

[…]
La domanda non è
“Che cos’è l’universo?”,
la domanda è
“Io ero previsto? E perché?”. […]
(A caso)

Anche:

[…]
È poeta chi scrive sotto dettatura di un alto principio convertendone l’idioma a lingua universale. […]
(È poeta…)

La scelta di una metafora potente come quella dell’ape operaia nel componimento “Il cimitero delle api” è rappresentativa: la forma di vita che più simbolizza l’insetto verso un’agonia lenta che sembrerebbe inarrestabile per mancanza di volontà da parte di chi potrebbe fare qualcosa, rabbia e impotenza che si uniscono in una desolazione che sfiora i lidi stessi di quella umana, e viene da chiedersi se si stia parlando solo delle api e non di ciascuno di noi, in una simbiosi che è fratellanza ancestrale.
Rimane una sensazione struggente e cruda nel lettore ma che non sovrasta la consapevolezza di possedere la chiave per superare tutto questo, è il desiderio di un mondo migliore, è quella stessa poesia cui affidiamo i nostri messaggi e che desideriamo divulgare, come un volo d’api, a portare polline salvifico ovunque, pure nello spazio siderale che l’Autore apre alla vista:

[…]
Nulla so di te, distante la tua luce,
mentre perviene, narra il passato,
ma del tuo fulgore assorbo ogni stilla,
mi disseta e fortifica,
sorgente di vita indica la via
da seguire per annullare spazio fra noi,
così da annichilirci all’infinito
in una sola sostanza ogni volta
più lieve nel liberare energia.
In virtù di un principio ignoto
sei destinata a me,
il resto è vuoto. […]

Non di rado la visione del mondo di Mauro Giovanelli lambisce le equazioni matematiche, le leggi della fisica, ma non in un sistema che intenda ridurre di significato il sentimento e l’anima, al contrario per dargli respiro, esaltarli nel tentativo di possederne la formula. L’Autore si annida nei meandri del Cosmo senza perdere il filo che gli consenta di tornare sulla Terra, è una figura ricca di complessità ma sicuramente uomo coerente nel suo pensiero, la cui prosa si getta e si riversa sui fogli come un fiume. Ogni suo libro è una summa di molteplici elementi che necessita anche di pause di riflessione, rilettura, e il loro insieme vanno a plasmare un quadro articolato dove i temi universali di vita, amore e morte si muovono in binari talvolta distinti, talvolta amalgamati con sapiente tecnica e padronanza di stile.
Buona lettura, e buon viaggio.
The Editors

Preface

What drives us to write poetry? It is our belief that it is the necessity to endow word sequences with spiritual form, to restore to our thought the candour of a rose, the soft touch of a petal, the agreeable scent of a garden in flower.
Essentially, poetry is a bud of the soul and, just like the month of May in full bloom, it knows how to be an unexpected gift and perhaps for this very reason it is more appreciated. Every line of verse is unique beauty which reaches the heart and therein remains because it is eternal, not a motionless sojourn in the memory – on the contrary, in constant renewal in the soul of the reader who decides to make it his own, absorbing the sap infused by the poet at the moment of creation.
Poetry is triumph and heritage, it is a decision to bequeath the most noble part of oneself not only to blood descendants but also to all those who will simply pass through the doors of this life after us.
Mauro Giovanelli loves poerty, he tends to it, he cultivates it, he gives life to it, he immortalizes it, he even sanctifies it when he decides to make it a sacred element, not only to be venerated but also to be protected and loved above all else.
This is why in the course of his life he has endeavoured devotedly, indeed totally committed himself – if he has succeeded in having various collections published, now he is ready for a more complex and intense project. It comes in the form of an anthology of his works, comprising exclusive texts now presented alongside already published pieces, all in a new edition.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” is the title of this ambitious collection, along with the parallel text presented in English, entitled “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…”.
The collection includes texts from “Pulsionale, poesia III Millennio, 1a e 2a edizione” and “Le tessere del pàmpano”, both published by Vertigo Edizioni, as well as recent, first-time productions, such as “The cemetery of the bees”, “Pulsion”, “I love you”, “The other side of Giacomo Leopardi”, “Your thickness”, “What remains”, “I shall try again”, “Annihilated”, “Bisomus tomb” – to mention but a few.
In the previous writings what struck the reader was an innate versatility, capable of expressing itself in lines of verse apt to take by surprise, “active” as a living organism devoid of any plan to simply recline on the page. Giovanelli’s poetry is, indeed, capable of glowing at every touch, glance, as if whence it drew nourishment and, once passed on to the reader, it causes a new element of interpretation to blossom.
In Pulsionale (1a edizione), for example, such a claim is boasted by an adjoining artistic element, since the text had been enriched by what we like to define as art impressions, «…the poet includes reproductions of works belonging to his private collection of historical family pictures, photographs taken by the poet himself and others of universal acclaim because of their artistic merit…» (from Preface to the first edition). Hence, such a publication constituted an experience of some wealth, as if Mauro Giovanelli had wished to let us feel surrounded by lyric poetry and art, wrapped in beauty, in the fashion of an embrace both affectionate and sensual, a warm invitation to cling to each other in the shelter of the sensations under the portentous protection of the creativity which excites and allows itself to be carried to an unknown world – welcoming like no other before.
It is the poet’s subtle intellectual capacity which ferries us across to the ensuing works, up to “Le tessere del pàmpano”; his roots are anchored in a knowledge which is no mere caption but passion, hence true and sincere, rich in stimuli and tirelessly “desirous” for new discoveries, a boundless thirst for understanding.
It is this very attitude which has allowed him to give voice to a demand come to life in conjunction with the tragic events experienced over these past eighteen months – a period which seems dramatically prolonged because of the mark left on all of us and even now we are still unable to gauge re respective present existences. It is with this anthology that Mauro Giovanelli shows his ability to adapt not only from an artistic point of view but also with an unmistakable inclination to keep apace with the times and innovate, seeking in poetry the exact cue so as to set out in search of incisive experiences, the fruit of vigorous urgency which certainly hails from discomfort, but also from that inborn ability of man not to give in when faced with adversity; the choice is to face this latter, even when it remains impossible to grasp the effective full scope. The poet possesses a continually triggered resilience which few are granted the ability to put into practice.
The new components do not arrive unexpectedly – indeed, how can you halt the creative wave? Through necessity they are accepted, even expected, by the reader confident that this time too the poet might be able to offer a sincere and productive contribution to our desire to listen. As a matter of fact, as it appears in the volume, the florilegium covers a range of varied structural expressiveness; for example, some are very close to prose (consider the text “Il tuo spessore”, of which some excerpts are reported) with longer more articulated lines bordering on an energetic stream of consciousness requiring infinite elements – almost as if footholds for lightning ascent to awareness. The reader feels a part of a brief monologue created in the solitude of his own soul but with the ardent desire to have it shared with whoever truly knows how to listen.

[…]
you know, in the end one thing remained impressed upon me, you would not believe it, I myself have got difficulty in explaining, and I would not know how to describe it, or to answer why I remember that sunny afternoon, distant babble, cold and cutting light of the day, in a word, I mean, you were sitting to one side on a stone along the path, saucy air about you, knees together, feet outspread, white socks, your look, but this is not the point, it is when we lay down on the grass, I got on top of you, never will I be able to forget the supple volume, yes the substance of your body […]
(Your thickness)

These pieces are accompanied by a more contained, minimalist, almost aphoristic choice which is aimed at sounding the primordial meaning of man, as if the question on the mystery of life had become compelling and no longer deferrable. We sense that the very idea of being humans has been not simply altered but overturned and the search for our place in the world is perceived as enormous.

[…]
The question is not
“what is the universe?”,
the question is
“was I planned? And why?”. […]
(At random)

Also consider:

[…]
A poet is whoever writes,
under dictation,
about a high principle
converting its tongue
to a universal language. […]
(A poet is…)

The choice of a powerful metaphor such as the worker bee in the composition “The cemetery of the bees” is indicative. Witnessed is a form of life most akin to the insect’s in a slow agony, which might seem ceaseless for lack of will on the part of whoever could do something, anger and impotence which unite in a desolation which impinges upon the very shores of man’s existence, and the question is begged as to whether we are talking merely of bees or of each one of us, in a symbiosis which is ancestral brotherhood.
A heart-rending and raw sensation remains in the reader but it does not tower above the awareness of possessing the key to overcome all this, it is the desire for a better world, it is that same poem we entrust our messages to and which we wish to divulge, like the flight of the bee as he carries redeeming pollen, even in the sidereal space which the poet opens to our vision:

[…]
I know nothing about you, distant is your light,
as it arrives, narrates the past,
but of your radiance I absorb every drop,
it quenches my thirst and strengthens me,
life’s source show me which turning
to take in order to nullify space between us,
so as to annihilate us towards infinity
making us one sole substance
each time lighter in releasing energy.
Thanks to an unknown principle
you are destined to me,
everything else is emptiness. […]
(Annihilated)

It is not infrequent for the vision of Mauro Giovanelli’s world to approach mathematical equations and the laws of physics, but not in a system designed to reduce the meaning of sentiment and the soul, on the contrary it affords them breath, exalting the same in the attempt to possess the formula. The poet nestles in the meanders of the Cosmos without losing the thread which allows him to return to Earth, he is a figure rich in complexity and most certainly a man consistent in his thought, a man whose prose empties itself, spilling onto paper as would a river. His every book is a sum of multiple elements requiring pauses for reflection, re-reading and their totality go on to mould an articulated picture where the universal themes of life, love and death move along tracks at times separate, at times intersecting – the technique is knowing and the style that of a master.
Enjoy the read and the trip.
The Editors

“Settantanove scritti o giù di lì” – Vita, amore, morte, i soliti discorsi… “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…

Prefazione

Cosa ci spinge a scrivere poesia? Noi crediamo sia la necessità di dare forma spirituale alla sequenza di parole, restituire al pensiero il candore di una rosa, la morbidezza di un petalo, la soavità del profumo di un giardino in fioritura.
La poesia è, in fondo, un bocciolo dell’anima e, proprio come l’omaggio floreale, sa essere dono inaspettato e forse, proprio per questo, maggiormente gradito. Ogni verso è bellezza unica che arriva al cuore e lì rimane perché eterno, non nell’immobile restare a memoria, ma nel rinnovarsi costante nell’animo del lettore che decide di farlo proprio, di assorbirne la linfa infusa dall’Autore nell’atto della creazione.
La poesia è trionfo ed eredità, è decidere di lasciare la parte più nobile di sé non solo a una discendenza di sangue ma anche a coloro che semplicemente varcheranno le porte di questa vita dopo di noi.
Mauro Giovanelli ama la poesia, la accudisce, la cresce, la vivifica, la immortala, persino la santifica quando decide di farne elemento sacro, non solo da venerare ma da proteggere e amare sopra ogni cosa.
È per questo che nel corso della sua vita, ha dedicato a essa gran parte del suo impegno, anzi, della sua dedizione, e se è stato capace di dare alle stampe diverse raccolte, ora è pronto per un progetto più complesso, più intenso, realizzare appunto un’antologia delle sue opere arricchita da testi esclusivi, ciò che siamo qui oggi a presentarvi insieme a brani in nuova edizione già pubblicati.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” è il titolo di quest’ambiziosa raccolta, valorizzata dalla traduzione in inglese a fronte, per cui il titolo aggiuntivo “Seventy-nine and a half writings – Life, love, death and the usual…”.
La raccolta contiene testi di “Pulsionale, poesia III Millennio”, 1a e 2a edizione, e “Le tessere del pàmpano”, entrambe Vertigo Edizioni, oltre a recenti produzioni inedite, quali Il cimitero delle api, Pulsione, Ti amo, L’altra faccia di Giacomo Leopardi (Ancóra), Il tuo spessore, Quel che resta, Riproverò, Annichiliti, Tomba bisoma per citarne alcune.
A colpirci, negli scritti precedenti, c’era stata un’innata poliedricità, capace di esprimersi con un verso sorprendente, “attivo”, nel modo di organismo vivente privo dell’intenzione d’adagiarsi semplicemente sulla pagina ma in grado di rifulgere a ogni tocco, sguardo, come se da questi traesse nutrimento e al passaggio del lettore facesse sbocciare un nuovo elemento interpretativo.
In Pulsionale (1a edizione), per esempio, a questo discorso si affiancava anche un elemento artistico aggiuntivo, poiché il testo era stato arricchito da quelle che ci piace definire impressioni d’arte «…riproduzioni inserite dall’Autore di opere presenti nella sua collezione privata, immagini familiari storiche, foto da lui stesso scattate e altre universalmente conosciute per il loro valore artistico…» (dalla Prefazione alla prima edizione). Tale pubblicazione, dunque, è stata un’esperienza pregnante, come se Mauro Giovanelli avesse voluto farci sentire circondati dalla lirica e dall’arte, avvolti dalla bellezza, alla maniera di un abbraccio sensuale e affettuoso allo stesso tempo, un caldo invito a stringerci al riparo delle sensazioni sotto la portentosa protezione della creatività che emoziona, e lasciarsi trasportare in un mondo sconosciuto, accogliente come nessun altro mai.
A traghettarci nei successivi lavori, fino a “Le tessere del pàmpano”, la sottile capacità intellettuale dell’Autore che affonda le sue radici in una conoscenza che non è didascalica ma appassionata, dunque vera e sincera, ricca di stimoli e instancabilmente “vogliosa” di nuove scoperte, inesauribile sete di comprensione.
Proprio quest’atteggiamento è ciò che gli ha permesso di dare voce a un’esigenza nata in concomitanza ai tragici eventi vissuti negli ultimi diciotto mesi, un periodo che sembra drammaticamente lungo per l’impronta lasciata su tutti noi e che ancora oggi non siamo capaci di tarare in base alle nostre esistenze attuali. Ed è con questa silloge che Mauro Giovanelli dimostra non solo capacità adattative da un punto di vista artistico ma anche spiccata propensione di rimanere al passo con i tempi ed esserne innovatore, cercando nella poesia l’esatto spunto per salpare alla ricerca di esperienze incisive frutto di un’urgenza vigorosa che nasce sì dal disagio, ma anche da quell’innata capacità dell’uomo di non fermarsi alle difficoltà e superarle, anche quando sia ancora impossibile comprenderne l’effettiva portata. È, in fondo, quella resilienza che s’invoca in continuazione, ma a pochi è data la capacità di metterla in pratica.
I nuovi componimenti non giungono inattesi – come si può, infatti, arrestare l’onda creatrice? – ma necessariamente accolti, perfino voluti, fiduciosi che pure questa volta l’Autore sarebbe stato capace di offrire un apporto sincero e produttivo al nostro desiderio di ascolto. Infatti, il florilegio interno alla raccolta spazia in un’espressività strutturale varia; alcune, per esempio, molto vicine alla prosa (pensiamo a un testo come “Il tuo spessore”, di cui riportiamo alcuni passaggi) con un verso più lungo, articolato, energico flusso di coscienza che necessita d’infiniti elementi, quasi fossero appigli di senso per una rapidissima scalata alla consapevolezza. Da lettore ci si sente partecipi di un breve monologo fatto nella solitudine della propria anima ma con l’ardente desiderio che sia condiviso con chi sappia realmente ascoltare.

[…]
… sai, alla fine una cosa m’è rimasta impressa, non ci crederesti, anch’io fatico a spiegarmi, neppure saprei in che modo descriverlo, o rispondere al perché mi ricordo quel pomeriggio assolato, cicaleccio lontano, luce fredda e tagliente del giorno, insomma voglio dire, tu stavi seduta su un sasso a margine del sentiero, aria sbarazzina, ginocchia unite, piedi divaricati, calzini bianchi, lo sguardo, ma non è questo, è quando ci coricammo sul prato, io ti venni sopra, mai potrò dimenticare il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo […]
(Il tuo spessore)

A questi brani si affianca una scelta più contenuta, minimalista, quasi aforistica che intende scandagliare il significato primordiale dell’uomo, come se l’interrogativo sul mistero della vita si fosse fatto impellente e non più procrastinabile. Sentiamo che l’idea stessa dell’essere uomini è stata ribaltata, non semplicemente stravolta, e percepiamo forte questa ricerca del nostro posto nel mondo.

[…]
La domanda non è
“Che cos’è l’universo?”,
la domanda è
“Io ero previsto? E perché?”. […]
(A caso)

Anche:

[…]
È poeta chi scrive sotto dettatura di un alto principio convertendone l’idioma a lingua universale. […]
(È poeta…)

La scelta di una metafora potente come quella dell’ape operaia nel componimento “Il cimitero delle api” è rappresentativa: la forma di vita che più simbolizza l’insetto verso un’agonia lenta che sembrerebbe inarrestabile per mancanza di volontà da parte di chi potrebbe fare qualcosa, rabbia e impotenza che si uniscono in una desolazione che sfiora i lidi stessi di quella umana, e viene da chiedersi se si stia parlando solo delle api e non di ciascuno di noi, in una simbiosi che è fratellanza ancestrale.
Rimane una sensazione struggente e cruda nel lettore ma che non sovrasta la consapevolezza di possedere la chiave per superare tutto questo, è il desiderio di un mondo migliore, è quella stessa poesia cui affidiamo i nostri messaggi e che desideriamo divulgare, come un volo d’api, a portare polline salvifico ovunque, pure nello spazio siderale che l’Autore apre alla vista:

[…]
Nulla so di te, distante la tua luce,
mentre perviene, narra il passato,
ma del tuo fulgore assorbo ogni stilla,
mi disseta e fortifica,
sorgente di vita indica la via
da seguire per annullare spazio fra noi,
così da annichilirci all’infinito
in una sola sostanza ogni volta
più lieve nel liberare energia.
In virtù di un principio ignoto
sei destinata a me,
il resto è vuoto. […]

Non di rado la visione del mondo di Mauro Giovanelli lambisce le equazioni matematiche, le leggi della fisica, ma non in un sistema che intenda ridurre di significato il sentimento e l’anima, al contrario per dargli respiro, esaltarli nel tentativo di possederne la formula. L’Autore si annida nei meandri del Cosmo senza perdere il filo che gli consenta di tornare sulla Terra, è una figura ricca di complessità ma sicuramente uomo coerente nel suo pensiero, la cui prosa si getta e si riversa sui fogli come un fiume. Ogni suo libro è una summa di molteplici elementi che necessita anche di pause di riflessione, rilettura, e il loro insieme vanno a plasmare un quadro articolato dove i temi universali di vita, amore e morte si muovono in binari talvolta distinti, talvolta amalgamati con sapiente tecnica e padronanza di stile.
Buona lettura, e buon viaggio.
The Editors

Preface

What drives us to write poetry? It is our belief that it is the necessity to endow word sequences with spiritual form, to restore to our thought the candour of a rose, the soft touch of a petal, the agreeable scent of a garden in flower.
Essentially, poetry is a bud of the soul and, just like the month of May in full bloom, it knows how to be an unexpected gift and perhaps for this very reason it is more appreciated. Every line of verse is unique beauty which reaches the heart and therein remains because it is eternal, not a motionless sojourn in the memory – on the contrary, in constant renewal in the soul of the reader who decides to make it his own, absorbing the sap infused by the poet at the moment of creation.
Poetry is triumph and heritage, it is a decision to bequeath the most noble part of oneself not only to blood descendants but also to all those who will simply pass through the doors of this life after us.
Mauro Giovanelli loves poerty, he tends to it, he cultivates it, he gives life to it, he immortalizes it, he even sanctifies it when he decides to make it a sacred element, not only to be venerated but also to be protected and loved above all else.
This is why in the course of his life he has endeavoured devotedly, indeed totally committed himself – if he has succeeded in having various collections published, now he is ready for a more complex and intense project. It comes in the form of an anthology of his works, comprising exclusive texts now presented alongside already published pieces, all in a new edition.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” is the title of this ambitious collection, along with the parallel text presented in English, entitled “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…”.
The collection includes texts from “Pulsionale, poesia III Millennio, 1a e 2a edizione” and “Le tessere del pàmpano”, both published by Vertigo Edizioni, as well as recent, first-time productions, such as “The cemetery of the bees”, “Pulsion”, “I love you”, “The other side of Giacomo Leopardi”, “Your thickness”, “What remains”, “I shall try again”, “Annihilated”, “Bisomus tomb” – to mention but a few.
In the previous writings what struck the reader was an innate versatility, capable of expressing itself in lines of verse apt to take by surprise, “active” as a living organism devoid of any plan to simply recline on the page. Giovanelli’s poetry is, indeed, capable of glowing at every touch, glance, as if whence it drew nourishment and, once passed on to the reader, it causes a new element of interpretation to blossom.
In Pulsionale (1a edizione), for example, such a claim is boasted by an adjoining artistic element, since the text had been enriched by what we like to define as art impressions, «…the poet includes reproductions of works belonging to his private collection of historical family pictures, photographs taken by the poet himself and others of universal acclaim because of their artistic merit…» (from Preface to the first edition). Hence, such a publication constituted an experience of some wealth, as if Mauro Giovanelli had wished to let us feel surrounded by lyric poetry and art, wrapped in beauty, in the fashion of an embrace both affectionate and sensual, a warm invitation to cling to each other in the shelter of the sensations under the portentous protection of the creativity which excites and allows itself to be carried to an unknown world – welcoming like no other before.
It is the poet’s subtle intellectual capacity which ferries us across to the ensuing works, up to “Le tessere del pàmpano”; his roots are anchored in a knowledge which is no mere caption but passion, hence true and sincere, rich in stimuli and tirelessly “desirous” for new discoveries, a boundless thirst for understanding.
It is this very attitude which has allowed him to give voice to a demand come to life in conjunction with the tragic events experienced over these past eighteen months – a period which seems dramatically prolonged because of the mark left on all of us and even now we are still unable to gauge re respective present existences. It is with this anthology that Mauro Giovanelli shows his ability to adapt not only from an artistic point of view but also with an unmistakable inclination to keep apace with the times and innovate, seeking in poetry the exact cue so as to set out in search of incisive experiences, the fruit of vigorous urgency which certainly hails from discomfort, but also from that inborn ability of man not to give in when faced with adversity; the choice is to face this latter, even when it remains impossible to grasp the effective full scope. The poet possesses a continually triggered resilience which few are granted the ability to put into practice.
The new components do not arrive unexpectedly – indeed, how can you halt the creative wave? Through necessity they are accepted, even expected, by the reader confident that this time too the poet might be able to offer a sincere and productive contribution to our desire to listen. As a matter of fact, as it appears in the volume, the florilegium covers a range of varied structural expressiveness; for example, some are very close to prose (consider the text “Il tuo spessore”, of which some excerpts are reported) with longer more articulated lines bordering on an energetic stream of consciousness requiring infinite elements – almost as if footholds for lightning ascent to awareness. The reader feels a part of a brief monologue created in the solitude of his own soul but with the ardent desire to have it shared with whoever truly knows how to listen.

[…]
you know, in the end one thing remained impressed upon me, you would not believe it, I myself have got difficulty in explaining, and I would not know how to describe it, or to answer why I remember that sunny afternoon, distant babble, cold and cutting light of the day, in a word, I mean, you were sitting to one side on a stone along the path, saucy air about you, knees together, feet outspread, white socks, your look, but this is not the point, it is when we lay down on the grass, I got on top of you, never will I be able to forget the supple volume, yes the substance of your body […]
(Your thickness)

These pieces are accompanied by a more contained, minimalist, almost aphoristic choice which is aimed at sounding the primordial meaning of man, as if the question on the mystery of life had become compelling and no longer deferrable. We sense that the very idea of being humans has been not simply altered but overturned and the search for our place in the world is perceived as enormous.

[…]
The question is not
“what is the universe?”,
the question is
“was I planned? And why?”. […]
(At random)

Also consider:

[…]
A poet is whoever writes,
under dictation,
about a high principle
converting its tongue
to a universal language. […]
(A poet is…)

The choice of a powerful metaphor such as the worker bee in the composition “The cemetery of the bees” is indicative. Witnessed is a form of life most akin to the insect’s in a slow agony, which might seem ceaseless for lack of will on the part of whoever could do something, anger and impotence which unite in a desolation which impinges upon the very shores of man’s existence, and the question is begged as to whether we are talking merely of bees or of each one of us, in a symbiosis which is ancestral brotherhood.
A heart-rending and raw sensation remains in the reader but it does not tower above the awareness of possessing the key to overcome all this, it is the desire for a better world, it is that same poem we entrust our messages to and which we wish to divulge, like the flight of the bee as he carries redeeming pollen, even in the sidereal space which the poet opens to our vision:

[…]
I know nothing about you, distant is your light,
as it arrives, narrates the past,
but of your radiance I absorb every drop,
it quenches my thirst and strengthens me,
life’s source show me which turning
to take in order to nullify space between us,
so as to annihilate us towards infinity
making us one sole substance
each time lighter in releasing energy.
Thanks to an unknown principle
you are destined to me,
everything else is emptiness. […]
(Annihilated)

It is not infrequent for the vision of Mauro Giovanelli’s world to approach mathematical equations and the laws of physics, but not in a system designed to reduce the meaning of sentiment and the soul, on the contrary it affords them breath, exalting the same in the attempt to possess the formula. The poet nestles in the meanders of the Cosmos without losing the thread which allows him to return to Earth, he is a figure rich in complexity and most certainly a man consistent in his thought, a man whose prose empties itself, spilling onto paper as would a river. His every book is a sum of multiple elements requiring pauses for reflection, re-reading and their totality go on to mould an articulated picture where the universal themes of life, love and death move along tracks at times separate, at times intersecting – the technique is knowing and the style that of a master.
Enjoy the read and the trip.
The Editors

Nota del traduttore

Le prerogative dello scrivere in modo creativo potrebbero facilmente comprendere l’arcano. Il commento nel saggio critico dell’introduzione sul flusso della coscienza di Mauro Giovanelli viene accolto calorosamente.

La promessa

Cosa ci spinge a scrivere poesia? Noi crediamo sia la necessità di dare forma spirituale alla sequenza di parole, restituire al pensiero il candore di una rosa, la morbidezza di un petalo, la soavità del profumo di un giardino in fioritura.
La poesia è, in fondo, un bocciolo dell’anima e, proprio come l’omaggio floreale, sa essere dono inaspettato e forse, proprio per questo, maggiormente gradito. Ogni verso è bellezza unica che arriva al cuore e lì rimane perché eterno, non nell’immobile restare a memoria, ma nel rinnovarsi costante nell’animo del lettore che decide di farlo proprio, di assorbirne la linfa infusa dall’Autore nell’atto della creazione.
La poesia è trionfo ed eredità, è decidere di lasciare la parte più nobile di sé non solo a una discendenza di sangue ma anche a coloro che semplicemente varcheranno le porte di questa vita dopo di noi.
Mauro Giovanelli ama la poesia, la accudisce, la cresce, la vivifica, la immortala, persino la santifica quando decide di farne elemento sacro, non solo da venerare ma da proteggere e amare sopra ogni cosa.
È per questo che nel corso della sua vita, ha dedicato a essa gran parte del suo impegno, anzi, della sua dedizione, e se è stato capace di dare alle stampe diverse raccolte, ora è pronto per un progetto più complesso, più intenso, realizzare appunto un’antologia delle sue opere arricchita da testi esclusivi, ciò che siamo qui oggi a presentarvi insieme a brani in nuova edizione già pubblicati.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” è il titolo di quest’ambiziosa raccolta, valorizzata dalla traduzione in inglese a fronte, per cui il titolo aggiuntivo “Seventy-nine and a half writings – Life, love, death and the usual…”.
La raccolta contiene testi di “Pulsionale, poesia III Millennio”, 1a e 2a edizione, e “Le tessere del pàmpano”, entrambe Vertigo Edizioni, oltre a recenti produzioni inedite, quali Il cimitero delle api, Pulsione, Ti amo, L’altra faccia di Giacomo Leopardi (Ancóra), Il tuo spessore, Quel che resta, Riproverò, Annichiliti, Tomba bisoma per citarne alcune.
A colpirci, negli scritti precedenti, c’era stata un’innata poliedricità, capace di esprimersi con un verso sorprendente, “attivo”, nel modo di organismo vivente privo dell’intenzione d’adagiarsi semplicemente sulla pagina ma in grado di rifulgere a ogni tocco, sguardo, come se da questi traesse nutrimento e al passaggio del lettore facesse sbocciare un nuovo elemento interpretativo.
In Pulsionale (1a edizione), per esempio, a questo discorso si affiancava anche un elemento artistico aggiuntivo, poiché il testo era stato arricchito da quelle che ci piace definire impressioni d’arte «…riproduzioni inserite dall’Autore di opere presenti nella sua collezione privata, immagini familiari storiche, foto da lui stesso scattate e altre universalmente conosciute per il loro valore artistico…» (dalla Prefazione alla prima edizione). Tale pubblicazione, dunque, è stata un’esperienza pregnante, come se Mauro Giovanelli avesse voluto farci sentire circondati dalla lirica e dall’arte, avvolti dalla bellezza, alla maniera di un abbraccio sensuale e affettuoso allo stesso tempo, un caldo invito a stringerci al riparo delle sensazioni sotto la portentosa protezione della creatività che emoziona, e lasciarsi trasportare in un mondo sconosciuto, accogliente come nessun altro mai.
A traghettarci nei successivi lavori, fino a “Le tessere del pàmpano”, la sottile capacità intellettuale dell’Autore che affonda le sue radici in una conoscenza che non è didascalica ma appassionata, dunque vera e sincera, ricca di stimoli e instancabilmente “vogliosa” di nuove scoperte, inesauribile sete di comprensione.
Proprio quest’atteggiamento è ciò che gli ha permesso di dare voce a un’esigenza nata in concomitanza ai tragici eventi vissuti negli ultimi diciotto mesi, un periodo che sembra drammaticamente lungo per l’impronta lasciata su tutti noi e che ancora oggi non siamo capaci di tarare in base alle nostre esistenze attuali. Ed è con questa silloge che Mauro Giovanelli dimostra non solo capacità adattative da un punto di vista artistico ma anche spiccata propensione di rimanere al passo con i tempi ed esserne innovatore, cercando nella poesia l’esatto spunto per salpare alla ricerca di esperienze incisive frutto di un’urgenza vigorosa che nasce sì dal disagio, ma anche da quell’innata capacità dell’uomo di non fermarsi alle difficoltà e superarle, anche quando sia ancora impossibile comprenderne l’effettiva portata. È, in fondo, quella resilienza che s’invoca in continuazione, ma a pochi è data la capacità di metterla in pratica.
I nuovi componimenti non giungono inattesi – come si può, infatti, arrestare l’onda creatrice? – ma necessariamente accolti, perfino voluti, fiduciosi che pure questa volta l’Autore sarebbe stato capace di offrire un apporto sincero e produttivo al nostro desiderio di ascolto. Infatti, il florilegio interno alla raccolta spazia in un’espressività strutturale varia; alcune, per esempio, molto vicine alla prosa (pensiamo a un testo come “Il tuo spessore”, di cui riportiamo alcuni passaggi) con un verso più lungo, articolato, energico flusso di coscienza che necessita d’infiniti elementi, quasi fossero appigli di senso per una rapidissima scalata alla consapevolezza. Da lettore ci si sente partecipi di un breve monologo fatto nella solitudine della propria anima ma con l’ardente desiderio che sia condiviso con chi sappia realmente ascoltare.

© Copyright 2021 Mauro Giovanelli – “Settantanove scritti o giù di lì”, vita, amore, morte, i soliti discorsi… – “Seventy-nine writings or thereabouts”, life, love, death and the usual…

Distribuzione: Su ordinazione presso tutte le librerie, on-line, o tramite il sito www.ilmiolibro.it, su Amazon, IBS e in tutti i punti vendita Feltrinelli.

Prefazione

[…]
… sai, alla fine una cosa m’è rimasta impressa, non ci crederesti, anch’io fatico a spiegarmi, neppure saprei in che modo descriverlo, o rispondere al perché mi ricordo quel pomeriggio assolato, cicaleccio lontano, luce fredda e tagliente del giorno, insomma voglio dire, tu stavi seduta su un sasso a margine del sentiero, aria sbarazzina, ginocchia unite, piedi divaricati, calzini bianchi, lo sguardo, ma non è questo, è quando ci coricammo sul prato, io ti venni sopra, mai potrò dimenticare il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo […]
(Il tuo spessore)

A questi brani si affianca una scelta più contenuta, minimalista, quasi aforistica che intende scandagliare il significato primordiale dell’uomo, come se l’interrogativo sul mistero della vita si fosse fatto impellente e non più procrastinabile. Sentiamo che l’idea stessa dell’essere uomini è stata ribaltata, non semplicemente stravolta, e percepiamo forte questa ricerca del nostro posto nel mondo.

[…]
La domanda non è
“Che cos’è l’universo?”,
la domanda è
“Io ero previsto? E perché?”. […]
(A caso)

Anche:

[…]
È poeta chi scrive sotto dettatura di un alto principio convertendone l’idioma a lingua universale. […]
(È poeta…)

La scelta di una metafora potente come quella dell’ape operaia nel componimento “Il cimitero delle api” è rappresentativa: la forma di vita che più simbolizza l’insetto verso un’agonia lenta che sembrerebbe inarrestabile per mancanza di volontà da parte di chi potrebbe fare qualcosa, rabbia e impotenza che si uniscono in una desolazione che sfiora i lidi stessi di quella umana, e viene da chiedersi se si stia parlando solo delle api e non di ciascuno di noi, in una simbiosi che è fratellanza ancestrale.
Rimane una sensazione struggente e cruda nel lettore ma che non sovrasta la consapevolezza di possedere la chiave per superare tutto questo, è il desiderio di un mondo migliore, è quella stessa poesia cui affidiamo i nostri messaggi e che desideriamo divulgare, come un volo d’api, a portare polline salvifico ovunque, pure nello spazio siderale che l’Autore apre alla vista:

[…]
Nulla so di te, distante la tua luce,
mentre perviene, narra il passato,
ma del tuo fulgore assorbo ogni stilla,
mi disseta e fortifica,
sorgente di vita indica la via
da seguire per annullare spazio fra noi,
così da annichilirci all’infinito
in una sola sostanza ogni volta
più lieve nel liberare energia.
In virtù di un principio ignoto
sei destinata a me,
il resto è vuoto. […]

Non di rado la visione del mondo di Mauro Giovanelli lambisce le equazioni matematiche, le leggi della fisica, ma non in un sistema che intenda ridurre di significato il sentimento e l’anima, al contrario per dargli respiro, esaltarli nel tentativo di possederne la formula. L’Autore si annida nei meandri del Cosmo senza perdere il filo che gli consenta di tornare sulla Terra, è una figura ricca di complessità ma sicuramente uomo coerente nel suo pensiero, la cui prosa si getta e si riversa sui fogli come un fiume. Ogni suo libro è una summa di molteplici elementi che necessita anche di pause di riflessione, rilettura, e il loro insieme vanno a plasmare un quadro articolato dove i temi universali di vita, amore e morte si muovono in binari talvolta distinti, talvolta amalgamati con sapiente tecnica e padronanza di stile.
Buona lettura, e buon viaggio.
The Editors

Preface

What drives us to write poetry? It is our belief that it is the necessity to endow word sequences with spiritual form, to restore to our thought the candour of a rose, the soft touch of a petal, the agreeable scent of a garden in flower.
Essentially, poetry is a bud of the soul and, just like the month of May in full bloom, it knows how to be an unexpected gift and perhaps for this very reason it is more appreciated. Every line of verse is unique beauty which reaches the heart and therein remains because it is eternal, not a motionless sojourn in the memory – on the contrary, in constant renewal in the soul of the reader who decides to make it his own, absorbing the sap infused by the poet at the moment of creation.
Poetry is triumph and heritage, it is a decision to bequeath the most noble part of oneself not only to blood descendants but also to all those who will simply pass through the doors of this life after us.
Mauro Giovanelli loves poerty, he tends to it, he cultivates it, he gives life to it, he immortalizes it, he even sanctifies it when he decides to make it a sacred element, not only to be venerated but also to be protected and loved above all else.
This is why in the course of his life he has endeavoured devotedly, indeed totally committed himself – if he has succeeded in having various collections published, now he is ready for a more complex and intense project. It comes in the form of an anthology of his works, comprising exclusive texts now presented alongside already published pieces, all in a new edition.
“Settantanove scritti e mezzo – Vita, amore, morte, i soliti discorsi…” is the title of this ambitious collection, along with the parallel text presented in English, entitled “Seventy-nine writings or thereabouts” – Life, love, death and the usual…”.
The collection includes texts from “Pulsionale, poesia III Millennio, 1a e 2a edizione” and “Le tessere del pàmpano”, both published by Vertigo Edizioni, as well as recent, first-time productions, such as “The cemetery of the bees”, “Pulsion”, “I love you”, “The other side of Giacomo Leopardi”, “Your thickness”, “What remains”, “I shall try again”, “Annihilated”, “Bisomus tomb” – to mention but a few.
In the previous writings what struck the reader was an innate versatility, capable of expressing itself in lines of verse apt to take by surprise, “active” as a living organism devoid of any plan to simply recline on the page. Giovanelli’s poetry is, indeed, capable of glowing at every touch, glance, as if whence it drew nourishment and, once passed on to the reader, it causes a new element of interpretation to blossom.
In Pulsionale (1a edizione), for example, such a claim is boasted by an adjoining artistic element, since the text had been enriched by what we like to define as art impressions, «…the poet includes reproductions of works belonging to his private collection of historical family pictures, photographs taken by the poet himself and others of universal acclaim because of their artistic merit…» (from Preface to the first edition). Hence, such a publication constituted an experience of some wealth, as if Mauro Giovanelli had wished to let us feel surrounded by lyric poetry and art, wrapped in beauty, in the fashion of an embrace both affectionate and sensual, a warm invitation to cling to each other in the shelter of the sensations under the portentous protection of the creativity which excites and allows itself to be carried to an unknown world – welcoming like no other before.
It is the poet’s subtle intellectual capacity which ferries us across to the ensuing works, up to “Le tessere del pàmpano”; his roots are anchored in a knowledge which is no mere caption but passion, hence true and sincere, rich in stimuli and tirelessly “desirous” for new discoveries, a boundless thirst for understanding.
It is this very attitude which has allowed him to give voice to a demand come to life in conjunction with the tragic events experienced over these past eighteen months – a period which seems dramatically prolonged because of the mark left on all of us and even now we are still unable to gauge re respective present existences. It is with this anthology that Mauro Giovanelli shows his ability to adapt not only from an artistic point of view but also with an unmistakable inclination to keep apace with the times and innovate, seeking in poetry the exact cue so as to set out in search of incisive experiences, the fruit of vigorous urgency which certainly hails from discomfort, but also from that inborn ability of man not to give in when faced with adversity; the choice is to face this latter, even when it remains impossible to grasp the effective full scope. The poet possesses a continually triggered resilience which few are granted the ability to put into practice.
The new components do not arrive unexpectedly – indeed, how can you halt the creative wave? Through necessity they are accepted, even expected, by the reader confident that this time too the poet might be able to offer a sincere and productive contribution to our desire to listen. As a matter of fact, as it appears in the volume, the florilegium covers a range of varied structural expressiveness; for example, some are very close to prose (consider the text “Il tuo spessore”, of which some excerpts are reported) with longer more articulated lines bordering on an energetic stream of consciousness requiring infinite elements – almost as if footholds for lightning ascent to awareness. The reader feels a part of a brief monologue created in the solitude of his own soul but with the ardent desire to have it shared with whoever truly knows how to listen.

[…]
you know, in the end one thing remained impressed upon me, you would not believe it, I myself have got difficulty in explaining, and I would not know how to describe it, or to answer why I remember that sunny afternoon, distant babble, cold and cutting light of the day, in a word, I mean, you were sitting to one side on a stone along the path, saucy air about you, knees together, feet outspread, white socks, your look, but this is not the point, it is when we lay down on the grass, I got on top of you, never will I be able to forget the supple volume, yes the substance of your body […]
(Your thickness)

These pieces are accompanied by a more contained, minimalist, almost aphoristic choice which is aimed at sounding the primordial meaning of man, as if the question on the mystery of life had become compelling and no longer deferrable. We sense that the very idea of being humans has been not simply altered but overturned and the search for our place in the world is perceived as enormous.

[…]
The question is not
“what is the universe?”,
the question is
“was I planned? And why?”. […]
(At random)

Also consider:

[…]
A poet is whoever writes,
under dictation,
about a high principle
converting its tongue
to a universal language. […]
(A poet is…)

The choice of a powerful metaphor such as the worker bee in the composition “The cemetery of the bees” is indicative. Witnessed is a form of life most akin to the insect’s in a slow agony, which might seem ceaseless for lack of will on the part of whoever could do something, anger and impotence which unite in a desolation which impinges upon the very shores of man’s existence, and the question is begged as to whether we are talking merely of bees or of each one of us, in a symbiosis which is ancestral brotherhood.
A heart-rending and raw sensation remains in the reader but it does not tower above the awareness of possessing the key to overcome all this, it is the desire for a better world, it is that same poem we entrust our messages to and which we wish to divulge, like the flight of the bee as he carries redeeming pollen, even in the sidereal space which the poet opens to our vision:

[…]
I know nothing about you, distant is your light,
as it arrives, narrates the past,
but of your radiance I absorb every drop,
it quenches my thirst and strengthens me,
life’s source show me which turning
to take in order to nullify space between us,
so as to annihilate us towards infinity
making us one sole substance
each time lighter in releasing energy.
Thanks to an unknown principle
you are destined to me,
everything else is emptiness. […]
(Annihilated)

It is not infrequent for the vision of Mauro Giovanelli’s world to approach mathematical equations and the laws of physics, but not in a system designed to reduce the meaning of sentiment and the soul, on the contrary it affords them breath, exalting the same in the attempt to possess the formula. The poet nestles in the meanders of the Cosmos without losing the thread which allows him to return to Earth, he is a figure rich in complexity and most certainly a man consistent in his thought, a man whose prose empties itself, spilling onto paper as would a river. His every book is a sum of multiple elements requiring pauses for reflection, re-reading and their totality go on to mould an articulated picture where the universal themes of life, love and death move along tracks at times separate, at times intersecting – the technique is knowing and the style that of a master.
Enjoy the read and the trip.
The Editors

Quando la politica si fa seriale

Molti domandano se Renzi potrebbe andare in mezzo alla gente come fa il prof. Giuseppe Conte. Ma il rignanese è bugiardo certificato da se stesso, rispondo, e non ha dignità per decisione sua, se l’è data e se l’è messa sotto le scarpe autonomamente, ha mentito al mondo intero in forma solenne dagli scranni del Senato. Di che cosa stiamo parlando? I vari Travaglio, Padellaro e similia dovrebbero rifiutarsi di accettare confronti tv con costui, è il solo che può guadagnarci qualcosa nell’apparire. E poi c’è tutto il resto, anche i suoi accoliti sanno che è un opportunista seriale, perciò non ha amici, veri intendo, ha ingannato il popolo minuscolo a favore del Potere con l’iniziale maiuscola, in tutti i modi possibili, e con l’autoproduzione di uova e articoli ortofrutticoli che abbiamo, impensabile decida di circolare liberamente di città in città senza essere blindato, troppo rischioso, ci sarebbe un’impennata dei prezzi all’ingrosso di verdura e derivati avicoli.
Comunque io credo che perfino lui sappia d’essere politicamente finito, è che finge e mente pure a se stesso, sotto un certo aspetto si può capirlo, che altro potrebbe fare oltre quello che è?
@Mauro Giovanelli – Genova

IL LIMITE IGNOTO BERLUSCONISMO E ANTIBERLUSCONISMO

IL LIMITE IGNOTO
BERLUSCONISMO E ANTIBERLUSCONISMO

L’indegna frase proferita da Renzi Matteo al convegno di questa fantomatica “Comunione e Liberazione” è stata analizzata da tutte le angolazioni possibili e nel commentarla ogni giornalista ha adottato, chi più chi meno, svariati aggettivi, per la gran parte dispregiativi sebbene ci sia scappato qualche timido qualificativo quando non è stata adottata la tattica del “sorvoliamo”, sempre ottima via di fuga per i pusillanimi. Quella è una proposizione che può essere concepita solo da un menefreghista, in alternativa sciocco ma furbo, o tutte e tre le cose insieme senza sapere, come giustamente disse Michele Serra in una delle sue innumerevoli “L’amaca”, che “la furbizia è una virtù servile”. Tornando alle parole messe insieme dalla nostra guida scout corre l’obbligo di aggiungere che non solo è indegna, pure dissacrante nei riguardi di uomini della statura di Indro Montanelli, Enzo Biagi, Paolo Sylos Labini, Giorgio Bocca, Nanni Moretti, Antonio Tabucchi, Dario Fo, Daniele Luttazzi e tanti, tanti altri che, da soli e presi uno per uno sia da morti che da vivi, al guitto fiorentino che svolge anche l’attività di Primo Ministro, potrebbero insegnare a parlare, leggere, scrivere, pensare e perfino tacere. Il fatto singolare però è un altro, ovvero che da quella infelice sortita ogni professionista dell’informazione abbia voluto ricavare un significato, si sia preteso di individuarne una sorta di messaggio o indicazione di un qualche obiettivo che cova nella mente del nostro leader, una strategia. Insomma è stata sottoposta ai raggi x o meglio ad una TAC, come gli studiosi usano fare con le mummie egizie, la Gioconda o la Sacra Sindone piuttosto che “L’ultima cena” o il misterioso “codice Voinich”. Manca solo l’esame con il carbonio C14. Ecco la “geniale” locuzione:
“Il berlusconismo e per certi aspetti l’antiberlusconismo hanno messo il tasto pausa al ventennio italiano, impedendoci di correre”. Splendido!
Naturalmente in quella platea dei seguaci di don Giussani, scomparso nel 2005, gli applausi si sono sprecati. Eh sì, perché lì sembrerebbe non importare cosa dici o pensi, basilare è andare a baciare la pantofola dell’attuale capo spirituale di CL, al secolo don Julián Carrón. Per comprendere la filosofia di questa congrega dedita all’educazione cristiana cito la sintesi tratta da una lezione tenuta negli anni ottanta dal sopra citato fondatore agli aspiranti adepti:
“Qual è la prima caratteristica della fede in Cristo? […] La prima caratteristica è un fatto! […] Un incontro è un fatto. La prima caratteristica della fede cristiana è che parte da un fatto, un fatto che ha la forma di un incontro”.
Voi ci avete capito qualcosa? Io no. Il bello è che da questo vaniloquio è nato un movimento tenuto nella massima considerazione e che prima o poi tutti i politici italiani avvertono il dovere di andare ad ossequiare. Come nessuno ha compreso che non c’era alcunché da scrivere di fronte alla delirante preposizione dell’uomo formatosi nei “Telegatti” e alla “Ruota della fortuna”, se non per invitare le Camere a chiedere le immediate dimissioni del Presidente del Consiglio e andare alle urne. Perché? Per il semplicissimo fatto che, a mio avviso, la sua sconsiderata (come minimo) asserzione è la prova provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, che abbiamo un Primo Ministro deficitario di quella che comunemente viene definita “saggezza” e manca pure del senso delle proporzioni. Invece per quanto riguarda il dott. Berlusconi Silvio, che il Matteo porta ovunque seco sulla schiena o sotto la pancia, come fanno le bertucce nel trasportare i propri neonati, nessuno ha ancora capito che egli è un “evento”, come posso spiegarmi, una “singolarità” del continuo spazio temporale. È inutile analizzare, come accade da lustri che sembrano secoli, cause e motivi storici, politici, sociali della sua comparsa fra noi, qui si deve entrare nella fisica quantistica ed esplorare fenomeni ancora inspiegabili legati ad essa. Ad esempio potremmo ipotizzare che nei primi anni ‘90 si sia verificata una “singolarità” spaziale della quale il nostro Paese è stato vittima, una specie di inspiegabile evento, forse la stessa tempesta magnetica in cui nel 1990 incappò un battello USA nel famoso film “Countdown dimensione zero”, regia Don Taylor, dove la portaerei USS Nimitz, mentre naviga al largo di Pearl Harbour, attraversa una tempesta magnetica alla fine della quale si ritrova nel passato, precisamente al 6 dicembre 1941, il giorno precedente l’attacco da parte della marina imperiale giapponese alla flotta americana di stanza nelle isole Hawaii. Qui siamo nella fantasia ma chi potrebbe negare che l’uomo di Arcore non sia stato proiettato fra noi da un altra epoca?
Resta infatti il mistero che l’ex cavaliere, pur essendo un ex in tante altre cose, sia un essere invincibile, al suo confronto “Highlander l’ultimo immortale” è un lungodegente in fase terminale. Possibile non sia stato recepito che Silvio non appartiene alla nostra dimensione? È un alieno di incerta provenienza cosmica con la capacità di obnubilare la mente degli umani inducendoli a parlare continuamente di lui così accrescendone via via la potenza. Il contrario dell’effetto che la kriptonite produce su “Superman” indebolendolo e privandolo dei suoi straordinari poteri. Per contrastare il capo di Forza Italia non è detto ci sia necessità di reperire un altro grande nemico dell’eroe dei fumetti testé citato, ossia “Mr. Mxyzptlk”, di cui poteva liberarsi solo riuscendo a fargli pronunciare il suo nome alla rovescia a meno che proprio l’ex cavaliere non sia tale essere, meglio seguire tutte le piste, non lasciare alcunché di intentato. Ma per averne la prova come si potrebbe riuscire a far dire a Berlusconi Silvio “Oivlis Inocsulreb”? E se Renzi Matteo fosse il suo alter ego come tante prove e indizi lascerebbero supporre? La continuità di questa specie? Una sorta di cyborg fiondato qui da un lontano futuro per completare la missione di Oivlis Inocsulreb. A questo punto con lui potrebbero valere le medesime teorie e sarebbe molto più semplice preparargli un tranello, fargli pronunciare “Oettam Izner”. Proprio così, perché l’ex cavaliere sarebbe di sicuro un modello T-1000, moderno, composto di metallo liquido, furbo, arguto, scaltro, mentre la guida scout un prototipo T-800, superato, endoscheletro metallico ma tessuti vivi, non evoluto, poco fantasioso, privo di logica, raziocinio, quindi vulnerabile. Tra l’altro le iniziali dei nomi pronunciati alla rovescia sono uguali, O ed I, che invertendoli ancora diventano il famoso IO ipertrofico e questo non è un indizio da poco per avvalorare tale concetto. Infatti secondo la teoria freudiana il Super-io o Super-ego è una delle tre istanze intrapsichiche che, insieme all’Es e all’IO, compongono il modello strutturale dell’apparato psichico ed è quella che si origina dalla interiorizzazione dei codici di comportamento, divieti, ingiunzioni, schemi di valore, ecc. che il soggetto attua entro la sfera della personalità indotta che causano un senso continuo di oppressione e non appagamento. Perfetto! Infatti Berlusconi è un fenomeno atipico che non si può commentare con i soliti schemi, trattasi di un’anomalia interplanetaria, qualcosa che si muove in una dimensione diversa, una formula matematica che l’unica cosa per la quale potrebbe rendersi utile è permettere agli scienziati del CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, di sottoporlo ad accurati studi. Tra l’altro questa organizzazione europea per la ricerca nucleare è comoda, si trova al confine tra Svizzera e Francia, alla periferia ovest della città di Ginevra. Sono certo che finalmente si potrebbe giungere a trovare la soluzione al più importante quesito scientifico, la teoria dei Campi Unificati che negli ultimi anni della sua vita Albert Einstein cercò di elaborare per condensare in una sola formula tutti i fenomeni gravitazionali, elettromagnetici, meccanica celeste, ecc.
Una volta svelato il mistero Berlusconi Silvio, automaticamente si risolverebbe anche il caso Renzi Matteo che è la replica, o meglio il prodotto del suo mentore che per darsi continuità ha parassitato un altro essere vivente, che so, ipotizzo, ad esempio Dudù. In conclusione qui ci potremmo trovare di fronte a specie aliene, identificate con la generica definizione di xenomorfi, ossia perfetti predatori che si riproducono sfruttando altri esseri viventi come embrioni.
Non credo sia una analisi così campata in aria come voi di sicuro state pensando. Infatti è di pochi giorni fa l’ipotesi, alla quale è stato dato ampio spazio dalle più accreditate riviste scientifiche (es. FOCUS. DEL 27/08/2015) avanzata da Stephen Hawking, il quale ha affermato che ciò che entra nei buchi neri può anche non scomparire, anzi attraverso queste masse si giungerebbe in un altro Universo. In sostanza i buchi neri potrebbero essere la porta verso altri Mondi. Del resto come potrebbe altrimenti spiegarsi l’enigma, il perché da vari decenni l’umanità si sia fermata sul tasto pausa per parlare di Berlusconi Silvio alias Oivlis Inocsulreb e Renzi Matteo, ovvero Oettam Izner che ne è la sua naturale prosecuzione? E chi ci dice non siano più di due, sparsi ovunque? Con quello che sta succedendo oggi in questo nostro Pianeta dove guerre, carestie, migrazioni, fame, disuguaglianze sociali, intrighi politici, attentati, terrorismo sono all’ordine del giorno e “comandati” da occulti “Poteri Forti”.
Qui non servono giornalisti, talk show, commenti, interpretazioni, articoli di fondo, elzeviri, telegiornali, ecc. Sarebbe ora di finirla, smetterla di girare intorno a ciò che sfugge ad ogni logica. Occorre istituire subito un Comitato di massima allerta. I componenti? Semplice! Steven Spielberg, Ridley Scott, James Francis Cameron, Robert Lee Zemeckis e Christopher Jonathan James Nolhan. Una via di uscita ci deve pur essere e loro la troverebbero tenendo presente che “nello spazio nessuno può sentirti urlare” (1)
Il sogno irrealizzato di Gustave Flaubert era quello di scrivere un libro sul “nulla”. Ebbene io credo di essere riuscito a buttare giù un articolo consono al “vuoto” che ci circonda.

(1) Tagline del film “Alien” regia di Ridley Scott

@Mauro Giovanelli – Genova

Scrivo a Pasolini, edizione 2022 “cent’anni di Pasolini”

Prefazione

«Il mondo non mi vuole più
e non lo sa.»

(Pier Paolo Pasolini)

Degli anni dell’università, ricordo con chiarezza molti esami ma in particolare la tematica di uno, il corso era “Letteratura italiana moderna e contemporanea” e verteva solo su Pier Paolo Pasolini. A pensarci oggi, mi tornano alla mente diverse situazioni – universitarie e culturali, di più ampio respiro – in cui Pasolini “spuntava fuori” in contesti di divulgazione che allora mi davano la sensazione di “qualcosa d’insolito”. Oggi, leggendo l’opera di Mauro Giovanelli, questo pensiero si è fatto improvvisamente chiaro e, con un po’ di pazienza da parte del lettore, proverò a spiegarlo meglio.
Il Professore ordinario – che, fra l’altro, scriveva anche per “L’Osservatore romano” – cuore nobile, fine e appassionato letterato, a una lezione disse, quasi sconsolato, che dopo Pasolini non esisteva più nulla; aveva da poco presentato un testo sul grande poeta in cui passava in rassegna alcune opere letterarie del Maestro collegandole a quelle cinematografiche, in particolar modo soffermandosi su “Petrolio”, ultimo, discusso, postumo e incompiuto lavoro.
Ricordo con nitidezza la sua pubblicazione, le sue lezioni, e per come mi arrivasse, giovane studentessa, quella che ora potrei chiamare la passione degli incompresi, ossia il cercare di trasmettere un amore – a tratti venerazione – non tanto per un autore e l’eredità che ha lasciato, quanto per le idee, i messaggi che percepivo fossero stati recepiti dal docente alla maniera di un’illuminazione che, a sua volta, avvertiva l’esigenza di diffondere quale discepolo del profeta. Questo pensiero mi sembrò strano, forse eccessivo, non avevo ancora gli strumenti per materializzarlo diversamente (e correttamente). Teniamolo però un attimo da parte, ci tornerò.
Più avanti diedi l’esame, robusto e altrettanto bello, di “Storia e critica cinematografia”, ed ebbi la fortuna di sostenerlo con altro professore emozionato e profondamente amante del suo incarico allo stesso modo del mio primo insegnante. Fra i tanti libri e documenti da visionare era contemplato il monografico su Pier Paolo Pasolini, con le pellicole “La Ricotta”, “Accattone” e “Teorema”. Questi tre film, in diverso modo, mi avevano scosso, lasciandomi una profonda malinconia, percezione di perdita, anzi di smarrimento, come di abbandono, ed avevo faticato a lungo non tanto a capire, quanto a convincermi che potesse essere reversibile, cioè guarire, per come ero profondamente certa, all’epoca, che il riscatto, l’opportunità e il miglioramento fossero veramente alla portata di tutti. Un parallelismo mi ha fatto realizzare, più di quindici anni dopo, che non era il riscatto che dovevo cercare, ma un senso umano vero, che invece profondamente credo possa esistere di là dal contesto sociale. Ci sono arrivata con la visione di “Non essere cattivo” (2015) di Claudio Caligari, film dove, per tanti aspetti, ho ravvisato un filo di connessione proprio con “Accattone”, e non solo per gli scenari di una diversa Roma
di borgata.

Questo apparentemente inutile preambolo, in realtà, dà la dimensione di quanto il testo di Mauro Giovanelli mi abbia colpito accompagnandomi in una riflessione più sincera e matura. Leggendo le sue pagine, infatti, mi è arrivato un dialogo intimo ed emozionante non solo con un letterato, un uomo, bensì con un’entità di pensiero; ho avuto l’esatta sensazione che Mauro Giovanelli arrivasse a Pasolini, ne oltrepassasse la carne e potesse scorgere, come con un terzo occhio in grado di percepire realtà situate oltre la visione ordinaria, un valore nascosto del Poeta, un moto interiore che, attraverso l’Autore, non smette di vivere per tutti.
Lo vedo perché Pasolini, tra le sue parole, non è semplicemente capito o assimilato, neanche solo amato, è scrutato, analizzato, interrogato, contraddetto. È così che si costruiscono i veri e proficui rapporti, non accettando passivamente ma mettendo in dubbio, confrontandosi senza dogmi precostituiti, dunque attraversando a piedi nudi quella landa d’incertezze che abbiamo di fronte.
Ed ecco allora che prende vita un libro che accompagna il lirismo più puro a una prosa riflessiva, arguta, in cui opere diverse procedono su un binario comune, a costruirne uno immaginario di cooperazione divulgativa, perché se è vero che leggendo Pasolini una cosa mi è stata da subito chiara, ossia l’intento non solo di parlare di sé, bensì farsi portavoce, di tanti, dei molti, e di un mondo che si celava nel buio del non visto che, per quanto inesistente agli occhi della borghese quotidianità, prosperava in un mutismo, spesso sofferente, ma altrettanto carnale e viscerale nella sua apparente staticità.
È un dialogo ininterrotto quello che si viene a creare, un rapporto speciale che alcuni hanno la fortuna di provare quando ci si imbatte in un’anima con cui si coglie una sorta di affinità elettiva e che, il più delle volte pur senza saperlo, riesce a dare un’interpretazione al nostro sentire, alla nostra volontà (e necessità di sapere).

Infatti, Mauro Giovanelli sostiene:

«Credo di essere entrato nella mente di Pasolini per il semplice fatto che nel momento in cui ascolto la sua parola essa s’incastra perfettamente al mio ragionare.».

E ancora:

«Ho scritto molto su Pasolini, “Io credo in Pasolini” quasi fosse una preghiera, “Ultimo Messia” per assegnargli la condizione (laica) che gli compete, e altre cose che tengo per me poiché quando gli parlo mi sento libero e non legato a stereotipi, modelli, stampi. Che cosa pagherei per fare una chiacchierata con lui.».

L’intera opera è ricca di questi momenti che elevano ulteriormente il lirismo nascosto pure dalla prosa più cruda, sprezzante, per quanto sempre raffinata, poiché il messaggio che Mauro Giovanelli vuole comunicare è di ben più ampio sguardo, ossia togliere il poeta dalla teca degli sterili idolatranti di Pasolini – sul cui agire per divulgarlo e comprenderlo molto ci sarebbe da dire – e questo proprio per liberarlo e restituirci un’immagine affrancata, non quella iconoclastica che l’ha sostituito, in particolare dopo
la sua morte, tanto discussa ma certamente per i motivi sbagliati, tralasciando quel lavoro fondamentale e del poeta e dell’uomo originario di Bologna ma friulano nelle viscere, che esula da congetture e pettegolezzi.

Più avanti:

«Molti scrittori, direi un’infinità, si sono dedicati a scrivere in merito alla morte di Pasolini, innumerevoli le ipotesi al riguardo, comunque l’alone di mistero che circonda questo grave delitto persiste fitto sull’immagine del suo cadavere martoriato. Fra l’altro non si è mai arrivati a qualcosa di concreto. In questo mio lavoro, all’opposto, considero il suo massacro ineluttabile, scritto nelle pagine del destino, cioè “dovuto” affinché alla sua figura, l’ingegno e il carico sociale di cui si fece paladino, sia assegnata la condizione di Messia, l’ultimo, un predestinato al martirio, come Gesù di Nazareth e altri profeti.».

Qui torniamo a quella riflessione iniziale sul riconoscere un profeta. Credo che profeta possa significare molte cose, che vanno oltre il senso meramente religioso, è quella capacità di essere guida pur senza saperlo e volerlo, perché con la parola, la propria arte e con la propria esistenza si diventa faro, messaggio assoluto, e credo sia questo l’elemento che Mauro Giovanelli riconosce in Pier Paolo Pasolini, perché avvertiamo che il poeta sia vissuto e continua a essere tra noi per tramandare un ufficio importante, non potendo tenere scisso il suo piano quotidiano da quello emozionale e creativo. È una fusione
centralizzante che, credetemi, non è scontata né di facile
gestione. Nelle parole accorate che in più punti l’autore
rivolge allo scomparso scrittore, c’è proprio questa immensa forza prorompente, questo cercare, scavare senza
sosta, e sempre al massimo della volontà, perché essa ci permette di lambire lidi sconosciuti, amare nella sofferenza e farne tesoro, bellezza, insegnamento, amore.

Ecco che:

«Dunque tu chi sei Pasolini? Perché ti soffermi a declamare una tragedia tra le quinte di un palcoscenico inesistente? Quanto sono tese le tue corde? Dove potrebbe arrivare la sensibilità di cui ti nutri a ogni istante?».

Concludiamo proprio con questo climax interrogativo dell’Autore perché non potrebbe essere altrimenti, perché solo nel porsi domande continuamente – domande vere e spesso scomode – non spegneremo mai la fiamma della vera conoscenza.

The Editors