I MONOLITI DI FULVIO LEONCINI (cose da folli…)

I MONOLITI DI FULVIO LEONCINI
(cose da folli…)

La prima parte del capolavoro di uno dei più grandi direttori della cinematografia mondiale(1) immerge lo spettatore nel continente nero di oltre quattro milioni di anni fa dove si assiste alla lotta per la sopravvivenza di un gruppo di pitecantropi. All’alba di un “certo” giorno, ancora più imprecisato il tempo siderale, gli ominidi vengono svegliati dal suono, non di questo mondo, che li attrae verso un gigantesco monolito nero, verticale, potente, irresistibile, misteriosamente materializzatosi in vicinanza della grotta che li ospita. Spaventati, incuriositi, diffidenti, increduli, circospetti essi osservano l’autorevole perfezione della sua forma avvertendo attrazione e timore insieme soggiogati dalla sua altezza, verticalità e stabilità che conferiscono al parallelepipedo indubbia supremazia. Vi si aggirano intorno, allontanandosene d’improvviso per riavvicinarsi sempre più, con cautela, emettendo suoni gutturali spaventevoli per darsi coraggio anziché nel vacuo intento di intimorire questa “creatura”, una specie di danza tribale, rito propiziatorio, fintantoché il più temerario viene sopraffatto dall’irresistibile impulso di toccare con mano poggiando l’intero palmo sopra la superficie, liscia al punto di non poter esistere, del prisma cosmico. Egli, primigenio “Ulisse” joyciano, sarà archetipo dell’omerico “Odisseo” quando alla prima aggressione da parte di competitori annetterà intelligenza alla lunghezza del braccio, precisamente raccogliendo un femore da terra al fine di usarlo come arma per eliminare i nemici.
È nato l’uomo! La gioia di osservare la tribù ostile fuggire dinanzi alla sua superiorità ma ancor più aver preso coscienza della propria natura lo inducono a spostarsi sulla collina dove, battendosi i pugni sul petto in segno di vittoria, urlando al cielo il trionfo dell’evoluzione lancia verso l’alto l’arma impropria che seguiremo nelle sue rotazioni in aria vedendola trasformarsi con eccellente sfumato nell’enorme astronave che sta trasportando il dottor Heywood Floyd su una base lunare dove è stato rinvenuto un grande monolito nero sotterrato da tempi remoti.
In pochi fotogrammi Stanley Kubrik raffigura un salto di oltre quattro milioni di anni così come l’amico e artista Fulvio Leoncini riesce ad imprimere su superfici limitate l’abisso della natura umana forse più profondo ed imperscrutabile del Cosmo. Unico Autore ad avermi dato attraverso le sue opere emozioni tali da raggiungere la commozione e, sotto certi aspetti, attraente angoscia per l’indotta consapevolezza di vedere in ogni suo dipinto le diverse sfaccettature dei tanti che veramente sono, dovrei essere o sarò. Ma non ho finito.
“Ora prendete il telescopio e misurate le distanze e guardate fra me e voi chi è il più pericoloso”.
Vi invito a farlo, munitevi di opportuno strumento come viene suggerito nell’opera posta in evidenza (“Elettroshock” 2010/2012 – Tecnica mista su legno – Dimensioni cm. 100×140) ed avvicinatevi ad essa, o qualunque altra generata da Fulvio, non limitatevi ad osservarla, sicuramente alla vista già avvertirete misterioso fascino, disagio senza conoscerne il motivo, anche paura, attrazione e le domande che vi porrete saranno così tante da impedirvi di formulare la più stupida di esse ossia puntare l’indice su uno dei tanti particolari chiedendo “Cosa è questo?”. Impossibile accada ciò, è testimoniato dalle mie nipotine facendo loro osservare un secondo lavoro scelto per aiutarmi in questo tentativo di descrivere qualcosa di inspiegabilmente arduo ossia “ROTAR – L’amor che move il sole e l’altre stelle” (2) “lavoro” che ho il privilegio di possedere, costituito da venticinque formelle cm. 30×30 ciascuna, incredibile itinerario dell’artista nel conscio, inconscio e in altra parte… Alle mie domande “Vi piace?”, “Cosa ne pensate?” dalle piccole non ho ricevuto alcuna risposta dopo che hanno sostato a lungo, in raccolto silenzio, dinanzi al “quadro”. Non sarà necessario aspettare che un giorno mi possano dare soddisfazione, l’ho già avuta.
Fulvio… beh! Fulvio è innanzi tutto una di quelle rarissime (uniche? Dante e Giordano bruno lo sono state) persone cui non si può evitare di volergli bene non solo ma, da uomo, maschio quale sono, fui e sarò, ho avvertito l’impulso di doverglielo dire, scrivere, pur sapendo della sua consapevolezza nel provare lo stesso virile sentimento nei miei riguardi. Ci siamo conosciuti due anni fa eppure da subito, in quel preciso primo contatto, abbiamo reciprocamente avvertito la netta sensazione di essere da sempre fratelli.
Fulvio è poeta ma ciò dovrebbe risultarvi evidente. Come potrebbe essere diversamente? Ma non rimatore, verseggiatore o quant’altro, egli è Poeta con la “P” maiuscola, il suo modo di essere, porsi, rapportarsi con gli umani, la sua personalità, bellezza, il tono della voce, il vissuto che straripa da ogni poro dell’involucro che a stento lo contiene, la sua calma e umiltà con le quali ti parla, quasi timore di esprimere il suo sapere essendo intellettualmente esagerato, oltre la angusta misura nel colloquiare e il “troppo pieno” del suo riflettere che lo portano a straripare pensieri. “Le abbiamo inventate tutte/ i calendari e le ventiquattrore/ le date sante/ la mano pesante/ i debiti e i crediti/ i migliori e i peggiori/ le spade affilate/ le teste rasate/ i padroni ed i padrini/ le famiglie affiliate/ le connessioni illimitate/ gli eventi mondani per troie e nani/ le arti maggiori e quelle minori/ piramidi e torri./ Corri ragazzo corri/ il cinema muto e quello sordo/ l’amore eterno e quello fuggente/ in quest’attimo/ le abbiamo inventate di tutte./ Assolutamente si/ assolutamente no./ Basterebbe si o no./ E poi gli attimini/ e i signori della Corte/ i venerdì tredici/ e già che ci siamo/ i martedì diciassette/ il morire sani e in forma smagliante/ già che ci siamo/ anche un armadio a due ante./ Dimenticavo il grillo parlante./ Buonanotte./ Dimenticavo comunque vada/ Panta rei/ le ossessioni e le possessioni/ io sopra te./ Io, Io, Io./ L’indifferenza e l’elemosina/ i don Chisciotte e i mulini a vento/ i funerali di stato/ e le fosse comuni./ Tutto tutto tutto./ Abbiamo inventato/ gli archi star e le super star/ i super chef e la nausea/ i creativi e i sensitivi./ Siamo vivi./ Siamo morti./ Siamo ombre./ Per fortuna/ c’è ancora un colle/ e un meriggiare pallido e assorto./ Per fortuna/ per sfortuna/ per caso/ per caos./ E un dio dai mille nomi/ per la forza e per la ragione/ ed io son qui/ povero coglione./ Guardo il soffitto/ e sfioro la corda/ Aspetto in silenzio/ che venga il buio/ gli occhi sono stanchi/ e la gamba fa male./ Quel che è stato non è stato/ niente è accaduto/ non sono mai stato qui./ Un battito di ciglia/ e attraverserò il muro.”(F. L.)
Fulvio vi lancia segnali, sempre, in ogni sua creazione, invenzione, emozione, sotto ogni forma e aspetto, coglieteli per cortesia, potrebbero essere la vostra salvezza, la mia, di tutti noi, la sola arma per uscire da questo immondezzaio in cui ci siamo cacciati, pensate ai figli vostri, nipoti, al domani che ci è stato rubato da una sempre più numerosa banda di cialtroni. “Fra le nuvole/ con le mie favole/ ti porterei.”(F. L.) Lasciatevi catturare, allentate ogni freno inibitore, abbandonatevi, dimenticate e risorgete “Sole estivo d’aprile/ olivi d’argento./ Al di la dell’ argine/ immagino il mare/ chiudo gli occhi/ il cuore batte lento/ volo sempre più in alto/ aquila sola/ senza posa/ ormai indifferente/ il dolore dalla gioia/ un limbo placido/ niente può farmi più male/ che ne sarà di loro/ laggiù in quelle stanze umide/ che fine faranno/ in quale camino troveranno pace/ non importa/ ho vissuto per loro/ ho dato l’anima per loro/ ed ora non hanno più alcuna importanza/ mi alzo ancora/ punto dritto al sole/ con ali d’argento/ come foglie d’olivo.”(F. L.) Non ho idea di quanto abbia visto Fulvio del Pianeta che ci ospita ma certamente ne ha percepito ed assimilato l’essenza al punto da avvertire l’inarrestabile ed incessante necessità di andare oltre.
Avendo ricevuto tutte le scomuniche, dai cattolici, calvinisti e luterani, Filippo Bruno, al secolo Giordano, aveva girato l’Europa sempre nascondendosi presso illuminati protettori fino a che l’inquisizione della Chiesa Romana riuscì a fermarlo per rinchiuderlo in una putrida cella e bruciarlo vivo il 17 febbraio 1600. Tuttavia non gli impedirono di scrivere “…quindi l’ali sicure all’aria porgo; Né temo intoppo di cristallo o vetro, Ma fendo i cieli e a l’infinito m’ergo. E mentre dal mio globo a gli altri sorgo, E per l’eterio campo oltre penetro: Quel ch’altri lungi vede, lascio al tergo… Così, io sorgo impavido a solcare coll’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere e il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie. Ma per me migliore è quella mente che ha disperso ovunque quelle nubi e ha distrutto l’Olimpo che accomuna gli altri in un’unica prigione dal momento che ne ha dissolto l’immagine, per cui da ogni parte liberamente si espande il sottile aere. Mentre m’incammino sicuro, felicemente innalzato da uno studio appassionato, divengo Guida, Legge, Luce, Vate, Padre, Autore e Via. Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorro da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti…”(3) È la prima volta che faccio un accostamento che potrebbe sembrare irriverente verso uno, se non il più grande filosofo di ogni epoca, inviso in patria (ti pareva) ma celebrato ovunque. Bene… allora vi dico che il domenicano entrato in tale confraternita al fine di poter accedere alla conoscenza, i libri allora detenuti dalla Santa Romana Chiesa, sarebbe strafelice del paragone, desidero che Fulvio lo sappia poiché non sono del tutto convinto, unico dubbio su di lui, che sia persuaso della sua grandezza. Se mai il Bruno avrebbe da lamentarsi non poco del fatto che ad un centinaio di metri dal suo monumento in Campo de’ Fiori a Roma ci sia l’urna, terza cappella di destra della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, con la mummia del gesuita Roberto Bellarmino, santo e dottore della Chiesa tre volte seppure sia stato suo aguzzino e colui che fece abiurare Galileo Galilei tre lustri dopo (1616). Per la venerazione dei fedeli ovviamente.
A proposito di Galileo Galilei “Ora prendete il telescopio e…” osservate il femore che il nostro ominide aveva lanciato verso il Cielo, stimatene le evoluzioni, mettete ancora più a fuoco l’immagine mentre sta trasformandosi nell’astronave che porta il dottor Heywood Floyd sulla base lunare dove è stato rinvenuto un grande monolito nero sotterrato da tempi remoti, considerate il comportamento degli uomini evoluti che si muovono intorno a questa “creatura” ponendosi analoghe domande dei pitecantropi e nutrendo gli stessi timori circa l’inquietante presenza fintantoché nel buio della quindicinale notte del nostro satellite, mentre gli astronauti posano davanti al “manufatto” per scattare alcune fotografie, esso viene colpito dai primi raggi di sole dell’alba lunare e inizia ad emettere un forte segnale radio nel cosmo, direzione Giove.
Adesso preparatevi ad un viaggio, ancor meglio lo definirei pellegrinaggio, non limitatevi ad analizzare le fotografie dei “lavori” di Fulvio, esse rappresentano neppure un centomillesimo di ciò che realmente sono e di quanto possano darvi, andate ad ammirarle dal “vivo”, toccatele, accarezzatele con il dorso della mano e vi accorgerete di cosa realmente stiamo parlando, avvertirete richiami positivi così come il segnale radio emesso dal monolito ha indotto conoscenza ai preominidi e successivamente spinto gli occupanti la base lunare di compiere una missione direzione Giove non come semplice esplorazione scientifica bensì all’indagine di fenomeni extraterrestri. Perché le opere di Fulvio non sono semplici “quadri”, “dipinti”, “disegni” che vi inducono a riflettere, stimolare uno massimo due dei cinque sensi, i “lavori” di Fulvio pungolano le vostre sinapsi, di conseguenza accrescono gli stimoli elettrici nei neuroni, il vostro pensare aumenterà di intensità emotiva, perfino i battiti cardiaci varieranno la frequenza e qualcosa di estremamente piacevole afferrerà lo stomaco, la pancia… sentirete di non essere come prima ma migliori, più curiosi, razionalmente predisposti verso l’umanità, coloro che vi circondano li avvertirete come parenti, fratelli, amici da curare se ne abbisognano, comprendere, aiutare. Avvertirete ciò che il grande navigatore genovese provò prima di spingersi verso l’ignoto per scoprire un altro continente, allo stesso modo inseguirete il vostro ego, cercherete in tutti i modi soddisfazione nella vera natura di cui siete composti. “E il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni” sosteneva Cristoforo colombo ed io dico che Fulvio è un mare di emozioni, le immagini vive delle sue creazioni regalano apprensione, trepidazione, desiderio di superarsi, cambiare, giungere oltre.
In prossimità di Giove unici superstiti dell’equipaggio predisposto dal dottor Heywood Floyd, composto inizialmente da cinque astronauti di cui tre in stato di ibernazione, saranno il comandante David Bowman e, a questo punto, possiamo dire anche il sofisticatissimo computer di bordo HAL 9000 della nave spaziale Discovery One che li trasporta. HAL, dotato di intelligenza artificiale in grado di interloquire e riprodurre ogni attività della mente commette un imperdonabile errore in prossimità dell’orbita del pianeta gigante dove viene avvistato il gigantesco monolito nero. È per questo che, accorgendosi dell’intenzione da parte di David di venire disattivato, “egli” non trova altra soluzione se non l’eliminazione dell’equipaggio facendo in modo che Frank perisca durante un’escursione extraveicolare e interrompendo i sistemi che mantengono attive le funzioni vitali dei tre compagni ibernati. Avete inteso? Il monolito infonde la scintilla dell’ingegno al pitecantropo, indica ai tecnici la base spaziale lunare la via della conoscenza identificata , infonde vita “umana” ad un elaboratore.
Le opere di Fulvio sono il “monolito” di Kubrik, le “cinque vie” di Tommaso d’Aquino attraverso le quali intende individuare Dio come primo motore immobile, prima causa incausata, essere necessario e sapientissimo ordinatore e allo stesso tempo le confutazioni di Gaunilone e le rielaborazioni di Cartesio, Leibniz “se Dio è possibile, necessariamente esiste” o “nulla va considerato come un male assoluto altrimenti Dio non sarebbe sommamente sapiente per afferrarlo con la mente, oppure non sarebbe sommamente potente per eliminarlo”. Oppure, nella sua multiforme ingegnosità Fulvio potrebbe ipotizzare, credo fosse Platone o Aristotele, “…Il primo motore a rappresentare la causa ultima del divenire dell’Universo” se non lo sbalorditivo sillogismo di John Locke con il suo “In ogni effetto non può essere contenuto nulla più di quanto sia implicito nella causa. Al mondo esistono persone dotate di intelligenza, quindi l’origine del mondo deve essere intelligente” e ce ne sarebbe… solo da come imballa i suoi lavori, il nero che lui stesso compone per la cornice, la cura del particolare ti rendi conto che viene “consegnato” un frammento del muro del pianto all’ebreo, l’ostensorio al cristiano, un pugno di polvere dell’antichissima città di Medina al mussulmano.
Concludo: “Ora usate ciò di cui vi ha dotato la Natura, gli occhi, fissate quelli di Fulvio e misurate le distanze e guardate fra lui e voi chi è il più indifeso”.
Credete sia folle? “Giro giro tondo casca il mondo, casca la Terra, tutti giù…” Questa la filastrocca cantata da HAL mentre David disinserisce una ad una le sue unità di memoria, dapprima implorando clemenza per poi iniziare a regredire allo stadio infantile cantilenando con voce sempre più fioca il motivo insegnatogli dal suo primo istruttore. L’agonia ed infine la morte.
Bowman, esploratore superstite, si trova dinanzi al sistema gioviano con i satelliti allineati e, dopo essersi imbarcato su una capsula d’emergenza, viene assorbito con accelerazione sconosciuta da una scia luminosa multicolore che annulla lo spazio. Percorre tracciati metafisici fra stelle, nebulose, ignoti panorami cosmici fino al materializzarsi della navicella in una stanza chiusa, arredata in stile Impero. Qui egli si trova ad esistere contemporaneamente in punti differenti ed a diverse età, vedendo sé stesso invecchiare e seguendo da molteplici punti di vista i disparati stadi della propria vita per rinascere in forma di enorme feto cosmico che scruta la Terra dallo spazio essendosi evoluto in una forma di vita superiore. Il cerchio si chiude.
Cosa ti aspettavi grande Leoncini? Che scrivessi circa i significati di ciò che generi? Dei tuoi tormentati percorsi? “Elettroshock”, “Le spose violate”, “Eroso/Eros”, “Avete lo stomaco al posto del cuore” e quant’altro? Dei “Libri d’Autore” che neppure avrei immaginato esistessero? “Di sole ombre” sarebbe meritevole, da solo, di un poema. O pensavi affrontassi temi sulla stesura del colore, la mano virtuosa, la tecnica mista (come minimo mistica)? Potrei aggiungere che il tuo “Forse è un paesaggio” è mio compagno, mutevole nei suoi innumerevoli toni di grigio, non esiste giorno che non mi ci soffermi perché è infinito, straripa dai confini della cornice, mi fa andare al di là di… Forse ci arriverò.
Un abbraccio amico fraterno e ricorda che mi sono informato su “Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote”.
Mauro.

(1) 2001: Odissea nello spazio è un film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968, basato su un soggetto di Arthur C. Clarke il quale ha poi tratto dalla sceneggiatura l’omonimo romanzo.

(2) Paradiso XXXIII, 145 – ultimo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri

(3) Così si esprime Giordano Bruno in uno dei tre sonetti premessi al dialogo italiano “De infinito, universo e mondi” del 1584. E con parole simili si esprimerà all’inizio del poema latino “De immenso”, pubblicato sette anni dopo

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagini in evidenza: FULVIO LEONCINI – A sinistra “Elettroshock” 2010/2012 – Tecnica mista su legno – Dimensioni cm. 100×140 – A destra “ROTAS – L’amor che move il sole e l’altre stelle” 2013 – Dimensioni cm. 150×150 (nr. 25 formelle cm 30×30 cad.) – Tecnica mista su legno

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