Immagine di copertina de “Le tessere del pàmpano” di prossima pubblicazione

1945, foto di famiglia scattata da un reporter dell’esercito americano di passaggio che, affascinato del gruppo familiare, si staccò dal reparto e chiese il permesso di poter fare qualche scatto promettendo che al suo rientro in patria glieli avrebbe spediti. Mantenne la parola e dopo qualche tempo la mia mamma ricevette una lettera di ringraziamento e auguri con alcune copie delle foto.

“PULSIONALE POESIA III MILLENNIO” 3a Edizione – Pubblicazioni Illeggìoanoveposizioni – Genova

L’essere umano non è nato – filosofeggiando si potrebbe persino dire “progettato” – per mantenere un’opinione fissa, costante, egli è una sorta di ossimoro vivente, un coesistere di opposti nel tempo… ed è bene che sia così. Si potesse indagare scrupolosamente nel passato di quelle persone che affermano con risolutezza di avere sempre la stessa opinione su un’idea o un concetto, si scoprirebbe quanto dicano il falso, spesso senza neppure averne coscienza.
L’uomo – infatti – è frutto degli eventi, delle esperienze e spesso in lui convivono termini contradditori, ossimori appunto, idee e pensieri totalmente contrastanti che pur tuttavia vivono in perfetto equilibrio poiché costretti ad attraversare i veli del tempo.
Questo ci porta alla riflessione che in alcune menti più illuminate, ossia predisposte a un’apertura intellettiva – potremmo dire metafisica – che vada oltre il loro essere per abbracciare un infinito dal senso più alto, lo stravolgimento delle percezioni sia qualcosa d’impossibile da evitare, una vera e propria impellente e predestinata necessità.
Mauro Giovanelli appartiene a questa categoria di uomini che costantemente mettono in discussione il tutto: non sono mai paghi di porsi domande e nel mantenere punti fissi quei valori imprescindibili, particolarmente capaci di orientarli pur lasciandoli liberi di sperimentare, sono alla continua ricerca di una forma per misurare la sostanza dell’essere, consapevoli della sua transitorietà poiché costantemente in divenire.
Nasce così “Pulsionale poesia III Millennio – L’amore da qui all’eternità”, una silloge che affonda le sue radici nella vasta produzione dell’Autore rispondendo all’urgenza di inserire il nuovo anelito di vita in un contesto amico, familiare, confortevole qual è, appunto, la serie delle sue opere.
Perché questo?
Ce lo svela lo stesso Autore in un verso che dice tutto, che sa d’infinito: “Abbiamo ancora futuro” in chiusura della lirica “Nessuna messa è detta”.
Ecco, la creazione poetica di Mauro Giovanelli fa pensare a un’opera futuristica com’è stata “Forme uniche della continuità nello spazio” di Boccioni, solo che qui è applicata alla scrittura: un movimento perpetuo elegiaco che va verso il divenire, ma nella materica essenza che si rinnova pur senza destrutturarsi. Allora ritroviamo quel sentire familiare nella presenza “femmina”, selvaggia eppure innocente, che trascende in maniera estatica il sentimento – anche carnale – che nulla ha da invidiare alla purezza di un giglio virginale, un’essenza allo stesso tempo tentatrice e timida, riservata (torna l’ossimoro), anch’essa a suo modo caposaldo esistenziale perché il groviglio di sentimenti e sensazioni che la donna fa nascere nell’Autore si dipana come un albero della vita, le cui fronde e le cui radici affondano nel compiuto.

             [...] quante volte ho trascorso la primavera
                    a fare progetti, vagheggiare sul futuro,
                    adesso ne ho quasi paura,
                    passo il tempo nel ricordare
                    ogni proposito toccato e svanito,
                    m’impigrisco nella nostalgia
                    quasi fosse la sola distrazione,
                    forse indolenza, cronica malattia,
                    timore di fare del male, riceverlo
                    ricadere nella sana follia. [...]
                    (Orizzonti)

A fare da sfondo è una natura umana impervia, estrema, in cui le forze ataviche implodono, più che esplodono, dove persino i segni di civiltà – porti, strade, città, costruzioni… – hanno un non so che di artefatto, come se vivessero di un riverbero fuori dimensione, a conferma di quel senza spazio e senza tempo (più che a-spaziale e a-temporale) tanto caro all’Autore.
La sfumatura nuova che avvertiamo in quest’opera è una presenza animica più ponderata, riflessiva, come se Mauro Giovanelli al momento si trovasse coinvolto in una meditazione più consapevole e cosciente, che richiede di fermarsi per andare avanti: sembra essere giunto il tempo di edificare un pensiero che non possa essere portato via dalle alluvioni della vita che con la loro violenza colpiscono nella quiete delle giornate e travolgono tutto, senza rimorso, senza rimpianto, lasciando una distruzione inspiegabile e spesso dolorosamente senza risposta.

              [...] pianti pietrificati
                    in un solo momento
                    che lungo il filo invisibile,
                    inesistente, dell’implacabile
                    curvo orizzonte scorre
                    come vento generato
                    da un dio sussistente
                    unicamente per ricordarmi,
                    alla fin fine,
                    essere solo a giocare
                    la mia partita
                    con infinito e nulla,
                    avversari senza volto
                    e grande abilità
                    nel mischiare le carte [...]
                    (Panico)

Ecco la necessità di una silloge definitiva frutto di un ulteriore lavoro di limatura che sembra appunto ripulire il pensiero dai detriti del tempo restituendo se non le fattezze originali perlomeno quel che si è salvato, perché non sempre è possibile recuperare se non ponendo l’accento su ciò che è ora, quel qui e adesso tanto caro alla filosofia come alla psicanalisi.

               [...] Per egoismo avevo puntato tutto
                    su uno sguardo, senza considerare
                    il dolore dell’anima
                    che mi stava di fronte,
                    non me ne accorsi,
                    e lì mi ero perduto,
                    e parlai di questo
                    il giorno dopo, allo specchio,
                    mentre sistemavo il ciuffo ribelle,
                    pronto a calpestare altri sentieri
                    che si stavano aprendo,
                    e li avrei percorsi uno a uno
                    con insolenza, indifferente,
                    neanche fossi stato il vincitore. [...]
                    (Nessun vincitore)

C’è una consapevolezza più matura fra queste pagine, talmente profonda da essere quasi serena, un’accettazione sincera dell’imponderabile che ricorda moltissimo l’ultima produzione di David Maria Turoldo, quando la morte quasi imminente non era combattuta ma accettata e condivisa quale compagna di viaggio dischiarante un cammino che ora si faceva luminoso, nella sua comprensione totale.
L’imponderabile diventa evidente, quando si comprende che non è possibile fare altro che affidarsi, lasciarsi andare, certi che quella mano che sempre è stata appoggiata alla nostra spalla è ora pronta anche a sorreggere, in una stretta più percepibile ma ancora lontana nel suo ultimo abbraccio finale.

[…] è quando ci coricammo sul prato,
io ti venni sopra, mai potrò dimenticare
il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo,
da quel momento tutto fu chiaro, come una rivelazione
che mi avrebbe accompagnato per sempre,
la distanza intendo, lo stacco, proprio così, cioè il tuo
frapporti, tenermi discosto dal terreno, proteggermi,
non è facile dirlo, neppure pretendo d’esser capito,
mi riferisco al fatto che esisti, e in virtù di ciò sto separato
dall’abisso, sei scudo fra me e l’ultima dimora, la differenza
tra la vita e la morte, spero ti giunga il mio pensiero… […]
(Il tuo spessore)

La parola, dunque, diventa quel supporto, quello strato a protezione di noi e tutto il resto e nuovamente l’Autore ci indica la strada in questo senso utilizzando un’immagine di grande potenza, dove una metaforica giovane donna, che proprio in quella sua freschezza diviene vita, si frappone tra il compagno e quel mondo che può essere tutto, diventando l’aiuto che ci permette di osare, di affidarci preservati dall’ignoto, a volte minaccioso, venendoci in soccorso dandoci una difesa che è però conforto, amore, piacevolezza… vigorosa presenza quasi sovrannaturale.
Nuovamente arriviamo all’ultima pagina tracimanti di vibrazioni che se da una parte ci lasciano storditi per la loro pienezza, dall’altra non possono che integrare – nuovamente e con più forza – il non detto in noi che chiede risposta.
Pamela Michelis

QUESTA È PER TE MAURO

Mauro Giovanelli, 1 novembre 2015

QUESTA È PER TE MAURO

Ti guardo, mi vedo.
Troppi fogli sparsi
in questo
minuscolo tavolino,
pagine sfumate
dai giorni della tua vita,
colori vibranti
dal sapore d’oriente,
pezzi di carta
profumati di storia,
ricamati da poesie,
impregnati dall’odore
del sapere.
Da sotto il tavolino
scorgo
le tue gambe accavallate,
lento è il movimento
del piede
inguainato dal mocassino.
Fra le mie dita
gioca una sigaretta,
il fumo, lentamente,
dilegua verso l’alto
amalgamandosi
all’aroma forte del caffè.
Come nel riavvolgere i ricordi,
vedo l’uomo
che ho di fronte
mutare d’aspetto,
faccio mia la tua vita
e ti succhio
emozioni e sensazioni.
Troppi fogli sparsi
in questo minuscolo tavolino,
pagine bianche
da riempire,
come lunghe vie vuote
ancora da percorrere,
fogli sfitti
scritti da pennini
intrisi
di lacrime trasparenti.
Ora siamo
seduti al bar
a raccontare di vita,
a parlare di ragnatele
e fili invisibili,
a menzionare
quel che ci manca,
sia esso
sogno o realtà,
desiderio o nostalgia.
Ed ora
raccattiamo i fogli,
c ‘è poco spazio qui
e godiamoci noi due,
perdiamoci
nel fondo degli occhi,
nel roco della voce,
mentre il vento bizzoso
ci spettina,
ci fa tornare a sorridere,
ci fa tornar bambini.

Donatella Vescovi, poetessa e cara amica che ringrazio di cuore.

PULSIONALE POESIA III MILLENNIO – L’amore da qui all’eternità

Immagine di copertina: Tomba bisòma de “Gli Amanti di Valdaro”, talvolta chiamati anche Amanti di Mantova, ospita due scheletri del neolitico ritrovati nel 2007 presso Valdaro in prossimità di Mantova. Il nome dato ai resti umani fu perché i due scheletri sono stati rinvenuti abbracciati tra loro, anche con gli arti inferiori.

Prefazione

L’essere umano non è nato – filosofeggiando si potrebbe persino dire “progettato” – per mantenere un’opinione fissa, costante, egli è una sorta di ossimoro vivente, un coesistere di opposti nel tempo… ed è bene che sia così. Si potesse indagare scrupolosamente nel passato di quelle persone che affermano con risolutezza di avere sempre la stessa opinione su un’idea o un concetto, si scoprirebbe quanto dicano il falso, spesso senza neppure averne coscienza.
L’uomo – infatti – è frutto degli eventi, delle esperienze e spesso in lui convivono termini contradditori, ossimori appunto, idee e pensieri totalmente contrastanti che pur tuttavia vivono in perfetto equilibrio poiché costretti ad attraversare i veli del tempo.
Questo ci porta alla riflessione che in alcune menti più illuminate, ossia predisposte a un’apertura intellettiva – potremmo dire metafisica – che vada oltre il loro essere per abbracciare un infinito dal senso più alto, lo stravolgimento delle percezioni sia qualcosa d’impossibile da evitare, una vera e propria impellente e predestinata necessità.
Mauro Giovanelli appartiene a questa categoria di uomini che costantemente mettono in discussione il tutto: non sono mai paghi di porsi domande e nel mantenere punti fissi quei valori imprescindibili, particolarmente capaci di orientarli pur lasciandoli liberi di sperimentare, sono alla continua ricerca di una forma per misurare la sostanza dell’essere, consapevoli della sua transitorietà poiché costantemente in divenire.
Nasce così “Pulsionale poesia III Millennio – L’amore da qui all’eternità”, una silloge che affonda le sue radici nella vasta produzione dell’Autore rispondendo all’urgenza di inserire il nuovo anelito di vita in un contesto amico, familiare, confortevole qual è, appunto, la serie delle sue opere.
Perché questo?
Ce lo svela lo stesso Autore in un verso che dice tutto, che sa d’infinito: “Abbiamo ancora futuro” in chiusura della lirica “Nessuna messa è detta”.
Ecco, la creazione poetica di Mauro Giovanelli fa pensare a un’opera futuristica com’è stata “Forme uniche della continuità nello spazio” di Boccioni, solo che qui è applicata alla scrittura: un movimento perpetuo elegiaco che va verso il divenire, ma nella materica essenza che si rinnova pur senza destrutturarsi. Allora ritroviamo quel sentire familiare nella presenza “femmina”, selvaggia eppure innocente, che trascende in maniera estatica il sentimento – anche carnale – che nulla ha da invidiare alla purezza di un giglio virginale, un’essenza allo stesso tempo tentatrice e timida, riservata (torna l’ossimoro), anch’essa a suo modo caposaldo esistenziale perché il groviglio di sentimenti e sensazioni che la donna fa nascere nell’Autore si dipana come un albero della vita, le cui fronde e le cui radici affondano nel compiuto.

              [...] quante volte ho trascorso la primavera
                    a fare progetti, vagheggiare sul futuro,
                    adesso ne ho quasi paura,
                    passo il tempo nel ricordare
                    ogni proposito toccato e svanito,
                    m’impigrisco nella nostalgia
                    quasi fosse la sola distrazione,
                    forse indolenza, cronica malattia,
                    timore di fare del male, riceverlo
                    ricadere nella sana follia. [...]
                    (Orizzonti)

A fare da sfondo è una natura umana impervia, estrema, in cui le forze ataviche implodono, più che esplodono, dove persino i segni di civiltà – porti, strade, città, costruzioni… – hanno un non so che di artefatto, come se vivessero di un riverbero fuori dimensione, a conferma di quel senza spazio e senza tempo (più che a-spaziale e a-temporale) tanto caro all’Autore.
La sfumatura nuova che avvertiamo in quest’opera è una presenza animica più ponderata, riflessiva, come se Mauro Giovanelli al momento si trovasse coinvolto in una meditazione più consapevole e cosciente, che richiede di fermarsi per andare avanti: sembra essere giunto il tempo di edificare un pensiero che non possa essere portato via dalle alluvioni della vita che con la loro violenza colpiscono nella quiete delle giornate e travolgono tutto, senza rimorso, senza rimpianto, lasciando una distruzione inspiegabile e spesso dolorosamente senza risposta.

              [...] pianti pietrificati
                    in un solo momento
                    che lungo il filo invisibile,
                    inesistente, dell’implacabile
                    curvo orizzonte scorre
                    come vento generato
                    da un dio sussistente
                    unicamente per ricordarmi,
                    alla fin fine,
                    essere solo a giocare
                    la mia partita
                    con infinito e nulla,
                    avversari senza volto
                    e grande abilità
                    nel mischiare le carte [...]
                    (Panico)

Ecco la necessità di una silloge definitiva frutto di un ulteriore lavoro di limatura che sembra appunto ripulire il pensiero dai detriti del tempo restituendo se non le fattezze originali perlomeno quel che si è salvato, perché non sempre è possibile recuperare se non ponendo l’accento su ciò che è ora, quel qui e adesso tanto caro alla filosofia come alla psicanalisi.

              [...] Per egoismo avevo puntato tutto
                    su uno sguardo, senza considerare
                    il dolore dell’anima
                    che mi stava di fronte,
                    non me ne accorsi,
                    e lì mi ero perduto,
                    e parlai di questo
                    il giorno dopo, allo specchio,
                    mentre sistemavo il ciuffo ribelle,
                    pronto a calpestare altri sentieri
                    che si stavano aprendo,
                    e li avrei percorsi uno a uno
                    con insolenza, indifferente,
                    neanche fossi stato il vincitore. [...]
                    (Nessun vincitore)

C’è una consapevolezza più matura fra queste pagine, talmente profonda da essere quasi serena, un’accettazione sincera dell’imponderabile che ricorda moltissimo l’ultima produzione di David Maria Turoldo, quando la morte quasi imminente non era combattuta ma accettata e condivisa quale compagna di viaggio dischiarante un cammino che ora si faceva luminoso, nella sua comprensione totale.
L’imponderabile diventa evidente, quando si comprende che non è possibile fare altro che affidarsi, lasciarsi andare, certi che quella mano che sempre è stata appoggiata alla nostra spalla è ora pronta anche a sorreggere, in una stretta più percepibile ma ancora lontana nel suo ultimo abbraccio finale.

[…] è quando ci coricammo sul prato,
io ti venni sopra, mai potrò dimenticare
il morbido spessore, sì la consistenza del tuo corpo,
da quel momento tutto fu chiaro, come una rivelazione
che mi avrebbe accompagnato per sempre,
la distanza intendo, lo stacco, proprio così, cioè il tuo
frapporti, tenermi discosto dal terreno, proteggermi,
non è facile dirlo, neppure pretendo d’esser capito,
mi riferisco al fatto che esisti, e in virtù di ciò sto separato
dall’abisso, sei scudo fra me e l’ultima dimora, la differenza
tra la vita e la morte, spero ti giunga il mio pensiero… […]
(Il tuo spessore)

La parola, dunque, diventa quel supporto, quello strato a protezione di noi e tutto il resto e nuovamente l’Autore ci indica la strada in questo senso utilizzando un’immagine di grande potenza, dove una metaforica giovane donna, che proprio in quella sua freschezza diviene vita, si frappone tra il compagno e quel mondo che può essere tutto, diventando l’aiuto che ci permette di osare, di affidarci preservati dall’ignoto, a volte minaccioso, venendoci in soccorso dandoci una difesa che è però conforto, amore, piacevolezza… vigorosa presenza quasi sovrannaturale.
Nuovamente arriviamo all’ultima pagina tracimanti di vibrazioni che se da una parte ci lasciano storditi per la loro pienezza, dall’altra non possono che integrare – nuovamente e con più forza – il non detto in noi che chiede risposta.
Pamela Michelis

Joseph Mallord William Turner – La nave negriera (The Slave Ship)


Joseph Mallord William Turner – La nave negriera (The Slave Ship)

Post del 10 maggio 2016


Joseph Mallord William Turner – La nave negriera (The Slave Ship)


Genova (italia) Palazzo Ducale, mostra degli impressionisti cui vennero abbinati “lavori” di inglesi e americani indubbiamente per l’esiguo numero di “pezzi” forniti in prestito dai musei del mondo. La Superba non si fa rispettare come una volta ma il modo di dare una lezione ai direttori dei vari Santuari dove sono custoditi i dipinti di Van Gogh (post impressionista), Renoir, Monet, ecc. ci sarebbe stato ovvero accostarli ai nostri “grandi”, i liguri dei primi ‘900 della statura di Rubaldo Merello, Cesare Bentivoglio, Antonio Schiaffino, Giuseppe Sacheri… e tanti altri che nulla hanno da invidiare a molti dei classici così detti “francesi”. Lo rimarcai al responsabile dell’organizzazione, rimase turbato nel constatare che una pecora potesse uscire dal “percorso” stabilito.
In tale circostanza ebbi comunque la sorpresa di ammirare dal vivo opere di notevole spessore fra le quali ne spiccava una, di Joseph Mallord William Turner, il cui “potente” magnetismo mi attirò a tal punto da soffermarmi a lungo a studiarlo pur trattandosi di un soggetto diciamo “paesaggistico”. Fu difficile staccarsi dalla sua luce generata in una dimensione a me sconosciuta. Raffigurava un vascello che lottava strenuamente contro gli elementi della natura vincolati da un patto infernale che li induceva tutti a scatenarsi sulla tela.
Non era il dipinto in questione, o forse sì, potrei dire una fesseria in quanto il mio interesse era così concentrato nel cercare di interpretare i vari toni… che il “tema” passò in secondo piano; al limite avrebbero pure potuto non esserci i complementi che davano il titolo al quadro tanta era l’ampia varietà cromatica i cui riverberi, avvicinandomi per capire il criterio adottato dall’artista, denotavano una particolare e suggestiva tecnica di stesura del colore di rado rilevata. In poche parole rimasi stupefatto e provai una punta di orgoglio quando successivamente, nel raccogliere informazioni su questo genio, ebbi modo di leggere: «…Secondo quanto scritto da David Piper nella sua The Illustrated History of Art, i suoi ultimi lavori venivano definiti come “fantastici enigmi” e il celebre critico d’arte inglese John Ruskin lo definì colui più di ogni altro capace di “rappresentare gli umori della natura” in modo emozionante e sincero».
Flutti implacabili, raffiche di vento accanite, riflessi di luce ora intensi ora appena riverberati, turbinio di nubi sfilacciate come le residue vele dell’imbarcazione il tutto in una commistione diabolicamente perfetta. Potrei anche suggerire di definirlo l’artista delle “calamità naturali” o “potenza degli elementi” ma non va ancora bene, ci deve essere una definizione che renda giustizia a William Turner.
Noterete di certo come in questo spettacolo passino in secondo piano le braccia degli uomini che fuoriescono dai flutti cercando di aggrinfiare l’aria per liberarsi dai marosi che, avviluppandoli ancor più saldamente delle catene, li accompagneranno al loro infausto destino, schiavi gettati in mare insieme ad ogni suppellettile allo scopo di alleggerire il natante. Poche pennellate maestose per raffigurarli, così come il vascello che viene “integrato” nella catastrofe, quasi una macchia, bestia ferita a morte in cerca di scampo.
Ecco! Questa rappresentazione riconduce all’Apocalisse. Ad un attento osservatore non possono infatti sfuggire gli unici esseri viventi in perfetto equilibrio con il contesto, guardinghi gabbiani volteggianti come bianche colombe sul tutto prestabilito, sordi alle miserie umane.
@Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com


Salve Mauro, come versi ? Grazie infinite per il bellissimo regalo che mi porgi come un prezioso diamante sul rifrangente adamantino cristallo della mia scrivania di lavoro dove spendo la mia Mente e mi provo sempre di far partecipe il mio Spirito nella sua dimensione più pura ed elevata. Che gioia leggere di sorprendenti colori, di nervose pennellate e di stoccate ora brune ora chiare che reinventano la Luce ! La grandezza di Turner è tutta qui, amico mio. Nessuno meglio di lui colse quella inusuale necessità: aprire come un drappo che svela il proscenio i sentimenti, le passioni, le emozioni al mondo intero e farne partecipe tutti, umili e nobili, in un’unica Estatica Collettiva Visione. Una vera Rivoluzione pacifica ! Ma come fare a rapire il fiacco ed ozioso sguardo dei mondani nobili e ricchi sulla tragica vicenda umana dei vinti degli oppressi dei semplici e degli umili ? Ecco che l’Eccelso ricorre alla Luce. Ma ad una luce nuova, talmente abbagliante e meravigliosa che anche il Principe non potè più divincolare gli occhi ! Oh caro, riesci a cogliere l’audacia divina del Nostro che costruisce la Luce senza mai usare il bianco ? La sua luce è fatta da una magica complessità di rosa di arancio di giallo e di verde ! Meraviglia del creato ! Come non rabbrividire al pensiero che un uomo inventa una Luce più grandiosa del sole ? E poi mio caro, osserva attentamente la geometria che segue quella inumana luce che non cade dal cielo ma che dal centro della tela si irradia verso la periferia ! Non è dunque una luce che emana da Dio ? No mio caro, la luce proviene dalle spalle della scena rappresentata ! Perciò noi ne siamo abbagliati. Perché, inspiegabile magia del Genio umano, quella luce illumina anche noi come statue di gesso immobili e silenti al cospetto di una Creazione così sublime che sovverte le Leggi della Fisica e che ispira l’Intelletto a nuove equazioni che spieghino in qualche modo quella nuova, inedita, inconosciuta Natura parallela al mondo euclideo che abbiamo imparato sui banchi di scuola. Ora osserva quello che in apparenza dovrebbe logicamente essere il mare. Ma è un cupo e triste pennellar di verdi e marroni ! Dov’è l’azzurro del mare ? Non sperare di trovarlo, Mauro caro, perché la metà del quadro è la incredibile rappresentazione di un Cimitero ! Dove i 132 schiavi neri realmente morti in quella spaventosa vicenda, che vide accanirsi senza pietà alcuna l’uomo contro l’uomo, rappresentano figure spettrali di morti che chiedono preci e memoria allo sprovveduto osservatore. E poi cosa dire di quel magnifico grumo di sangue al centro della scena che colora di morte la Luce al centro del disegno ? Ti chiederai, se Turner ci lascia avviliti sconfitti a senza speranza ? Quesito assolutamente intelligente e lecito assai. Una speranza di sopravvivenza a quella nave di disperati e dunque una speranza all’umanità il Nostro ce la concede: guarda in alto a destra sull’angolo retto che chiude il dipinto, timida scorgerai una piccola macchia azzurra quasi celeste: è il cielo ! E’ quello il segno che una fioca speranza c’é per quei disgraziati ed anche per noi ammutoliti osservatori. Non mi attarderò a spiegare altro che pertiene Tecnica pittorica ed altre specifiche similari. Spero solo vivamente di averti comunicato le ragioni artistiche ed emotive perchè quando cerco deliberato goccialar di solitaria felicità mi attardo nel fissare anche le Opere meravigliose di Turner. Partendo proprio da The Slave Ship che per me è la più grandiosa opera di Turner ed uno dei massimi capolavori di tutti i tempi. Mauro caro, quando smetterò di elevare il mio Stupore sulle cose del mondo e sulla meraviglia che costituisce ai miei occhi l’essere umano chiederò a gran voce a chi ne avrà bisogno di prendere la mia Vita senza indugi né remore. La Vita non si lascia vivere quando ingombri il suo dipanarsi nei giorni con le ore morte del cuore insensibile agli eventi da cui se ne ingenera il Senso. Te sai che nulla, eccetto le Scienze Matematiche ed il sommo ardire di Progettare per l’umanità, accende il mio cuore più delle Belle Magnifiche Arti con le quali nei lunghi silenzi della mia intima contemplazione della Bellezza sparsa ovunque nel mondo conquisto me stesso a mete sempre più elevate, eteree e sublimi. Ritornando al tuo eccellente lavoro, lo trovo sommamente interessante come al solito. La tua scrittura scivola via come lo sguardo sull’incipiente tramonto: pochi battiti di ciglia e tutto si compie mentre hai ancora gli ultimi dorati raggi del sole impressi negli occhi; ma è già notte ! Così il tuo scandire il tempo con la parola che più si accumula e più si autogenera miracolosamente diventando autonoma da te e dal tuo originario proposito. Eppure sempre intringe di Senso cio’ che incontra senza saltare un sola mera locuzione ! Bravo ! Ti prendo le mani, le tue sagge ed esperte mani di Uomo di Cultura e di Natura che tanto hanno visto e vissuto e le stringo forte con le mie delicate ed ossute di Eterno Studente sempre pronto ad imparare per trasmetterti attraverso la mia affettuosa presa il mio orgoglio la mia stima e la mia alta considerazione di Uomo di Cultura e di Scienza senza pudore alcuno della tua bella persona. Carissimo amico mio, hai poi pubblicato la nostra meravigliosa corrispondenza ? Presto replicherò alla tua ultima missiva ed eventualmente mi diffonderò ancora sulla tua bella review. Come hai potuto facilmente osservare, qui mi son dovuto dare un limite. Non tutti son pronti e vogliosi di leggere tanto testo che, quantunque ricco di suggestioni ed iperboli, può stancare l’utente medio dei social che è oramai aduso all’immediatezza dei file video o grafici. Anche nella scrittura lirica sento forte la necessità di far di sintesi la prima virtù da servire al lettore distratto da mille fonti luminose brillanti urlanti ed accattivanti. Ad ogni modo, ti rassicuro sul fatto che chi vorrà leggerti lo farà con il massimo rispetto e la massima considerazione, quel che te meriti ed anche di più. Perché i miei amici qui sono tutti assolutamente meravigliosi e gentili, mai nessuno rabbuiò il mio umore con fare svelto o addirittura rude. Mi sovviene d’improvviso, mai dimentico delle parole che ci siamo scambiati, di chiederti a che punto ritieni sei giunto nella tanto agognata conquista dell’ Età Adulta per pronunciare ”le parole più difficili”. Che io invece frequento da sempre senza curarmi più di tanto delle convenzioni e del conformismo che ci dettano un canone così austero e rigido. Io lo dico a fil di labbra senza che questo mandi in frantumi il mio buon nome di maschio assolutamente innamorato di tutto quel che è donna, femmina e femminile in tutti i sensi possibili. Caro amico mio, ti voglio bene !
Carissimi Saluti
@Dario Rossi Speranza
Milano/NewYork


Ciao Dario, ho letto d’un fiato quanto hai scritto e ammetto volentieri di essere solo un istintivo al tuo confronto, con un certo spirito d’osservazione, amore per l’arte e tutto ciò che è bello, compreso il corpo, l’odore, finanche i difetti tipici delle donne, una certa facilità nella scrittura che mi porto dietro, per fortuna, dai primi approcci con la scuola. Inoltre fantasia da vendere, sogni, speranza e spiccato senso dell’umorismo che fanno sorgere in me impensabili metafore. Tutto qui. Tu sei ad un livello… professionista non è il termine giusto poiché si avverte che sgorga dal cuore il tuo saperti esprimere in modo più che eccellente con ogni mezzo, tutta verità, nulla di artificioso. Potrei definirti un istintivo più attrezzato? In ogni caso è bellissimo ciò che hai illustrato in modo forbito sebbene comprensibile pure a un bambino, il periodo scorre piacevolmente perché ciò che segue ha attinenza e si ricollega compiutamente a quanto precede, si giunge alla fine in discesa, soddisfatti, al punto di volerti dire, cosa mai successa in vita mia, con disinvoltura poi, e forse il motivo è che non resta altro, un semplice saluto è insufficiente, inadeguato ad esprimere la stima e l’affetto che nutro nei tuoi riguardi. Ti voglio bene amico mio, ho molto da imparare da te e questa prima lezione l’ho assimilata subito. Un abbraccio.
Mauro Giovanelli – Genova

Lapilli (A MIA MAMMA)

Lapilli
(A mia mamma)

Ricordo il giorno in cui
quel preciso istante
già apparteneva al buio.
E la brezza di mare era insolente,
e la terra faticava
intanto che guardavo a ponente,
avere sempre più spazio
nel dirigermi dove tutto finisce
e ogni palpito si rigenera.
Questo il pensiero
che mi ha sfiorato
mentre le tue fragili ossa
ho stretto a me,
un bacio sulla fronte, la mia carezza.
Stanca, fra le mie braccia
ti sei rannicchiata,
eterna la tua delicatezza
nel cogliere lapilli di vita.

@Mauro Giovanelli – Genova
© Copyright 2018 “Pulsionale, poesia III Millennio” – 1a edizione
In preparazione la 3a edizione nella collana icodicidimauro serie illeggìoanoveposizioni

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