FINE DELLA LEZIONE

FINE DELLA LEZIONE

So che stai soffrendo
come un animale in calore.
Purtroppo non ci sono
a soddisfare i tuoi istinti,
la smania che ti assale
rimane inappagata.
E ti vai spegnendo.
Adesso non puoi dire
che il mio egoismo è senza limiti,
tanto da farti sentire uno zero,
avrei dovuto darti di più,
queste le tue ultime parole,
altro ancora,
ed erano solo inutili convenzioni,
nulla valevano ma tu non lo capivi.
Ora beneficia della tua ovvietà.
Nell’ultimo anno mi hai pressato,
non hai inteso, due come noi
sono senza alternative,
avresti dovuto pensare come un uomo,
prendere e gioire, dare e godere,
solo così avremmo sfidato il tempo.
E insieme… risultare vincitori.
Non sei riuscita,
proprio non ce l’hai fatta
ad anteporre i sensi,
passione, la carne, gli umori
di cui restavamo impregnati,
sudore, sperma, liquidi escretori
delle tue fertili mucose.
Mi stringevi, con le unghie
ti avvinghiavi a me,
perciò si aggiungeva sangue,
gradevole dolore.
E noi a mugolare di piacere.
Tutto qui!
È semplice in fondo. Stolta!
Ma come puoi non aver inteso
che l’Universo è questo,
il resto sono cantine ammuffite,
strade senza sbocco,
lavori in corso,
chiedere permesso,
ricerca di un parcheggio,
falsi valori, passeggiate senza meta.
Se non hai una tua vita segreta.
Inviti a cena, convenevoli,
raduni salottieri, insopportabili opinioni,
consuetudini, discussioni,
condivisioni, visite di cortesia,
amici di facciata,
un caffè al bar, saluti stiracchiati,
presenze fastidiose mentre accanto
si incrociano destini di altri…
alla disperata ricerca di amore.
Che noi avevamo… ora è dolore.
Non è possibile!
Né smetterò mai di chiedermelo,
eppure te l’avevo insegnato,
spiegato bene,
avevamo compiuto il prodigio,
un caso su mille, diecimila…
che dico? Unico.
Solo noi eravamo arrivati
a destinazione, la compiutezza,
il gioco dei corpi, l’attrazione.
Ma ha vinto la necessità della finzione.
Ed io di questo godo,
soffro da morire ma gioisco
della tua angoscia. Donna insensata!
Quante volte ho detto:
“devi essere mia, come una schiava”,
quando lo sussurravo al tuo orecchio,
te lo chiedevo
mentre ti ero dentro,
nei tanti modi che da me hai imparato
e che volevi…
“Sono tua, prendimi!” Rispondevi.
“Farò ciò che vuoi… ti scongiuro,
amami per sempre!” Supplicavi.
Sempre!
Avevamo resa autentica questa parola.
E dove lo trovo un altro come te!
Piangevi…
A parte questo, nulla hai capito,
e ogni giorno che mi vorrai
non ci sarò
mentre davanti ai tuoi fornelli
con un lui sereno
chinato sulla tavola a fare i conti,
chissà perché me lo immagino
in salopette, per cattiveria sai,
se non la indossa è nel cervello
che di sicuro ce l’ha.
Allora mentre ti asciugherai
le mani, i piatti avrai lavato,
getterai uno sguardo
furtivo al mio anello,
ti tornerà alla mente l’attimo
in cui decidesti di pianificare
la tua vita, paura dell’insicurezza
che ora è terrore della ripetitività.
Difficile poter tornare indietro.
La vecchiaia… sei stata tu
a richiamare la sua attenzione,
hai voluto sederti ad aspettarla,
con me correvi, era lei disperata,
non ci raggiungeva,
adesso piano piano ti si avvicina,
ogni giorno lascia il segno,
ferite sul tuo corpo,
le ore passano in silenzio,
la tua mente è svuotata,
hai già fatto la spesa,
il momento del suo rientro si avvicina,
a questo pensi mentre sei in cucina.
Cerchi di scacciare il mio ricordo…
ti dilania il pensare,
ritrovarsi il biglietto vincente della lotteria
e incassarlo a metà
anziché spendere tutto,
fino in fondo, all’avventura.
Che follia è stata!
Ma il fondo mai l’avremmo toccato,
e tu sai perché,
il nostro sentimento
dilatava sempre i confini.
Ne scoprivamo di nuovi
stando vicini.
E adesso che più non ti usi?
Che manca il maestro?
I glutei andranno infiacchendosi,
la pelle si indebolirà,
già avviliti sono i capezzoli,
piangenti e nostalgici i seni perfetti.
E il clitoride rosa che feci risorgere?
Era nascosto, umiliato.
Ricordi? Le piccole labbra…
hai gemuto la prima volta,
poi mi chiedesti di succhiarle ancora,
prenderle, viziarle…
mi tenevi premuta la testa,
pervasa dall’eternità.
Ma chi potrebbe mai
sfiorarti le gambe come so fare io?
Lentamente arrivavo
fino alle mutandine ma…
non andavo oltre,
pregustavo ciò che sarebbe stato,
tornavo alle ginocchia, i polpacci,
i piedi, tu fremevi,
e allargavi le cosce sempre più,
seduta al mio fianco, in auto,
guidavo e ti toccavo,
tornavo su, pizzicavo la parte più tenera…
il loro interno, in alto,
vicinissimo alla vagina.
E lì avvertivo calore di femmina,
plasmata per me, compiuta,
sentivo umido, caldo umido,
così abbiamo girato
per motel e ristoranti
musei, chiese romaniche, barocche,
ci sposavamo nelle sacrestie,
poi alberghi, birrerie,
ogni sorta di pub, bar,
spiagge di sera, di giorno,
scogliere protettive, cabine,
e tu bruciavi…
a volte dicevi di accostare subito,
non potevi aspettare.
Non mi è possibile perdonarti,
mai potrò farlo,
è come se tu avessi inferto
uno squarcio all’Infinito
che avevamo raggiunto, toccato,
in cui abitavamo. Ricordi bene
che sembrava un susseguirsi di dune,
sabbia finissima, il sole sempre basso,
al nostro fianco,
e il mondo era solo lontana percezione
ad occidente…
le nostre ombre unite, lunghe,
guardavano l’oriente.
Anteporre la sicurezza,
la stabilità, il timore
di un futuro incerto
che neppure sai se arriverà,
cominciare a pensare
di sistemarti, organizzarti!
Parole orribili, prive di libertà.
Dove? Con chi? Come?
Per aspettare di morire?
E quando quel momento
dovesse giungere?
Sai che cercherai la mia mano,
annasperai, ed io… dove sarò?
Come hai fatto a non capire
che di ciascuno di noi
stavamo cogliendo il meglio…
nascondendoci da tutto.
Splendido! Assoluto!
Ci incontravamo solo
nel nostro reale vissuto
fossimo stati insieme,
come due coniugi o compagni,
non avrebbe potuto durare…
Solo i clandestini arrivano
alla meta senza smettere di amare.
Stolta! Ottusa! Te l’avevo detto
di abbandonare la normalità,
ubbidire a me passivamente,
senza nulla pensare se non a noi. Ma…
la tua indole femminile, il timore,
ti hanno corrotta, ed io ho fallito.
Però… ho scoperto qual è la verità!
Questa è l’ultima lezione.
Alla fine sta in un pensiero
che a tutto sopravvive,
e accetta il passaggio offerto
dalla prima foglia che s’invola,
da una brezza amica che si fa messaggera,
il riverbero di un raggio di sole distratto,
il vento di scirocco,
un gabbiano che sconfina,
il bagliore complice della luna
per giungere in tempo fino a te…
e farti sentire la mia mano
che tiene stretta la tua.

 

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagine in evidenza: Fulvio Leoncini – 13 stazioni per lady Chatterley – 2012 – Dedicato alla passione – Collezione privata

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