IL RITMO DELLA VIOLENZA (1)

IL RITMO DELLA VIOLENZA (1)

“Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa rimane ai perdenti? Qualcuno deve pur tenere fermi i cavalli.”

Sam Peckinpah (Fresno, 21 febbraio 1925 – Inglewood, 28 dicembre 1984),

Breve citazione ma la più efficace rappresentazione “cinematografica” tradotta in parole dell’attuale momento storico, in generale, e politico per quanto riguarda il nostro Paese.
Sam Peckinpah è stato un grande regista, a mio parere il migliore sotto certi aspetti, ed epigono della memoria intellettuale americana: Hemingway, Kerouac, Miller, Bukowski, Whitman, Twain, Melville, Caldwell… Della sua biografia si può dire ben poco. Figlio della frontiera americana, la Sierra Nevada al confine con il Messico, e famiglia di allevatori, il padre giudice della contea, conseguì il diploma in arte drammatica, lavorò per la televisione scrivendo e dirigendo molte serie western che gli aprirono le porte nel mondo del cinema come aiuto regista (Don Siegel) e infine divenne direttore artistico. In tale veste fu un autentico genio innovatore e non pochi critici lo acclamarono per l’incantevole lirismo dei suoi film, la profonda analisi e introspezione psicologica dei personaggi, lo stile rivoluzionario spesso intriso di violenza evidenziata in ogni particolare adottando la tecnica del “rallenty”, di cui fu il precursore dei molti che in seguito lo avrebbero imitato, riuscendo a far vivere la “sporca” morte allo spettatore in tutta la sua realtà. Al contrario fu vessato da una parte della “intellighenzia” sviluppatasi dalle braci del puritanesimo, humus della morale USA, del maccartismo e figlia della così detta epoca dei “telefoni bianchi” in cui la società doveva essere rappresentata nel realizzato “sogno americano” (American Dream)… mai neppure sfiorato.
Uomo controverso, complesso, fragile, ammirato, amato e odiato, carattere irritabile sempre in conflitto con gli Studios per portare a termine le riprese dei suoi film. Quando nel 1965 girò “Sierra Charriba” ambientato nel corso della Guerra Civile americana egli fu letteralmente massacrato dai produttori che eliminarono oltre mezz’ora di pellicola.
A causa di svariati motivi fu costretto a smettere di lavorare per poi riprendere con altri capolavori indimenticabili. Nel 1973 girò il suo ultimo western, il crepuscolare e magnifico “Pat Garrett & Billy the Kid” in ogni caso tagliato dalla produzione e riproposto nel 1988 nella sua versione “director’s cut”. Quindi diresse “Voglio la testa di Garcia”, delirante e cruento film che anticipò la moda del genere “pulp”. Sempre più schiavo dell’alcool e delle droghe produsse comunque altre opere eccellenti fino a che venne colto da ictus all’età di soli 59 anni.
La frase che ho citato fu proferita durante la lavorazione de “Il mucchio selvaggio”, uno dei western memorabili della storia del cinema, neppure può essere annoverato in tale categoria. In esso vi si narra delle vicende di fuorilegge, di amicizia, orgoglio, lealtà, valori morali, i “loro” ma rispettati fino all’estremo sacrificio. È storia di commozione, vita e morte, libertà, follia, inseguimenti proprio come nel grandioso poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, l’inestimabile “Orlando furioso”…
Ad un osservatore distratto le tematiche principali potrebbero apparire l’obiettivo che ad ogni costo questi uomini perseguono (il bottino), e l’aggressività come unico mezzo nella dura competizione umana affrontata come mai prima di allora nel cinema statunitense (la violenza), poiché in realtà ciascuno dei componenti “il mucchio” rincorre il sogno di dare un senso alla propria vita in un’avversione viscerale, al limite dell’anarchia, verso l’arroganza del potere che si può estirpare solo con la lotta.
Pochi oggi sono in grado di comprendere l’aforisma giacché durante la conquista del west le rapine alle banche avvenivano rischiando in proprio e mentre i complici all’interno svuotavano i forzieri, fuori qualcuno doveva tener pronti i cavalli per la fuga. Non come accade oggi stando seduti su comode e confortevoli poltrone barocche, senza alcun eroismo, da vili, mettendo a repentaglio null’altro che il fondo dei pantaloni o la plissettatura della gonna.
A mio avviso in tale metafora c’è l’essenza dei rapporti fra umani. Sam Peckinpah aveva formulato, alle soglie degli anni ’70, il più semplice e limpido chiarimento circa l’inasprirsi dei conflitti di questo inizio secolo. Rifletteteci, vi accorgerete che è filosofia pura.
La gran parte della popolazione del pianeta, il 98%, è stanca di fare il “palo” a quel 2% che sta rapinando le risorse a disposizione e che da solo detiene più della metà della ricchezza della Terra. (2)
È giunta l’ora di spezzare il ritmo della violenza che l’umanità subisce per uno sparuto “mucchio di selvaggi”. Non è difficile, abbiate fede, basta trovare ancora la capacità di indignarsi.

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

L’articolo “IL RITMO DELLA VIOLENZA” è stato pubblicato il 18 aprile 2016 sul sito www.memoriacondivisa.it di “Memoria Condivisa.

(1) Titolo rubato a “SAM PECKINPAH – Il ritmo della violenza” A cura di Franco La Polla – Edizione Le Mani – settembre 2006

(2) World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite con sede a Helsinki.

Immagini in evidenza ricavata dal web – Fotomontaggio eseguito dall’Autore

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