PERCEZIONE

PERCEZIONE

Perché devo cercare le parole
quando le ho tutte dentro?
Si tratta solo di sputare
e metterle su questo fottuto
pezzo di carta.
Se provo angoscia,
se ho sbagliato,
se non ho avuto coraggio
di scegliere, ed ho fumato,
mille e più mille sigarette
pensando a un’altra di te,
adesso neppure più ti bramo,
il tempo è trascorso,
non siamo quelli di prima,
era buona la brezza intrisa
di pitosforo, ora castigo,
non più aroma di libertà
svanita nei dirupi di qualcosa
che diventa nera e profonda,
o accogliente utero materno,
dipende… ascoltami donna,
la mia passione si è pure
prosciugata, l’anima
è gonfia, ipertrofica,
penombra accogliente
nella vuota stanza
dipinta dei nostri colori
quando tu, come sorgente,
riversasti su me i tuoi odori,
umori, sudori di follia, saliva…
Il primo giorno necessità
di amare, subito, drogarmi,
combattere, sognare,
ribellarmi, penetrarti a lungo,
riempirmi di te, venire in te,
accarezzare, farti provare
quel desiderio che ora
mi prosciuga, logora questo
ingombro che ci portiamo
appresso, immateriale.
Cos’è se non spirito?
Intacca e rende
la mia persona fragile,
incontrollabile.
Fuggire, perdere l’orientamento,
trovarmi in un luogo
lontano, deserto,
dove sibila il vento tra i sassi,
scompiglia la nera chioma
fluente, la camicia… gonfia
la camicia, i pantaloni
sventolano frenetici
come vecchi stendardi,
uno di fronte all’altra,
immobili, ci guardiamo
sapendo di essere eternità.
Ascolta bene, attenta
a quanto ho da dirti,
neppure cerchi di toglierti
i capelli dagli occhi,
trattenere con garbo
la gonna che disegna
un fianco e si allunga
dall’altro sbandierando,
indica la direzione,
sei incantata dei tesori
a lungo trattenuti,
indicibili se non a…
Ma dove sei ora?
Mi hai sfiorato mentre
camminavo, testa china,
distratto, fulminato?
Avresti dovuto osare.
Il tempo sconfitto
mentre mi inginocchio,
appoggio la testa
al tuo ventre,
avverto l’odore di femmina
attraverso il tessuto,
il tuo che era suo,
incomparabile, annuso,
fiuto, aspiro il sapore
delle carni celate,
le mie braccia stringono
sempre più i tuoi fianchi
i glutei, mi aggrappo
alla vita avido di
fermarmi così per sempre.
Forse è morte che cerco,
amica fedele,
pronta ad accogliermi,
lei non finge, è orgasmo,
l’ultimo, prolungato fino
a risucchiarti, non finisce mai
là dove c’è la risposta.
Ti voglio bene morte mia.
Ho lasciato l’auto in mezzo
alla strada e mi sono
messo a correre, per giungere
qui, vederti, spogliarti,
e i seni, i seni, i seni
come piacciono a me,
l’ho sempre detto,
i capezzoli perfetti,
le orecchie precise,
i piedi, le ginocchia…
Ancora tu?
Attenta, arriva qualcuno
in divisa, sembra nazista,
pieno di cinghie, manette,
stemmi, catene, borchie
regolamentari, omologate,
decorazioni che brillano
sul nero vestito, è un coacervo
di preti, fascisti, indifferenti,
egoisti, fanatici…
Stai pronta,
questa è una morte diversa,
patita da un grande poeta
il mio vate, unico,
incommensurabile Pasolini,
aveva indicato la via, la verità,
la vita…
Dalle pagine
del Necronomicon,
libro mai scritto,
vengono vomitate parole,
le ho intercettate,
tutto ho letto,
per il piacere tuo.
Non mi conosce
la bieca figura che avanza
ma ci guarda.
Stai ascoltando questa chitarra?
Dio come suona, mi trapassa,
fa vibrare ogni cellula,
i neuroni saltano, che gioia
sta donando, riesce a farmi
credere, non so bene,
mi fa vedere il firmamento.
Ecco! Il turpe figuro
è scomparso,
l’Universo si flette,
cominciano a formarsi
crepe, passaggi, l’oltre
è ancora più in là,
vieni amore ritrovato
sono in alto, lasciati andare,
segui me, dimentica,
svuota la mente, riempila
di questa vibrazione,
noi siamo nulla separati,
uniti abbiamo tutto.
Osserva quei pietroni
giganteschi, sono il vecchio
tempio di una civiltà nostra,
antichissima, guarda
la precisione, uno sopra l’altro,
l’altro di fianco all’uno,
nella separazione fra due
non riusciresti ad infilare
un’unghia, attaccati come noi
dobbiamo essere.
Qui fra queste strettoie…
Senti? Sono loro, gli abitanti!
Andarono via prima di
diventare umani, dicono
che possiamo restare
ancora un poco,
quel tanto per capire,
sanno tutto delle
tavole di cui è composto
il Delomelanicon
ma ne hanno scompigliato
gli enigmi, vedi le scritte
in egiziano e greco che
volteggiano nell’aria
trascinate dalle ali del condor?
Svanito il deserto?
Siamo nei ghat dove si termina
in armonia con il cosmo
in un prolungato amplesso?
Dobbiamo trovare la porta,
quella giusta, passare
per il lago salato, le cascate
che conducono al nulla…
lì tutto è possibile…
Tutto! Comprendi ora
cosa voglio darti?
Vedo che hai aperto
le gambe, come sempre
con me, mai devi chiuderle,
non posso aspettare,
devo prendere ciò che è mio
all’istante, troppo prezioso
berti, mangiarti, bearmi,
entrare in una delle nove porte,
la tua, quella che conduce
al paradiso che nessuno
comprende cosa sia
ma tu ora lo sai, ridi,
stai godendo,
la tua espressione cambia,
dovresti vederti
quando provi immenso piacere,
sei l’altra parte di te
che conosco io solo.
I tuoi occhi diventano languidi
stanno guardando ciò
che sempre vagheggio,
formano profondità
come la mia irrequietezza.
Beviamo adesso,
prendi la fiaschetta,
è lì, sul dorso del mulo
che ci osserva,
sereno…

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagini in evidenza ricavata dal web: Opere dell’Artista TEOREMA FORNASARI – Fotomontaggio effettuato dall’Autore

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