“SNOB CULTURALI” – ALTRO FLAGELLO DELL’UMANITÀ

“SNOB CULTURALI” – ALTRO FLAGELLO DELL’UMANITÀ

Mi capita di rado ma quando succede è come se qualcuno fosse riuscito a farmi entrare la testa dentro la boccia di vetro dove, a complemento di arredo oggi per fortuna fuori moda, un tempo si imprigionavano i pesci rossi (che dalla noia diventavano via via anemici, biancastri fino a morire). In sostanza accedo ad una dimensione surreale in cui gli avvenimenti, le persone, amici, conoscenze, politica e quant’altro mi circondi risultano lontani e del tutto indifferenti. Sento ma non ascolto, vedo senza guardare, avverto la gravità di un avvenimento e me ne infischio, leggo e non assimilo… immutabile resta solo una cosa ma questa è un’altra storia. Quindi conosco a perfezione la patologia, l’unica terapia è aspettare che passi, mediamente necessitano almeno una o due settimane secondo la complessità dei fattori, intrinseci ed estrinseci, che hanno concorso a formare la causa generatrice di questo effetto.
È per ciò che incautamente ho accettato uno dei diversi inviti che pervengono ritrovandomi così, sonnambulo, nel parco di una villa genovese bellissima, vista stupenda aperta sul mare e le gru del porto, pini marittimi a far da cornice. Solita tavolata con i soliti stuzzichini e solite bottiglie di prosecco fresco frammiste ad aranciata (o chissà che altro per gli astemi), solite posate in plastica con i soliti piatti e bicchieri della medesima sostanza che quando cerchi di prenderne uno devi farti prestare l’unghia e la predisposizione della prima donna che ti capita a tiro per estrarne massimo due. Solita convivialità e finta allegria, solito darsi del tu a prescindere, soliti sforzi ad esternare gaiezza per nascondere i drammi che si celano dietro questa varia umanità.
Fra gli invitati amici d’infanzia, idem l’anfitrione, uno dei quali l’ho colto più di una volta fissarmi con occhio torvo; quando stavo disquisendo piacevolmente di vari argomenti con una violinista, mentre sorseggiavo l’unico bottino catturato ossia quattro dita di spumante (adoro essere servito pertanto rinuncio), nel momento in cui, appoggiato alla balaustra in marmo a fumare tranquillamente una sigaretta, traguardavo con interesse lo sciame di persone che si alternavano disinvoltamente al banchetto. Solo adesso ricordo che a costui avevo fatto uno scherzo pesante ma… diamine! Che sarà mai, a quindici anni, un sacchetto di fuliggine rovesciato in testa mentre usciva dal vespasiano sottostante?
Quattro chiacchiere insieme agli orchestrali, scambio di battute con l’importante direttore (così mi è stato presentato ma l’avevo capito dal farfallino), dialoghi sdrucciolevoli con gli amici, affabile, sincera, divertente compagnia di quattro giovani e amabili ragazze, infine… l’idiota.
Preciso subito che trattasi di direttrice ed esperta d’arte nonché critica della Pinacoteca di (omissis), donna sui 55, forse 60, forse meno, non l’ho osservata molto anche perché cominciava ad imbrunire, nella penombra sono riuscito a distinguere solo un paio di orecchini ridondanti, rossetto generoso, fondotinta che i riverberi dello scarsissimo ed unico lampione mettevano ancor più in evidenza, atteggiamento “snob”, repulsiva a livello epidermico, elegante, sofisticata, risatine tirate, brevi ed isteriche, ancora aggrinfiata agli ultimi scampoli del suo essere femmina, se mai lo fosse stata, nonché alla posizione che occupa. Non appartenente alla tribù dei prof. Keating de “L’attimo fuggente”.
Capitò che noi tre, il sottoscritto, mio fratello maggiore amico di sempre alla mia sinistra e “lei” a destra eravamo seduti sulle solite sedie in plastica, fortunatamente con braccioli. Cominciava a rinfrescare e udivo, ascoltando a tratti, complice pure l’oscurità ormai insopportabile, il loro dotto discorrere specialistico sui vari aspetti della pittura, le correnti, tecniche, simbologia, riferimenti storici, citazioni roboanti che sconfinavano nella metafisica, filosofia e zoologia quale capolinea della conversazione dirottata sulla collezione di dipinti di “animali domestici” della signora, in merito alla quale le sue esternazioni raggiunsero l’apoteosi. Venne fuori il nome di Ligabue, domanda che le rivolse l’amico (a lui piacciono questi soggetti, la signora intendo) per sapere se nell’assortimento avesse pure una delle “tigri” di questo grande, a mio avviso, folle ed a modo suo unico artista “Naïf”. Lei rispose “No!” con una piega della bocca identica a quella della Boldrini. Detto tutto.
La pausa di silenzio che seguì era dovuta, credo, alla stanchezza dei due competitori ed il mio meditare su quel “No!” schifato e perentorio. Ad un certo punto, anche per rompere… qualcosa, mi rivolsi all’amico, solo a lui, dicendo esattamente: “Vorrei chiederti un parere. Premettendo che Van Gogh è per me uno dei più grandi fra i post impressionisti ed io lo amo in modo particolare, anzi ritengo sia incomparabile, ho di recente confrontato a lungo gli autoritratti suoi e quelli di Ligabue e ti confesso che, nel rappresentarsi, fra questi due pittori è una bella battaglia…” Non feci in tempo a terminare la frase che sobbalzai all’esclamazione che mi giunse da destra tanto che ruotando la testa in quella direzione colsi la “esperta” con il dorso della mano sulla fronte, svenevole, stile Wanda Osiris durante le brevi soste mentre scendeva le scale o Marlene Dietrich quando cantava l’immortale “Lilì Marleen”, proferendo scandalizzata (testuale): “Hai detto una cosa… una cosa… una cosa insopportabile. Mi alzo e me ne vado!
Non si rizzò, mi riferisco alla signora, ebbe una pausa e aggiunse, unendo indice e pollice a formare una sorta di buco del culo, con le residue tre dita distese, due a guisa delle grandi copritrici superiori e l’ultima a formare il timoniere, in sostanza la rappresentazione completa del posteriore della gallina: “Guarda! Devi sapere che Ligabue saranno sì e no tre anni che lo conosco e tu me lo paragoni a Van Gogh? Ma come è possibile sentire queste affermazioni?” rivolgendo quest’ultima domanda all’amico. La boccia di vetro di cui ho parlato in apertura si dissolse improvvisamente, esplose, gettai una rapida occhiata al fratello d’adozione, cui voglio bene, al fine di raccogliere consenso ma vidi solo terrore nei suoi occhi per quella che immaginava avrebbe potuto essere la mia reazione. Indi, tornando a lei:
Ascolta… non ricordo il tuo nome, abbi pazienza mi capita spesso con certuni, ma visto che non ti sei alzata potremmo fare così, domani mattina al massimo ti invierò una, due paginette via mail sostenendo la mia tesi (cosa che farò n.d.a.), che tale non voleva essere, poi tu mi risponderai qualora avessi elementi per contrastarla riservandomi la possibilità di una sola eventuale controreplica allorché le tue considerazioni dovessero meritarla. Mi sento poco socievole stasera e non mi va di parlare. Affare fatto?
Di certo la signora avrebbe preferito che mi adirassi, o similare, comunque si sarebbe aspettata una reazione diversa, rimase perplessa rendendosi conto che stavo parlando maledettamente sul serio. Quando io e il mio amico ce ne andammo anzitempo lui volle recarsi a salutarla. Lei sorridendo mi porse la mano dicendomi: “Sei ancora traumatizzato per Ligabue?” ed io di rimando “Ti credi all’altezza da potermi turbare? Davvero ritieni di essere importante?”.
Le ultime due ore di quella serata le trascorremmo in una delle ultime bettole aperte del centro storico, da parte mia cercavo di convincere l’amico che quella è una povera idiota e il suo peggior problema, per la professione che svolge, la totale mancanza di “sensibilità” nel cogliere in un’opera d’arte, anche in generale, il “succo della vita”. Questa o ce l’hai o non te la puoi dare, neppure perdendo gli occhi sui “sacri testi”. Il guaio è che tale metastasi è estesa alla stragrande maggioranza delle persone ed è per questo che ho incominciato a fare sempre più mio l’aforisma del grande Anacleto Verrecchia, l’ultimo dei filosofi contemporanei mancato tre anni fa nell’indifferenza dell’italica Penisola:
“Di solito la gente è così piatta che ci toglie il piacere della solitudine senza darci quello della compagnia”

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagini in evidenza ricavate dalla raccolta dell’Autore: Autoritratti, a sinistra Antonio Ligabue, nato Antonio Laccabue, a destra Vincent Van Gogh

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