ZONA PASOLINI (poesie, commenti, articoli)

ZONA PASOLINI
(poesie, commenti, articoli)
di Mauro Giovanelli – Genova
© Copyright 2016 Mauro Giovanelli

ULTIMO MESSIA (1) (3)
(Supplizio e Risurrezione)

Ti ho visto…
e sei svanito,
un cenno
della mano
per salutarmi
prima di svoltare
l’angolo.
Il mio rincorrerti
non è stato vano
anche se già
eri in fondo alla via,
lontano.
Ti sei fermato,
facesti segno
di non avvicinarmi,
accennato
come misurassi
l’altezza di un bimbo,
vestito elegante
adeguato,
fazzoletto rosso
nel taschino,
valigetta.
Ci siamo guardati,
i tuoi profondi occhi
parlavano.
Ascoltavo:
“Dovevo morire così …
era scritto!
Chi sarei adesso
nel mondo che
vagheggiai?
Sono nato per questo,
divenire immortale,
il mio sacrificio
servirà a te, tutti voi,
donne e uomini
di buona volontà
porterete avanti
il mio messaggio,
diffondetelo!
Tutto quanto avevo
da dire è stato detto,
nulla manca
del mio passaggio,
custodite con impegno
le chiavi che aprono
porte di accesso
ai grandi segreti
della vita, morte,
fratellanza, umanità,
comprensione
del qui ora… dell’aldilà.
Mai tolleranza! ”
Immobile, incantato
ho inteso.
I riverberi
del suo timido
sorriso mi travolsero,
luce accecante,
vigorosa.
Salutò con gesto
soave,
riprese il cammino,
lo vidi farsi sempre più…
staccato.
Si voltò ancora,
osservandomi…
istante di eternità,
il suo sguardo disse
“Io sono
la via, la verità e la vita…” (2)
Scomparve.
Era… era…
È Pasolini!

=== Postfazione a ULTIMO MESSIA (Supplizio e Risurrezione)

(1) “[…] Solo un mare di sangue può salvare,
il mondo, dai suoi borghesi sogni destinati

a farne un luogo sempre più irreale!
Solo una rivoluzione che fa strage
di questi morti, può sconsacrarne il male!

Questo può urlare, un profeta (1) che non ha
la forza di uccidere una mosca – la cui forza
è nella sua degradante diversità.

Solo detto questo, o urlato, la mia sorte
si potrà liberare: e cominciare
il mio discorso sopra la realtà.”

P. P. Pasolini, La realtà (1961), in Poesia in forma di rosa, 1964.

(2) Giovanni 14, 6 LA SACRA BIBBIA – Versione riveduta sui testi originali – Edizione 1968, CASA DELLA BIBBIA, Ginevra, Genova

(3) NOTA:
Credo di essere entrato nella mente di Pasolini al di là di ciò che è stato scritto e detto di lui, neppure per quanto assorbito dai suoi insegnamenti. Credo di essere entrato nella mente di Pasolini perché è lo specchio della mia anima (qualunque cosa essa sia) nonché del mio modo di traguardare il mondo. Credo di essere entrato nella mente di Pasolini per il semplice fatto che nel momento in cui ascolto la sua parola essa si incastra perfettamente con il mio ragionare. I santi e santini non mi hanno mai impressionato, difficile mi lasci condizionare da chicchessia, credo di essere davvero libero dalle catene della morale comune e dagli aberranti condizionamenti della società. Se oltre duemila anni fa un uomo chiamato Rabbi Jeoshu Ha Nozri ha meritato l’appellativo di Messia, allora Pasolini è degno di essere chiamato tale non per investitura divina ma grazie alla “regalità” del suo pensiero ed i percorsi indicati. Credo che Pasolini avrebbe potuto essere protagonista di un miracoloso rinnovamento, l’unico e forse l’ultimo intellettuale in grado di poter risolvere la complicata convivenza fra gli umani ed a questo fine il suo cuore palpitava. Credo che Pasolini sia stato pure un profeta, senza alcuna ispirazione divina, ma solo per il fatto che ogni sua previsione si è avverata quindi è il propulsore che fa interagire le mie sinapsi quando leggo le sue parabole.
La presente nota al fine di evitare qualsiasi fraintendimento che possa portare a strumentalizzazioni di vario genere men che meno a fini mistici o presunti tali.

***

I BACI DI PASOLINI

Casti baci!
Vorrebbero estirpare dal cuore
affranto la nebulosa che avvolge
e oscura la luce, il brillio delle
immense costellazioni insediatesi
nell’animo da cui è posseduto,
generoso, creativo, nobile.
Svellere la selva intricata
che ne imprigiona una parte
impedendogli di spiccare il volo
dal travagliato percorso del
suo pensare che sta sfiorando
le flesse pareti dell’Universo parallelo
che solo lui conosce.

***

PASOLINI
UCCELLACCI E UCCELLINI

Attimi che restano aggrinfiati al tempo,
sospesi,
interminabili momenti
che annullano le distanze.
Abolito il distacco con l’osservatore
non moriranno mai…
L’immagine non è più tale
ma qualcosa che vive e ti coinvolge,
nata da una improbabile congiuntura,
voluta dalla sorte,
o da stupefacente armonia.
La verità trabocca dalla sua propria luce,
quindi Pier Paolo Pasolini
e il principe De Curtis
da lì continuano a parlarci,
esistono,
sono ancora fra noi per completare l’annuncio.
Tutto è stato prestabilito.
Le cravatte di entrambi,
i nodi infiacchiti dal lungo giorno trascorso,
il casuale pullover del Maestro,
la giacca nera del grande attore,
il suo inevitabile cappello.
Due contro tutti.
Le bianche camicie non indicano capitolazione,
anzi… la loro intesa perfetta,
nata improvvisa, spontanea, inevitabile,
vuole lasciarci qualcosa di forte e imperituro.
Le labbra di Totò,
le grinze del collo,
lo sguardo segnato dalle pieghe del viso,
che travalica le scure lenti degli occhiali,
la stanghetta distratta,
l’infinita melanconia.
Preannuncia la sua propria fine all’amico,
scomparirà l’anno successivo,
allora gli dice del dopo
cerca di metterlo in guardia,
fare attenzione,
il mondo non è come loro interpretano,
al quale anela il poeta.
Pasolini ascolta incantato…
il suo sorriso buono, rispettoso e leale
è uno dei più spontanei e sereni
che abbia mai visto in vita mia,
ha qualcosa di sacro,
misto a preghiera, cognizione, amore.
Commoventi entrambi,
fotografia splendida, unica.
“Neppure il corvo può far nulla…”
continua Totò,
“…anche se è un intellettuale di sinistra
di prima della morte di Togliatti,
saggio e profetico,
inutile azzardi a cambiare gli uomini.
Essi sono così.”
Sappiamo che il nero pennuto
diventerà insopportabile, scomodo,
e i frati Ciccillo e Ninetto lo uccideranno
per mangiarselo.
“Stai attento Maestro, così fanno i mostri,
ti massacreranno
e tenteranno di nascondere, fra i loro visceri,
la tua immensa
spiritualità.”

***

È MORTO “ACCATTONE”
(Franco Citti ci ha lasciati – 14 gennaio 2016)

È notte,
rifugio dei sognatori.
Dall’etere
vengo a sapere che
“Accattone”
è morto.
Brutto colpo,
sleale,
sotto la cintura.
Anche a lui voglio bene
come a tanti altri che vestono,
o hanno indossato,
il medesimo abito mentale.
La prima cosa
che mi è venuta in mente:
“Franco Citti sta a Pasolini
come Tibero Murgia sta
a Mario Monicelli”.
E’ un’eguaglianza,
matematica pura,
che formulo al presente
perché li tengo nel cuore,
mi accompagnano, fanno parte di me.
Ai termini che vi compaiono
ciascuno può dare
i valori che crede.
Questo cordoglio è,
o vuole essere,
ad ampio raggio d’azione,
a “campo lungo”
come si usa dire
nel mondo del cinema,
uno sguardo d’insieme
che abbraccia un’epoca…
finita.
Il modo migliore per dare
a Franco Citti ciò che gli viene,
inserirlo nella galleria dei grandi
considerando che
lui e Pasolini, patrimonio comune,
in vita non hanno avuto
i riconoscimenti che gli spettavano.
Il pensiero mi è venuto così,
di getto,
come spesso accade,
sono certo che apprezzano
poiché i distinguo
li formulavano solo
sull’animo umano,
la morale,
l’etica.
Grazie! Vi sono debitore,
tanti, troppi creditori
mi stanno girando intorno.
Il mio pensiero
si è conformato secondo
le istruzioni
da voi ricevute e,
a pensarci bene,
sapere che un giorno
vi potrei incontrare ancora,
ovunque e comunque sia
“l’oltre”,
mi rende più lieve
il trascorrere del tempo.
Un caro saluto alle grandi persone
che ci hanno provvisoriamente lasciati
anche se avverto le loro mani,
tutte,
che ancora mi guidano.
Ciao “Accattone”.
Mauro

***

PIER PAOLO PASOLINI da “PERCORSO TRACCIATO”
[…] Fu poco prima di attraversare meridiano di sangue, che separa virtualmente il tropico del cancro dal tropico del capricorno, che intravidi Miller insieme a McCarthy e Roth, furono gentili, mi diedero istruzioni, dissero di guardare a Pessoa e Saramago, Marquez e Borges poi proseguire dritto riprendendo i grandi filosofi, Filippo Bruno intanto, dei classici, dai presocratici in poi, bastava ciò che mi è rimasto dentro dagli studi. Svoltare alla prima piazza, direzione obbligata, Nietzsche, Schopenhauer, Kant, François-Marie Arouet e… lui! All’unisono con un cenno della testa indicarono, solo e pensoso, un uomo poco distante, camicia bianca, maniche arrotolate, sorriso triste, ironico, buono, rispettoso, leale, spontaneo. Inconfondibile: Pasolini!
“Ha necessità di grande aiuto e compagnia” aggiunsero dileguandosi ma… un attimo prima si voltarono a ricordarmi qualcosa di molto importante:
“Ad egli come a Cirano strapparono tutto ma portò seco, senza piega né macchia, a Dio, loro malgrado, la sua poesia anziché il pennacchio.”
Quando riaprii gli occhi e levai lo sguardo verso il sole mi resi conto di non essere mai nato, la mia vita era stata quella, “il sogno provocato dal volo di un’ape attorno a una melagrana un secondo prima del risveglio.” (*) […]

(*) Titolo di un’opera di Salvador Dalí

***

PASOLINI E LA METAFORA DEL POTERE
(immagini che giungono dall’etere)
Da Salò alla Turchia – Il nudo è la metafora del potere.

Immagini scagliate come bombe a “grappolo” sul web, tramutandosi in tuoni che esplodono dentro noi, sconquassano lo stomaco, provocano vertigini, pochi secondi di sconcerto che si traducono all’istante in annientamento del pensiero, le osserviamo ma la mente è svuotata, impossibile nell’immediato prendere coscienza di ciò che stiamo esaminando, forse non è vero, uno scherzo di cattivo gusto, il soprassalto predispone l’io all’autodifesa quindi cerchiamo di respingerle, buttarle in un cassonetto come vecchie scarpe ormai irrecuperabili fino a che viene ristabilito l’equilibrio, i neurotrasmettitori riprendono a rincorrersi fra le sinapsi e la “ragione” ci presenta la realtà, cruda, vera autentica come mai l’abbiamo misurata.
Riflettiamo… come a questo punto il “sistema” in avanzato stato di decomposizione ci abbia abituato a convivere con l’orrore, cerchiamo di leggerne la trama, intravedere il fine per cui tali “segnali”, divulgati senza alcun dubbio dagli stessi aguzzini, vengano emessi affinché siano da noi intercettati, e la prima risposta, la più semplice, sembra essere quella di mostrare la cruda e implacabile reazione repressiva del Potere avverso chi osi ribellarsi. Dopo il fallito (o riuscito) golpe in Turchia ciò che più colpisce sono i cadaveri trascinati, cappio al collo, da motocarri e mezzi militari per le vie della città nonché i corpi nudi dei prigionieri sopravissuti, mani legate dietro la schiena, ammucchiati e accatastati in enormi stanzoni come solo si possono osservare nelle aziende agricole dedite all’allevamento intensivo di pollame. Alcuni devono stare inginocchiati, fronte a toccare il pavimento, dietro loro figuri dai lineamenti indistinguibili; Se non fosse per i riverberi degli occhi che diabolicamente fendono la penombra, si faticherebbe a dar loro parvenza di forma umana. Indossano la divisa nera emblematica di ogni raccapriccio e, muniti di fruste, assestano feroci colpi su quelle carni, a loro piacimento, indistintamente, con gusto, meglio diletto se non soddisfazione della gratificazione di sentirsi “qualcosa”.
È fin troppo facile, sebbene inevitabile, l’accostamento con il più grande intellettuale del ‘900, il profetico Pier Paolo Pasolini che nel suo “Salò o le 120 giornate di Sodoma” del 1975, anno del suo assassinio, ultimo film da lui scritto e diretto che avrebbe dovuto essere la prima di una seconda trilogia considerata idealmente la “Trilogia della morte” susseguente alla “Trilogia della vita”.
“Mi sono accorto tra l’altro che Sade, scrivendo, pensava sicuramente a Dante. Così ho cominciato a ristrutturare il film in tre bolge dantesche” (1) Queste le parole del Poeta e Regista nel tentativo di spiegare le ragioni di questo suo lavoro con il quale, in sintesi, vuole imprimere un sigillo all’arroganza del potere. Vi si narra di quattro Signori, il Duca che raffigura la “casta”, il Vescovo (dominio ecclesiastico), un Presidente della Corte d’Appello (sovranità giudiziaria), e il Presidente della Banca Centrale (potere economico) i quali incaricano soldati repubblichini di rapire un gruppo di ragazzi e ragazze di famiglie antigovernative. Si chiudono con essi in una villa sfarzosa finemente arredata. Con l’aiuto di quattro ex meretrici di bordello instaurano per centoventi giornate una dittatura sessuale regolamentata da un puntiglioso codice che impone alle vittime assoluta obbedienza, pena la morte. Le “Kapò” della situazione dovranno organizzare le giornate secondo le proprie specializzazioni erotiche. Ci sono “l’Antinferno”, il “Girone delle Manie”, quello della “Merda” ed infine del “Sangue”. In un’orgia di efferatezze e riti profani i Signori, eccitati dai racconti feticisti delle “professioniste” all’uopo assoldate, seviziano ripetutamente i ragazzi fino a farli stare nudi a quattro zampe, latranti come cani, sodomizzati, nutriti con le proprie feci fino alle amputazioni e uccisioni. Il finale vede due giovani guardie che sulle note di un motivo trasmesso dalla radio accennano qualche passo di valzer mentre parlano del mondo reale e delle rispettive fidanzate che li stanno aspettando.
Meraviglia assoluta questo pilastro della cultura attinge a una tale quantità di citazioni, riferimenti, forme espressive nelle varie ramificazioni, pittura, musica, letteratura, filosofia da coniugare una grandezza intellettuale che oserei dire arrivi a sfiorare il trascendente. Da rimarcare, nel caso che ci riguarda, quanto proferito dal Duca: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti.”
L’allegoria dell’opera di Pasolini e l’accostamento con le immagini che giungono dallo Stato che fa da spartiacque fra Oriente ed Occidente, il “valico” che collega due civiltà e culture, è quanto meno sconcertante. Il Potere è ovunque, etere maligno che impregna ogni cosa, non mi esento dal sottolineare che in anteprima il film fu presentato postumo il 22 novembre ‘75 al Festival di Parigi tre settimane dopo l’uccisione del regista e giunse nelle sale italiane il 10 gennaio del ’76. Scatenò proteste vigorose e lunghe persecuzioni giudiziarie tanto che il produttore Alberto Grimaldi subì processi per oscenità e corruzione di minori fino ad arrivare al sequestro della pellicola rimessa in circolazione due anni dopo.
Pasolini messo a nudo da vivo, perseguitato con l’obiettivo di tacciarlo, allo stesso modo di come la Santa Inquisizione fece con Giordano Bruno cui imposero la “mordacchia” con la “lingua in giova”, cioè trafitta da un chiodo ricurvo in modo che non potesse parlare mentre lo accompagnavano al rogo, pena inflitta ai bestemmiatori che si rifiutavano di ascoltare “confortatori” e “padri”. E qui siamo al 17 febbraio del 1600, migliaia furono le vittime atrocemente e barbaramente messe a tacere dal quadrunvirato formato dal Duca, il Vescovo, il Giudice ed il Banchiere. Sempre gli stessi.
Il potere ci vuole obbedienti, silenziosi, consenzienti, servi e… nudi, privati della nostra personalità e dignità di uomini, abitanti dei gironi infernali costituiti dagli oscuri disegni che intesse a salvaguardia di altrettante enigmatiche bramosie. Al popolo il regno demoniaco, ai potenti ciò che per “loro” sarebbe il Paradiso in questa Terra. Resta il dubbio se il male non sia dentro tutti noi in relazione alla “posizione” cui il destino ci colloca facendo emergere una o l’altra parte della nostra dualità, sintetizzata da Goethe nel Faust “…Dunque tu chi sei?” – “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”. Allora si comprende l’aberrante logica in uno dei dialoghi del capolavoro pasoliniano: “…noi tutti siamo d’accordo che il giorno del giudizio Dio rimprovererà i virtuosi in questi termini: «Allorché avete visto che sulla Terra tutto era vizioso e criminale, perché vi siete persi sulla strada della virtù? Le perpetue sciagure che io, Dio, seminavo sull’universo dovevano convincervi che io amavo unicamente il disordine e che per piacermi non era necessario farmi irritare dato che ogni giorno io, Dio, vi davo esempio della distruzione; perché allora voi non distruggevate? Imbecilli! Perché voi non distruggevate?»” (2)

(1) Pier Paolo Pasolini riguardo il film – Maurizio Massa, Saggio sul cinema italiano del dopoguerra, Lulu Press, ISBN 978-1471066863

(2) BLANGIS: dai “dialoghi di Salò o le 120 giornate di Sodoma”, (1975), di Pier Paolo Pasolini

***

CREDO IN… PASOLINI

Credo di essere entrato nella mente di Pasolini al di là di ciò che è stato scritto e detto di lui, neppure per quanto assorbito dai suoi insegnamenti. Credo di essere entrato nella mente di Pasolini perché è lo specchio della mia anima (qualunque cosa essa sia) nonché del mio modo di traguardare il mondo. Credo di essere entrato nella mente di Pasolini per il semplice fatto che nel momento in cui ascolto la sua parola essa si incastra perfettamente con il mio ragionare. I santi e santini non mi hanno mai impressionato, difficile mi lasci condizionare da chicchessia, credo di essere davvero libero dalle catene della morale comune e dagli aberranti condizionamenti della società. Se oltre duemila anni fa un uomo chiamato Rabbi Jeoshu Ha Nozri ha meritato l’appellativo di Messia, allora Pasolini è degno di essere chiamato tale non per investitura divina ma grazie alla “regalità” del suo pensiero ed i percorsi indicati. Credo che Pasolini avrebbe potuto essere protagonista di un miracoloso rinnovamento, l’unico e forse l’ultimo intellettuale in grado di poter risolvere la complicata convivenza fra gli umani ed a questo fine il suo cuore palpitava. Credo che Pasolini sia stato pure un profeta, senza alcuna ispirazione divina, ma solo per il fatto che ogni sua previsione si è avverata quindi è il propulsore che fa interagire le mie sinapsi quando leggo le sue parabole.

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COMMENTO SU PASOLINI
“La tosse dell’operaio”

“Sento tossire l’operaio che lavora qui sotto; la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, toccate dal sole dell’ultima mattina di bel tempo. Egli, l’operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, certamente sicuro che nessuno lo senta. É un male di stagione ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza. Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; non l’aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, all’uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli più grandi di lui, nuovi agli eroismi. Insomma, a quei colpi di tosse mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.”

PIER PAOLO PASOLINI – n. 45 a. XXXI, 8 novembre 1969 ” Il Caos”

COMMENTO:

L’insostenibile leggerezza della semplicità, il vivere comune, suoni dei clacson, la caffettiera che brontola, il cicaleccio della gente, il loro calpestio, un colombo che guardingo si aggrinfia svolazzante al bordo del davanzale per tenere le distanze e reclamare cibo, i panni stesi e… quei colpi di tosse che giungono dagli inferi, richiamo di una vita che si va spegnendo nella rassegnazione e sfiducia di un mondo sgarbato. Dunque tu chi sei Pasolini? Perché ti soffermi a declamare una tragedia tra le quinte di un palcoscenico inesistente? Quanto sono tese le tue corde? Dove potrebbe arrivare la sensibilità di cui ti nutri ad ogni istante?
Mi sovviene un pezzo che si attaglia alla perfezione, immagino tu lo conosca, una poesia di PÄR FABIAN LAGERKVIST. Il titolo? Eccola:

“SE CREDI IN DIO E NON ESISTE UN DIO”

“Se credi in dio e non esiste un dio,
allora è la tua fede miracolo anche maggiore.
Allora è davvero qualcosa d’incomprensibilmente grande.
Perché giace una creatura nel fondo delle tenebre
ed invoca qualcosa che non esiste?
Perché così avviene?
Non c’è alcuno che ode la voce invocante nelle tenebre.
Ma perché la voce esiste?”

Ciò che voglio dirti Pier Paolo è che ci sei tu solo ad udire quella specie di rantolo che giunge attraverso le grate del pianterreno, pure ci rimugini sopra, formuli deduzioni che non ti competono. Chi ti assicura che la creatura là in basso non abbia latrina o un letto? Da che lo ipotizzi? Perché affermi che quando a quello di sotto dovesse sopraggiungere il male, esso sarebbe accolto eroicamente? Potrebbe lamentarsi e strillare come un maiale che stanno sgozzando. E poi sei certo esista?
Il problema, caro amico, è che non hai alcun diritto di rivelare il tragico senso di questo bel sole di ottobre, sei tu a vederlo così, altri ne staranno godendo il tepore, e dico ciò per il semplice fatto che non dovresti fare attenzione ai colpi di tosse che provengono dal basso, nessuno gli bada, la creatura crede di non essere udita, se non dal vuoto, quindi svela il suo affanno a qualcosa che non esiste, nessuno ci deve essere ad ascoltare la sua deserta sofferenza e la sola domanda che ci si può porre, caro Pasolini, che hai fatto tua con un brano meraviglioso è:
Ma perché quei lamenti esistono?

***

COMMENTO SU PASOLINI
“La sua inarrivabile semplicità”

“Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato, davanti ai tuoi occhi, sono vissuti in stabbi e porcili. Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare. Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto: non c’è stato un peccatore più grande di te.”
Pier Paolo Pasolini (La religione del mio tempo – 1960)

COMMENTO:

Da leggere e rileggere. Ed ogni volta domandarci da dove possa essere sbucato questo Pier Paolo Pasolini che con la parola e il pensiero ha fatto suo il concetto espresso dal grande scultore rumeno Constantin Brâncuși: “La semplicità è una complessità risolta”. Come la verità. Come credere di non macchiarsi la coscienza evitando, potendolo, di fare il bene cui sei chiamato dal tuo ufficio. Come essere stato il peggiore fra i peccatori.

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COMMENTO SU PASOLINI – “La ricotta”

Questa pellicola, “La ricotta”, fu sequestrata per vilipendio alla religione di Stato. Soltanto nel 1964 la Corte d’Appello di Roma assolverà il regista che rilascerà poco dopo un’intervista di cui si riporta uno stralcio (dal post Facebook della cara amica Selvaggia Rodriguez, 4 marzo 2016):

“- Cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?
– Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.
– Che cosa ne pensa della società italiana?
– Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.
– Che cosa ne pensa della morte?
– Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione.
– Quale è la sua opinione sul nostro grande regista Federico Fellini?
– Egli danza. Egli danza.”

Pier Paolo Pasolini, “La ricotta”, 1963
COMMENTO:

La Chiesa cattolica, 1963… quando nel resto del mondo occidentale, appena usciti da un reading, o subito dopo aver visto “Gioventù bruciata”, in Italia falsificando la carta d’identità per entrare al cinema perché vietato ai minori (ma questo era prima, nel ’55), o “Easy Rider” e qui saltiamo al ’69, seguito da “Fragole e sangue” del ’70, o tornando al ’61 con “Splendore nell’erba”, stesse acrobazie per vederli, non ne ho perso uno, ricordo a memoria, giuro, la poesia di William Wordsworth “…Ma se la radiosa luce che una volta, tanto brillava negli sguardi è tolta, se niente può far che si rinnovi all’erba il suo splendore e che riviva il fiore, della sorte funesta non ci dorrem, ma ancor più saldo in petto godrem di quel che resta…” che alla fine viene recitata in classe, fra le lacrime, dalla bellissima Natalie Wood. E naturalmente le pellicole di Pasolini, dal celeberrimo “Accattone” del ’61 a “Salò o le 120 giornate di Sodoma” del 1975 e “Porno-Teo-Kolossal”, incompiuto a causa della sua morte. Fece capolino postumo nel ’76 ma tutto era già cambiato da quasi un lustro. Lui fu il Maestro, ci accompagnò lungo tutto il tragitto tenendoci per mano, con le sue poesie, il pensiero, la narrativa, teatro, saggi, dialoghi. Precettore di vita e di contemplazione del divino che c’è in noi.
Stavo dicendo… la Chiesa cattolica, 1963, e la censura, il bigottismo, ipocrisia, puritanesimo. Però si rubava l’amore e lo si faceva coricati su sellino e serbatoio della moto, per la strada, in un angolo buio, solo qualche fioco riflesso dell’unico lampione aggrinfiato al muro, tipo quelli dei caruggi di Genova, sufficiente per vedere i corpi sudati, esattamente come piaceva a me… o nella mitica “Fiat 500”, che non era quella di adesso, una scatoletta di sardine, ma quante posizioni per prenderci l’un l’altra, leccarci, stringere e godere. Al confronto il Kamasutra è un corso di catechismo…
E adesso scomunicatemi, cazzo!

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COMMENTO SU PASOLINI
“Differenze insignificanti”

“Io sono per la morale contro il moralismo borghese. Qual è la differenza? Il moralista dice no agli altri, l’uomo morale lo dice solo a se stesso.”
(Intervista a “La Stampa”, 12 luglio 1968)

COMMENTO:

Sembra semplice caro Pier Paolo ma… nel nostro Paese siamo arrivati a sfiorare il triste primato del 70% di analfabeti funzionali e di ritorno.
Chi potrà comprenderti?

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COMMENTO SU PASOLINI
“Ambiguo e solo”

“Dopo la mia morte…
non si sentirà la mia
mancanza : l’ambiguità
importa finché è vivo
l’Ambiguo.”

Pier Paolo Pasolini – Comunicato all’Ansa 1969 in “Transumar”

COMMENTO:

Una sua intima riflessione. Di getto non mi sentirei di interpretarla a parte l’infinita malinconia di cui sono pervase queste bellissime parole. Aveva l’adorata madre che gli è sopravvissuta quindi siamo nel 1969, fine del tempo delle mele. Una delusione personale? Ambiguo… riferito alla sfera sessuale? C’è molto da riflettere e poco da esaminare.
Solo lo era, purtroppo. Lo è meno adesso.

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COMMENTO SU PASOLINI
“Quando parlano gli occhi…”

In una fotografia sembrerebbe che Moravia stia spiegando qualcosa a Pasolini e lui ascolta con distaccata attenzione, direi un misto di diffidenza, perplessità… ammirazione che potrebbe sfociare nel disprezzo.
Da diverse immagini che li ritraggono insieme, mi sbilancerei affermando che in tutte quelle da me analizzate, ho sempre notato in Pier Paolo una certa “soggezione” verso Alberto, arriverei a definirla “forzato” timore reverenziale che finalmente emerge, quasi liberatorio, dalle considerazioni del Poeta riguardo ai diversi modi di “percepire” l’India durante la loro permanenza in quel Paese.
Distanti anni luce.
Breve riferimento a Gian Luigi Rondi mancato di recente (R.I.P.). Egli era “cattolico” ed a mio modesto parere chi si professa tale o abbraccia la Chiesa di Roma, come qualsiasi altra confessione o dottrina, dovrebbe esimersi dal fare il “critico” d’arte altrimenti rischia di sentirsi giustamente assegnare il famoso epigramma che gli affibbiò il Poeta “Sei così ipocrita che quando l’ipocrisia ti avrà ucciso sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. Tornando a Moravia non dimentichiamo che è stato il “padrino” della letteratura di quegli anni, non c’era premio “Strega” che venisse assegnato senza la sua benevolenza. Ho sempre guardato con diffidenza al suo rapporto o amicizia con Pasolini, mi sembra fossero due opposti come ho già detto. Per quanto riguarda l’Alfa Romeo Giulia GTV 2000 per la quale, e non solo, l’autore de “La noia” accusò il Poeta di “infantilismo” non dimentichiamo “l’insostenibile pesantezza di essere coerenti fino in fondo (n.d.a.)”, in modo totale intendo. Un minimo di consumismo e apparire diventano necessari se combatti le tue battaglie all’interno del mondo che vuoi cambiare. Ad esempio potrebbe essere che nella società in cui Pier Paolo si muoveva tale oggetto del desiderio gli fosse utile per “rimorchiare”, strano che nessuno l’abbia pensato… del tipo “Il socialismo in un solo Paese” per la cui insensata realizzazione Stalin dovette imporre una feroce dittatura rendendo impronunciabile la parola “comunismo”.

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COMMENTO SU PASOLINI
“Poesia in forma di rosa”

“I miei amori griderò
sono un’arma terribile:
perché non l’uso?
Nulla è più terribile
della diversità.
Esposta ogni momento
gridata senza fine
eccezione incessante
follia sfrenata
come un incendio
contraddizione di cui
ogni giustizia è
sconsacrata.”

COMMENTO:

Ho la sensazione che… non sia esistito, forse l’abbiamo tutti sognato. Era tale e tanta la necessità di averlo fra noi che una parte dell’umanità è stata colta da allucinazione collettiva, delirio da speranze disattese, aspettative mortificate, appetiti non soddisfatti. Questo nostro risveglio è il suo riscatto e la nostra conquista.

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COMMENTO SU PASOLINI
“L’incubo della luce…”

“…ed io
ritardatario sulla morte, in anticipo
sulla vita vera, bevo l’incubo
della luce come un vino smagliante.”
COMMENTO:

Questa “riflessione” è… Stupefacente! Non solo per la costruzione che deve essere assimilata a piccole dosi, gustarne la sonorità come un “vino smagliante”, farlo durare il più a lungo possibile allo stesso modo di un amplesso desiderato da tempo, ma… il contenuto spalanca infinite porte dell’essere Pasolini ed allo stesso tempo le chiude.
Il labirinto della conoscenza. Grandioso!

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COMMENTO SU PASOLINI
Perdere o vincere – Entropia

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”.
Pier Paolo Pasolini

“Per questo provoco i giovani: essi sono presumibilmente l’ultima generazione che vede degli operai e dei contadini: la prossima generazione non vedrà intorno a sé che l’entropia borghese”.
Pier Paolo Pasolini

COMMENTO:

Sbalorditivo! Scusatemi se è poco ma… qui ci troviamo di fronte a qualcuno che non poteva essere racchiuso entro i confini dei nostri limiti, dell’umanità intendo, neppure sarebbe stato possibile imprigionarlo in una lampada anche se i differenti autori che dal X secolo hanno composto la famosa fiaba potrebbero essersi ispirati ad un uomo fuori da ogni regola così detta razionale… Pasolini era un corpo estraneo, la società ne soffriva, provava dolore, sofferenza, pativa in continuazione di crisi di rigetto fino a quando non decise di disfarsene rivolgendosi a chirurghi esperti, autentici professionisti del bisturi. Quasi sarebbero da comprendere, nel profondo significato cristiano: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

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COMMENTO SU PASOLINI
“L’ultima generazione”

“Per questo provoco i giovani: essi sono presumibilmente l’ultima generazione che vede degli operai e dei contadini: la prossima generazione non vedrà intorno a sé che l’entropia borghese.”
Pier Paolo Pasolini

COMMENTO:

Stupefacente! Scusate se è poco ma… qui ci troviamo di fronte a qualcuno che non poteva essere racchiuso entro i confini dei nostri limiti, dell’umanità intendo, neppure sarebbe stato possibile imprigionarlo in una lampada anche se i differenti autori che dal X secolo hanno composto la famosa fiaba “Aladino e la lampada meravigliosa” potrebbero essersi ispirati ad un uomo fuori da ogni regola così detta razionale… Pasolini era un corpo estraneo, la società ne soffriva, provava dolore, sofferenza, pativa in continuazione crisi di rigetto fino a quando non decise di disfarsene rivolgendosi a chirurghi esperti, autentici professionisti del bisturi. Quasi sarebbero da comprendere, nel profondo significato cristiano: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

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COMMENTO SU PASOLINI
“grandi poeti grandi calciatori”

«Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.»
Pier Paolo Pasolini

COMMENTO:

Non comprendo questo aspetto del grande Pasolini, ho l’impressione che strida con la sua personalità improntata alla difesa degli ultimi e dedicata alla giustizia sociale, avversione di ogni sopruso. Lo sport in generale e il calcio in particolare è lo specchio della vita, essa stessa gara, pura competizione, lotta per superare l’avversario ad ogni costo al fine di raggiungere lo scopo: La “rete”… come il knock-out del pugilato, il colpo smorzato del tennis, il denaro accumulato dal capitalista, e così via.
Non ritengo il goal un’invenzione ma l’effetto ultimo conseguito a causa di intensi e forsennati allenamenti, allo stesso modo di un trapezista piuttosto che pattinatore, ecc. Tanto meno una sovversione del codice, se mai il contrario ovvero conservazione, riconoscimento, assoggettamento al codice stesso che nel raggiunto obiettivo vede la sua punta massima. Ineluttabilità non direi, nulla è scontato, viceversa tutto potrebbe essere “scritto”, se mai premio per le fatiche impiegate al raggiungimento di quello scopo cui concorre anche un pizzico di fatalità. Folgorazione o lampo di genio, beh… sì, limitatamente al contesto in cui ci stiamo muovendo, a genio sostituirei “estrema abilità”, “gesto atletico” compiuto. La genialità è ben altro a mio parere e Pasolini ne sa qualcosa. Stupore d’accordo, è ovvio, così come irreversibilità, vale a dire impossibilità a rivivere l’attimo appena trascorso. Ciò è vero in tutto “L’Universo Mondo”.
In ultimo direi che la “stoffa” di un grande giocatore, il talento innato è uno strumento donatogli dalla natura per gabbare gli antagonisti, la “finta” è scaltrezza che lascia inebetito il giocatore avversario assimilabile alla “furbizia”, virtù servile, usata e premiata all’interno e fuori dai campi di calcio. Accostarla alla poesia poi… forse solo lui avrebbe potuto permettersi questa affermazione.
Non a caso il gioco del pallone è utile strumento del Potere per dare sfogo alle frustrazioni della “massa”, e non da ieri. “Panem et circenses” la locuzione latina coniata dal poeta Giovenale e usata nell’antica Roma (imperiale), “pane e giochi” al fine di indicare le aspirazioni della plebe e piccola borghesia. Infatti la famosa proposizione era preceduta da “populus duas tantum res anxius optat…” ossia “il popolo due sole cose ansiosamente desidera… oggi gli 80 €uro e il calcio n.d.a”.

P. S.
Sono a conoscenza dell’inclinazione di Pasolini a cimentarsi in partitelle nei polverosi campetti di periferia dai quali peraltro sono anche usciti molti “campioni” così come dalle “favelas” brasiliane o quartieri ghettizzati argentini. Il mio commento è comunque più incentrato sulla frase in sé e le considerazioni ivi proferite. Concludo dicendo che al di là di tutto Pasolini amava il calcio, che non è peccato intendiamoci (in ogni caso ci sarebbe da approfondire) ma è l’unica sua “passione” che, così come proposta, trovo enfatica e contrastante la sua personalità. Non sarebbe scandaloso rilevare in lui una “debolezza”, anzi…

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COMMENTO SU PASOLINI
FIAT LUX

“Il giorno della mia morte in una città, Trieste o Udine, per un viale di tigli, quando di primavera le foglie mutano colore, io cadrò morto sotto il sole che arde, biondo e alto, e chiuderò le ciglia lasciando il cielo al suo splendore. Sotto un tiglio tiepido di verde, cadrò nel nero della mia morte che disperde i tigli e il sole. I bei giovinetti correranno in quella luce che ho appena perduto, volando fuori dalle scuole, coi ricci sulla fronte. Io sarò ancora giovane, con una camicia chiara e coi dolci capelli che piovono sull’amara polvere. Sarò ancora caldo, e un fanciullo correndo per l’asfalto tiepido, mi poserà una mano sul grembo di cristallo.”
Pier Paolo Pasolini – Tratta da “Carne e cielo”

COMMENTO:

Non è tanto la lirica, eccelsa, il paesaggio tracciato con poche pennellate, il bagliore di Van Gogh, i riferimenti essenziali, il pensiero profondo come l’Abisso che… al limite per lui potrebbero essere usuali, evidenti… quanto l’oscuro e imperscrutabile disegno che ispira la mente e muove la mano di Pasolini facendo convergere tutto in una sola sovrumana armonia. “Fiat lux”.

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COMMENTO SU PASOLINI
“Entropia”

“Chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori. È finita.”
Pier Paolo Pasolini

COMMENTO:

Come tutti sappiamo l’entropia viene interpretata come una misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso l’Universo. È un termine scientifico che non credo Pasolini abbia usato a caso. Infatti, per ricondurre il dibattito alla frase del poeta, che non escludo fosse rivolta a studenti in materie tecniche e appartenenti a famiglie umili, a mio modesto parere intendeva dire, in un linguaggio a loro comprensibile, che quella generazione di giovani sarebbe stata l’ultima a vedere operai e contadini aggregati e ben riconosciuti nella classe di appartenenza. Successivamente sarebbe seguito uno sconvolgimento (disordine) voluto, oserei dire studiato a tavolino dalle “caste” (di questo potremmo parlare in altra sede) che in quel contesto lui definì “borghesi” il cui termine individua sì nella sua più ampia accezione l’uomo amante del vivere quieto e ordinato, legato al proprio benessere materiale a lui sufficiente, e perciò conservatore, che per il “proletario” rivoluzionario rappresenta invece già una sorta di “padrone”, uno o due gradini sopra la sua condizione.
Pasolini si esprimeva anche in relazione alla scolarizzazione dell’interlocutore cui rivolgeva il suo messaggio. Mica era uno sprovveduto!

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COMMENTO SU PASOLINI
“La scoperta di Marx” in “L’usignolo della Chiesa Cattolica”

“Ma c’è nell’esistenza
qualcos’altro che amore
per il proprio destino.

È un calcolo senza
miracolo che accora
o sospetto che incrina.

La nostra storia! Morsa
di puro amore, forza
razionale e divina.”

Pier Paolo Pasolini – La scoperta di Marx in L’usignolo della chiesa cattolica
COMMENTO:

Pasolini è un usignolo della parola, maestro di pensiero, vita, sentimento e tante altre cose ancora, una delle poche cellule sane di questa umanità che nel suo complesso è la barzelletta raccontata da un povero ubriaco, i suoi componenti grumo nocivo di sostanza organica, coacervo di presunzione e imbecillità destinato all’estinzione, la prova indubitabile che nulla esiste “oltre”. Se così non fosse le tre stupende terzine regalateci non sarebbero solo il sogno dell’intellettuale, l’altra parte del Poeta che esprime un concetto contradditorio al fine di diffondere false verità per quella che ritiene una giusta causa, cercando perfino di convincere sé stesso. Ma non mi faccio ingannare stimatissimo Pier Paolo, l’esistenza ha senso solo nell’amore poiché con esso tracci il tuo destino, null’altro ha importanza in questo passaggio obbligato imposto da chissà quale imperscrutabile disegno. Neppure rimango commosso per la tua seconda terzina e la lirica stupenda, non esiste alcun computo o proposito, tutto avviene in virtù del miracolo, come preferisci definirlo, ovvero il caso, che ti conduce per mano fra le braccia della persona vagheggiata, a volte la sfiori, ti è vicinissima ma immensamente lontana e scompare per sempre nella frazione di un secondo… invece quando si verifica la combinazione che accora, mette tutto in armonia, esalta al punto da incrinare la tua intelligenza e infondere il sospetto di chissà quale graffito divino, pensi di toccare il Cielo. E arriviamo alla “storia”, che sia individuale o collettiva è, come tu stesso affermi smentendo la prima terzina, “morsa di puro amore” e forza tutt’altro che razionale e di certo non divina. Chiedilo a tutti i “grandi” della letteratura, filosofia, poeti, le altre cellule sane, i malati dell’immaginario, gli indagatori della consistenza e apparenza, loro lo sanno che il mondo ruota intorno alla ricerca di ciò che manca per renderti intero, e la passione, il delirio, sesso, eros che appagano i sensi. Perfino tu l’hai affermato in più di una delle tante pregiatissime perle che ci hai lasciato.
Grazie per essere esistito, adesso sei fra noi.
Mauro

Mauro Giovanelli – Genova
© Copyright 2016 Mauro Giovanelli

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1 Response

  1. Alberti Rosaria ha detto:

    Mauro, hai ripreso a scrivere alla grande!!! Buon segno ! Ti seguo …… imparo sempre qualcosa ma non sempre condivido il tuo pensiero .
    Però questo mi dà modo di riflettere e per me è importante! A presto !

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