ANCHE QUESTO È UN BUON MOTIVO PER VOTARE “NO” AL REFERENDUM DI DOMANI 04 DICEMBRE 2016

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LA BANCA PIÙ VECCHIA DEL MONDO È GENOVESE NON SENESE

Per smentire le corbellerie che quotidianamente vengono emesse a raffica dai “professionisti” dell’informazione sia per servilismo al Potere sia per ignoranza crassa dei medesimi desidero puntualizzare quanto segue a proposito del fottuto “Monte dei Paschi di Siena” di cui si fa menzione ogni santo giorno anche al fine di evitare l’argomento Banca “Etruria” scomodo a Renzi Matteo & Boschi Maria Elena & C.

La casa delle compere e dei banchi di San Giorgio era un ente dotato di personalità giuridica che ebbe sede a Genova dal 1407 al 1805 e può essere assimilato in qualche modo a un ente di diritto pubblico. Organizzata come una società per azioni (consiglio di amministrazione elettivo, assemblea dei soci, trasferibilità delle quote sociali), gestì a proprio beneficio la maggior parte dei proventi del fisco, svolse un’attività bancaria di cui profittarono stato, banchieri e cittadini privati, amministrò come ente sovrano estese porzioni del territorio statale, esercitò un’influenza preponderante sull’economia e la società. Per comprendere meglio questo intreccio di caratteri, bisogna ripercorrere brevemente la sua storia.

L’origine dell’ente risale a un ennesimo riordinamento delle finanze pubbliche genovesi, che ai primi del Quattrocento erano gravate da un gran numero di debiti (“compere”) e non riuscivano più a sostenere l’ingente carico degli interessi passivi. Per impulso del maresciallo Boucicault, che governava il Comune in nome del re di Francia, nel 1407 si nominò una commissione dotata di ampi poteri per convertire un certo numero di compere all’8, 9 e 10% in un solo debito consolidato al 7%, rimborsando i creditori avversi all’operazione. Coloro che accettarono la riduzione dei tassi originari costituirono un consorzio posto sotto l’invocazione del patrono cittadino, che assunse il nome di Societas (o Officium) comperarum Sancti Georgii; il suo capitale nominale era costituito dal credito fruttifero verso lo Stato ed era suddiviso in quote ideali (loca) da 100 lire ciascuna, frazionabili a volontà e liberamente trasferibili ai corsi concordati tra le parti; le sue risorse erano rappresentate da un nucleo di imposte che gli furono date in amministrazione perché riscuotesse direttamente l’interesse del 7%. La riforma, se da un lato attenuò la pressione sulle finanze comunali, dall’altro diede vita a una potente associazione di creditori pubblici, dotata di piena autonomia di gestione e investita di giurisdizione civile e penale sulle materie di sua competenza, che assorbì man mano gli altri debiti esclusi dalla conversione fino a inglobare nel 1454 l’intero debito pubblico ascendente a circa 8 milioni di lire.

Oltre alla gestione delle compere e delle imposte ad esse assegnate, l’Ufficio di San Giorgio ottenne nel 1408, per contrastare la crisi monetaria in atto, l’autorizzazione a svolgere un’attività bancaria di deposito, giro e credito a beneficio non soltanto dello Stato, dei consorziati e degli appaltatori delle imposte, ma dell’intera piazza cittadina. Sorse così un banco pubblico che nel suo genere fu il primo in Italia e il secondo (o il primo ?) in Europa (alcuni valenti studiosi tra cui Kindleberger lo antepongono infatti alla Taula de canvi di Barcellona, che aveva aperto gli sportelli nel 1401, ma essenzialmente come organo di tesoreria municipale). Le operazioni furono interrotte nel 1445, ripresero ufficialmente nel 1531, precedendo di molti decenni l’istituzione di organismi con funzioni simili nell’Italia settentrionale e all’estero, e proseguirono sino al 1805 sotto forma di banchi pubblici di deposito e giro che praticavano anche il credito a breve termine a enti pubblici, istituti religiosi e opere pie.

L’ingente volume di denaro proprio o altrui gestito dalla Casa indusse lo Stato a ricorrere più volte ad essa per nuovi sussidi, garantiti da altre imposte o contro pegno di possessi territoriali. Fu in tale modo che l’Ufficio di San Giorgio subentrò alla Repubblica nelle sue colonie oltremarine e persino in alcuni distretti del dominio di terraferma di cui assunse l’amministrazione a proprio carico e beneficio acquisendo la configurazione di un vero e proprio stato nello stato; sotto la sovranità della Casa passarono così Famagosta (1447), Caffa e la Corsica (1453), Lerici (1479), Sarzana(1484), Pieve di Teco (1512), Ventimiglia (1514)e Levanto (1515). Poiché tuttavia le spese di gestione si rivelarono esorbitanti rispetto agli introiti, nel 1562 la Casa restituì allo Stato i possessi che ancora conservava, rinunciando per sempre a mutui fondati su garanzie territoriali e subordinando ulteriori crediti alla cessione di nuove imposte o alla copertura con titoli pubblici.

In conseguenza delle continue richieste di denaro da parte dello Stato, che comportavano l’emissione di altri luoghi e la loro vendita sul mercato, il capitale delle compere di San Giorgio crebbe progressivamente a poco meno di 38 milioni nel 1550 e poi oscillò tra i 44 ed i 52 milioni sino al 1797. La dilatazione della massa dei luoghi diede un grande impulso al mercato dei valori mobiliari, che a Genova esisteva dal sec. XIII, conferendogli il carattere di una vera e propria borsa valori e affinando la sensibilità degli operatori genovesi per le questioni finanziarie. Nello stesso senso agì il meccanismo di pagamento degli interessi a partire dalla metà del Quattrocento, quando i proventi annuali dei luoghi cominciarono ad essere pagati ratealmente in un arco di tempo superiore all’anno (dapprima nel corso di tre anni, poi scaglionati in otto anni o forse più, infine in cinque anni e quattro mesi); da allora, applicando una prassi consolidata che permetteva la cessione dei crediti, tra i luogatari si diffuse l’uso di trasformare il proprio credito da « lire di paghe » (cioè esigibili in ritardo) in « lire di numerato » (ossia immediatamente disponibili) cedendolo ad altri mediante un’adeguata riduzione del suo valore nominale; in tal modo la tecnica dello sconto divenne un connotato usuale del mercato genovese. Inoltre, seguendo una pratica antica, la Casa di San Giorgio consentì sempre il trasferimento contabile di somme tra l’uno e l’altro dei suoi creditori di « paghe » o di « numerato », rendendo possibile la liquidazione di un ingente volume di transazioni senza l’intervento di moneta metallica anche dopo la chiusura dei banchi quattrocenteschi.

La potenza finanziaria della Casa, sostenuta da una larga potestà giurisdizionale e giudiziaria per tutto ciò che riguardava le gabelle ed il debito pubblico di sua competenza, le fece superare indenne le vicissitudini politiche dello stato genovese, assicurandole una notevole stabilità e consentendole di sopravvivere per ben quattro secoli. La sua fine coincide con la caduta del regime aristocratico, quando l’assegnazione delle imposte e le connesse funzioni di cui godeva dalle origini furono revocate a favore della nuova Repubblica Ligure (1798). All’antica Casa rimasero l’esercizio dell’attività bancaria (da cui il nuovo nome di Banca o Banco di San Giorgio) e l’amministrazione provvisoria del debito pubblico, ma dopo l’unione all’Impero francese la Banca cadde fu definitivamente soppressa (luglio 1805), vittima del centralismo napoleonico. La sua liquidazione si protrasse fino al 1856 e comportò l’iscrizione, nei registri del debito pubblico francese e piemontese, di appena il 15% del capitale nominale dei loca.

La Casa di San Giorgio costituisce, per molti riguardi, un caso unico nella storia delle istituzioni finanziarie europee tra la fine del medioevo e le soglie dell’età contemporanea, sia per la massa di potere politico ed economico di cui fu portatrice, sia per lo scrupoloso rigore con cui amministrò i crediti e conservò il denaro della società genovese, sia per la capacità di elaborare tecniche e strumenti finanziari nuovi. Imperniata sulla difesa accanita degli interessi dei luogatari, la sua azione fu spesso in contrasto con gli interessi generali del paese, riducendo il margine di manovra dello Stato in materia di politica economica e soffocando le iniziative commerciali e industriali che avrebbero potuto intaccare gli introiti fiscali assegnati a nutrimento dei luoghi; ciò nondimeno, essa consentì un processo plurisecolare di accumulazione, che fu la base delle fortune internazionali del capitalismo genovese. L’attività bancaria, che si svolse in due tempi per un arco complessivo di 310 anni, non interessò soltanto le attività commerciali ed industriali di una città popolosa, profondamente inserita nell’economia mediterranea; ma coprì, quanto meno per alcuni segmenti, anche le operazioni internazionali di una folla di banchieri che per due secoli furono tra i più importanti d’Europa. Le tecniche ereditate dalle compere precedenti o introdotte ex novo dalla Casa di San Giorgio in materia di ordinamento del debito pubblico, compra-vendita di valori mobiliari, contabilità aziendale e sconto rappresentarono qualcosa di inconsueto nel mondo finanziario del tempo, nel senso che solo in epoche posteriori le ritroviamo normalmente applicate in altri paesi; basti pensare al fondo d’ammortamento del debito pubblico, vantato come un’invenzione inglese del Settecento, ma praticato a Genova sin dal Trecento. Infine la sua posizione dominante rappresenta qualcosa di eccezionale anche dal punto di vista della ricerca storica, perché – grazie alla vastità degli interessi che facevano capo ad essa – la Casa diventa un osservatorio privilegiato per cogliere le vicende non solo dello Stato, in quanto organizzazione politico-giuridica, ma dell’intera società genovese.”(*)

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com
© Copyright 2016 Mauro Giovanelli

(*) Da “La Casa delle Compere e dei Banchi di San Giorgio

Immagine in evidenza: Facciata a mare di Palazzo San Giorgio – Genova (La Superba)

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