SOGNO DI UNA NOTTE A MENO UN DODICESIMO DI QUALCOSA…

SOGNO DI UNA NOTTE A MENO UN DODICESIMO DI QUALCOSA…

…è indispensabile, vitale, urgente, irrinunciabile
parlare con l’amministratore delegato,
nessuna inefficienza rilevata nella struttura che dirigo,
i miei collaboratori
capaci e solerti nel concludere sciattamente ogni pratica,
come loro ho insegnato, trasmesso,
portano soluzioni anziché problemi
eppure incombe un fatto grave che mi viene attribuito,
sembrerebbe calcolo matematico sbagliato,
impossibile possa essermi accaduto…
mi muovo con rabbia e destrezza
fra scrivanie affollate,
signorine, segretarie e manager,
appollaiati, indaffarati, tanti fogli,
cartelline chiuse con elastico, appunti, pile di carta,
macchine da scrivere (o computer?),
mezzi di comunicazione comunque neri,
non ho presenti i volti anche se almeno uno
ha i capelli impomatati di brillantina, neri, lucidi,
come quelli degli ometti dei calciobalilla anni cinquanta.
Arroganti, supponenti, espressioni impiegatizie,
sollecitano il motivo per cui intendo riferire con tale pervicacia,
penso “excusatio non petita accusatio manifesta”,
la locuzione è assillante, ogni mia spiegazione inascoltata,
non interessa poiché già hanno giudicato, deciso,
irremovibili, avverto la loro “chiusura”,
rifiuto della verità, ostilità, disistima,
chiedo un minimo di riservatezza,
non mi piace discutere in presenza di altri,
nulla da fare ed alla loro indifferenza nell’ascoltarmi,
occupati come sono di nulla,
cresce il desiderio, l’impulso di ribaltare i tavoli, annientarli…
queste immagini non hanno contorno,
paiono deformi ninfee ostili che fluttuano
su uno sfondo nero come pece
prodotto da rabbiosi tratti di lapis punta morbida,
intanto alla luce fioca e tremula
dell’androne di edificio d’epoca
una porta si apre al piano terra
dalla quale fa capolino il viso sorridente di mia figlia minore,
come avessi premuto il campanello
e fossi lì ad attendere che qualcuno aprisse,
mi comunica che sta preparando il trasloco,
deve lasciare l’abitazione immediatamente,
con la coda dell’occhio intuisco nell’oscurità del vialetto,
oltre la vetrata,
una vettura imponente, nera, ferma,
minacciosamente in attesa,
macchina notevole, giocattolo dei potenti,
non sportiva tipo Maserati, neppure comoda Bentley,
piuttosto la sagoma mi riporta alla vecchia Aurelia anni ’60,
nuova fiammante, emana sortilegio, cattiveria, male assoluto,
è “umana” nella sua immobilità,
un lampo grigio rischiara «La “cosa” dell’altro mondo»
dell’americano Ambrose Bierce,
designato dai suoi contemporanei “il lessicografo del diavolo”,
racconto che lessi da bambino…
seduta al volante dell’auto, non vista ma percepita,
cappotto grigio scuro di ottima fattura, perfetto,
giromanica preciso alle spalle,
figura di uomo anch’egli statico, fisso come statua,
guarda avanti con la certezza che otterrà ciò che vuole
ed io mi sento impotente,
eccomi nel profondo nero quando compare,
venere dormente sospesa nell’aria,
la donna amata da sempre,
sono sconcertato aver potuto dimenticarla in questo tempo
è lei! Dal nero fitto emerge il corpo fino al collo,
intuisco avere i capelli biondi,
unica nota di colore seppure immaginata,
anche se abbracciandole i fianchi,
quasi a sorreggerla,
le mutandine rosa di seta,
semitrasparenti, soavi, delicatezza infinita
come desiderio e rimpianto che provo,
mi dicono essere nera, chioma scura,
riflessi blu che si propagano dal corvino,
appoggio la testa sul suo ventre,
avverto profumo di pitosforo
misto a odore di femmina da tempo immemore posseduta,
l’ombelico è da sogno, la stringo forte, forte,
mi ci aggrappo, lei lascia fare,
nulla dice ma parlano le pulsazioni che avverto,
gambe soffici, carne morbida,
pelle liscia come quella di neonato,
le due curve tenere alla sommità delle cosce mi invitano a rientrare,
importante era catturare la lucertola,
mica per farle male,
doveva spiegarmi qualcosa,
alla fine l’ho presa perché era stanca,
non riusciva a correre bene
su quella campana di cemento liscio, rosa,
posata a terra,
mia madre e mia sorella non hanno sentito,
le ho chiamate a lungo mentre si allontanavano,
gente rarefatta in piazza De Ferrari,
autoveicoli vecchio tipo colore dei taxi anni sessanta,
neri, c’era anche del grigio,
posteggiate male, al centro, di traverso,
era sera, il chiaro del giorno insopportabile,
rumore muto della gente,
capivo ciò che l’uomo in divisa
stava dicendo a un gruppetto di persone senza volto,
le ho raggiunte che già erano arrivate a casa,
ho chiesto come mai non mi avessero sentito,
le avrei accompagnate,
io alla lucertola ho parlato e…
Il Natale non sarà mai più come prima,
corro sul filo dell’incubo,
c’è sempre qualcuno o qualcosa di fondamentale
che ho perso e inseguo,
è molto importante recuperare il bagaglio
mentre sono al check-in dell’aeroporto
che si trova fra palazzi periferici,
gli airbus decollano uscendo dai portali,
sono ansioso di prendere il mio volo,
la coda è lunga su passerelle metalliche
labirintiche e tortuose fra le abitazioni,
cielo notturno, minaccioso rotto da luci dello stabilimento,
improvvisamente vedo che la mia valigia,
peluche gigante di orso bianco,
è fra le mani di un ragazzo “strafatto” laggiù in basso
e la lancia dentro l’androne di un edificio,
avviso mia figlia che devo assolutamente recuperarla
così scendo di corsa, affannato,
gli innumerevoli gradini di queste pedane
riconducibili a quelle in uso negli opifici metallurgici,
mi ritrovo con una donna che desidero molto,
la voglio, ma intorno ce ne sono altre, insidiose e moleste,
il nostro rapporto è impossibile
e nello sforzo di farmi largo per raggiungere lei, inarrivabile desiderio,
ho un’erezione seguita da eiaculazione…
così mi riprendo dal dormiveglia continuo.
Strano e pensoso questo sabato
trascorso fra altalenanti sonno e veglia,
nelle pause credo che dormissi, forse no,
fluttuavo su un mare onirico, immenso,
non vi era alcuna rete a mezza profondità
che potesse filtrare quanto emergeva dall’abisso…

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagine in evidenza: FULVIO LEONCINI – DI SOLE OMBRE – Libro d’autore – Tavole IIII e V

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