DECONTESTUALIZZARE o CONTESTUALIZZARE? Questo è il problema

DECONTESTUALIZZARE o CONTESTUALIZZARE?
Questo è il problema

C’era una volta… anzi è in circolazione uno dei tanti ammiratori del signore con la sciarpa bianca, strenuo sostenitore dei valori del primo ventennio quindi aggrinfiato anche a quelli del secondo, idealmente vicino al negazionismo dell’olocausto pertanto convinto assertore della parentela di Ruby Rubacuori con un ex presidente dittatore di uno stato estero. Insomma un uomo tutto d’un pezzo e devoto discepolo di ogni concetto venga pubblicato da alcuni mezzi di ”informazione” editi dalla “famiglia” del suo eroe senza mai mettere minimamente in dubbio la miriade di altre amenità dello stesso spessore intellettuale di cui sopra. Strano a dirsi è un tipo che a prima vista sembrerebbe evoluto culturalmente e, in ultimo, potrebbe forse definirsi una brava persona. Dico ”forse” solo perché se fosse cattivo lo sarebbe a sua insaputa come l’esigua minoranza degli appartenenti alla sua categoria. Tutti gli altri lo sono con cognizione. Con lui intrattengo rapporti di sana frequentazione e amicizia purché, parole sue, “non si parli di politica”. È importante sottolineare come questo genere di soggetti, che a un attento lettore sarà facile collocare in un preciso e definito schieramento della politica italiana, sia avvezzo a lanciare provocazioni con frasi dritte, sottili e appuntite come aghi che, all’occorrenza, possono rimanere conficcati o essere estratti alla bisogna. In poche parole buttano là una frase che potrà poi essere contestualizzata o decontestualizzata dal quadro generale secondo la necessità del momento. Non vorrei annoiarvi ma un caso emblematico di questa tecnica, accaduto qualche tempo fa, che ha trovato proseliti finanche tra le mura vaticane, è rappresentato da una barzelletta sugli ebrei, con bestemmia finale, raccontata in pubblico da un nostro ex presidente del consiglio. A tale riguardo un noto monsignore minimizzò l’accaduto sostenendo quanto fosse necessario “contestualizzare le cose”. Il telegiornale della principale rete nazionale snobbò la notizia con viscida e minzoliniana svagatezza ma di quest’altra categoria parleremo in diversa occasione.
Il motivo per cui vi racconto questo aneddoto? Perché se vi guardaste bene intorno potreste scoprire, non si sa mai, molti individui tutti appartenenti alla stessa specie di questo amico.
Improvvisa come il classico fulmine a ciel sereno dal tizio ricevo una mail:
“Ti invio queste considerazioni di Leonardo Sciascia, formulate nel lontano ma attualissimo 1986: «Il potere di giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nell’accedere al giudicare come a una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio. Non da questo intendimento i più sono chiamati a scegliere la professione di giudicare. Una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è stato assegnato, ad assumerlo come un dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a esteriorizzarlo. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli.»”(1)
Non una parola di più a parte il “ciao” finale, secco e risolutivo come uno schiaffo. Circa i motivi per cui si fosse deciso a trasmettermi un messaggio subliminale di tale portata potrei scrivere una ventina di pagine fitte fitte che preferisco, anche per praticità oltre che stanchezza e buon gusto, sintetizzare in due considerazioni. La prima è che costui, nella convinzione di aver finalmente trovato la prova inoppugnabile delle sue ragioni, abbia deciso di esporsi. Illuminato da tale scoperta ha voluto rendermene partecipe posseduto di colpo da una sorta di frenetica volontà a convertire gli eretici. La seconda, collegata alla prima ma molto più diretta, è che a suo modo di vedere il passo da lui citato sarebbe la dimostrazione evidente della persecuzione di un potente nostrano da parte della Magistratura.
Il patto è stato infranto da colui che l’ha sancito e imposto cosicché mi sono permesso di inviargli la mia cauta e immediata risposta pensando che non avrebbe avuto alcun prosieguo:
“Troppe le cose da dibattere, precisare e confutare su questo delicatissimo tema, ciò che comunque fece l’Autore stesso nella prefazione a «Storie di ordinaria ingiustizia» (Raffaele Genah, Valter Vecellio, Sugarco Edizioni, Milano 1987). È un film già visto. Appena avrò qualche minuto di tempo sarà un piacere inviarti un mio personale commento. Intanto il problema: che tipo di società potrebbe essere deputata a giudicare i Giudicanti? E come con il potere che in questo modo assumerebbero?”
Con stupefacente meraviglia arriva la sua meditata replica (è pervenuta dopo qualche giorno), sintetica e ratta come la lingua di un camaleonte. Eccola:
“Credo non vi sia alcunché da dibattere o da commentare. Dalla lettura del libro o del sintetico brano solo considerazioni e giudizi che ciascuno di noi elabora nel suo succubo silenzio.”
Succubo silenzio? Ma come? Ero qui tranquillo, a pensare ai casi miei, mi viene lanciata una sfida su un terreno che tra l’altro prediligo e dovrei pure tacere? Ho riflettuto non più di cinque secondi prima di far partire la folata decontaminante del modo di intendere il dialogo, lo scambio di opinioni fra amici e conoscenti, incancrenitosi nel tessuto sociale a partire dalla famosa “discesa in campo” di quel signore divenuto miliardario che dagli spalti della tribuna d’onore della sua squadra di calcio meneghina, esibendo una sciarpa démodé e borsalino in testa, elargiva a profusione concetti sul suo modo di intendere politica e società:
“Caro amico, ecco le mie considerazioni e giudizi elaborati da tempo che non posso rinunciare ad esporti. Dunque «Il potere di giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare…». Bella frase peccato sia ovvia, scontata. Chi potrebbe non condividerla? Il problema è che ad espletare la «dolorosa necessità», l’ingrato compito, debbano necessariamente essere investiti esseri “umani” e, in quanto tali, imperfetti e deboli. Solo una continua correzione del “sistema”, pur sempre “edificato” e gestito da uomini, potrebbe ridurre il margine di errore nella scelta di coloro che dovessero «assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio». Ripeto: potrebbe ridurre, non eliminare. In ogni caso dove sta scritto che i Giudicanti, o buona parte di essi, non siano assillati dall’inquietudine, dal dubbio? Proseguo: «Non da questo intendimento i più sono chiamati a scegliere la professione di giudicare». Potrebbe essere vero. Ammettiamo lo sia. Anzi lo è! L’alternativa? In che modo selezionare questi “illuminati”, tali da destinarli ad ergersi moralmente al di sopra di tutto e tutti? Se si trovasse cotanto efficace sistema neppure sarebbe male applicarlo al potere politico (ad esempio nella selezione dei candidati alle elezioni), a quello dei medici, degli avvocati (assumere il compito di assistere l’imputato come un continuo sacrificare sé stesso per l’interesse del prossimo, dell’imputato non già del “cliente”). Credo gioverebbe applicare siffatto metodo anche al potere del clero, delle banche, degli imprenditori, dei potenti, per non parlare degli insegnanti, del personale addetto a mantenere i sepolcri imbiancati dell’apparato statale, dall’usciere al ministro, e via di questo passo. «Una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è stato assegnato, ad assumerlo come un dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a esteriorizzarlo». Pure questa affermazione ad effetto, così come proposta e non ”contestualizzata” (termine oggi di gran moda) all’intero saggio, lascia il tempo che trova. Arriverei a dire sia banale. Quanta parte della Magistratura? Quale? E’ un fatto che in ogni settore della “società” vi sia una frazione del tutto non all’altezza del compito assegnatogli dagli uomini o dalla Natura. Sbaglio o la perfezione non è di questo mondo? In poche parole si ritorna al paragrafo precedente, al “Sistema” con la S maiuscola. «Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli». Affermazione grandiosa nella sua tragicità ma ci riporta inevitabilmente al “già detto”. Allora sorgono le domande che ti avevo posto: che tipo di società potrebbe essere deputata a giudicare i Giudicanti? La stessa che li ha partoriti o un’altra? E come applicare l’immenso potere che questi nuovi inquisitori si troverebbero fra le mani? Godrebbero nell’esercitarlo? Avrebbero ripugnanza nell’assumere la decisione ultima? Sarebbero assillati dal dubbio? Ha ragione Leonardo Sciascia in chiusura della sua presentazione di «Storie di ordinaria ingiustizia»: il problema vero, assoluto, è di coscienza, di “religione”. Appunto. Mi fermo perché solo ora rammento quanto tu prediliga il succubo silenzio infatti mi sono stupito della tua sortita. Scusami se mi sono lasciato andare e non ho rispettato l’accordo da te imposto, del resto non l’ho infranto io. In questi momenti di libertà che le festività appena trascorse ancora mi concedono ho trovato il tempo per una doverosa controreplica e sarei felicissimo di approfondire il tema.”
Con chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui una riflessione finale: questi quattro lustri di connivenza politica tra personaggi inquietanti deputati alla gestione della cosa pubblica, sopra tutti uno che continua a brillare di luce propria, hanno diffuso riverberi perfino, come ho detto, nei rapporti tra le persone, a volte pure all’interno delle famiglie o fra parenti. Volete sapere come è finito il confronto di opinioni banalissimo e, proprio per questo triste per come conclusosi? Il mio amico si è rinchiuso in un ancor più serrato e succubo silenzio ad elaborare considerazioni e giudizi di chissà quale portata cerebrale, io ho ripreso a rispettare il suo patto in un aperto e chiassoso confronto con il resto dell’umanità. Fino alla prossima lezione.

Mauro Giovanelli – Genova

Immagine in evidenza ricavata dal web – fotomontaggio dell’Autore – foto a destra Burne-Jones

(1) “Storie di ordinaria ingiustizia”, Raffaele Genah – Valter Vecellio, Sugarco Edizioni, Milano 1987

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