I CUSTODI DELLA MEMORIA

I CUSTODI DELLA MEMORIA

In Messico, qualche anno fa, ho visto cose meravigliose. La “casa blu”, a Coyoacan, periferia della capitale, dove all’interno campeggia la scritta “Frida y Diego vivieron en esta casa 1929-1954” dove trovarono rifugio i repubblicani scampati alla guerra civile spagnola, intellettuali, scrittori, poeti, pittori, attivisti politici; Chichén Itzá nello Yucatan, con il suo sito archeologico Maya risalente al 6° e 11° secolo, e la celebre piramide di Kukulkan (nota come El Castillo); le imponenti piramidi azteche della Luna e del Sole, attraversate dal “Viale dei Morti” a Teotihuacan, il più grande e popoloso centro abitato del Nuovo Mondo, fondata intorno al 100 a.C. a circa 40 chilometri dall’odierna Città del Messico. Sulla sommità di esse Lev Trotsky e sua moglie, accompagnati da Rivera e consorte che li ospitarono per diverso tempo, sostarono a lungo a meditare, osservare il panorama splendido che si perde a vista d’occhio, il trionfo dei colori e della natura. Il Pato, così era soprannominato l’ex comandante dell’Armata Rossa che sconfisse l’esercito degli zaristi mettendo la parola fine alla rivoluzione d’ottobre, ha probabilmente avvertito alcune delle sensazioni che ho provato io. Quando sei lì ti accovacci al suolo, raccogli a te le gambe cingendole con le braccia, poggi il mento sulle ginocchia e ascolti il vento secco che passa tra i capelli e ti porta l’eco dei conflitti che si sono combattuti sotto quei maestosi monumenti, i sacrifici e le manifestazioni che vi si organizzavano fra un tripudio di folla. E gli inganni, i morti, migliaia di morti, ti sembra pure di vedere la maestosità delle processioni e i raduni che vi si tenevano prima che arrivasse la “civiltà”.
Di certo l’esule russo meditava all’esilio forzato cui era costretto per sfuggire alla collera del suo acerrimo nemico Iosif Vissarionovič Džugašvili e, più che alla contrapposizione che li divideva, si macerava all’idea che alla morte di Lenin avvenuta nel 1924, dilagò l’ambizione di colui che fu soprannominato Stalin, ossia “Acciaio”, il quale riuscì ad arrivare al vertice del potere essendosi liberato in maniera ignobile di ogni nemico o presunto tale. E fra questi lui, che sognava la “rivoluzione permanente”, fu il più odiato dal propugnatore del “socialismo in un solo Paese”. Chissà se quel posto incantato gli fece dimenticare, anche per soli pochi minuti, a come poteva riorganizzare all’estero il Partito, interrompere i suoi pensieri diretti a soppesare uno ad uno i fedelissimi rimastigli ripetendo fra sé quelle che di lì a poco sarebbero state le sue ultime parole: “La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza, se si produrrà l’esplosione sociale che spero e la rivoluzione socialista trionferà in diversi Paesi, quegli stessi lavoratori avranno la missione di aiutare i loro compagni sovietici a liberarsi dai gangster della burocrazia stalinista… vedo la verde striscia d’erba oltre la finestra e il cielo limpido azzurro al di là del muro, la luce del sole dappertutto. La vita è bella, i sensi celebrano la loro festa. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione, violenza e goderla in tutto il suo splendore.”
In Messico ho visto uno degli esseri viventi che è testimone oculare di tutto quanto avvenne da prima della venuta di Cristo ad oggi, lavorando indefessamente a produrre ossigeno attraverso la fotosintesi clorofilliana mentre assisteva imperturbabile alle azioni degli uomini, i feroci combattimenti che si svolgevano alla sua base, prima tra Maya e Aztechi, con la supremazia di questi ultimi, e successivamente al genocidio da parte dei “Conquistadores”. Chissà quanto sangue hanno assorbito le sue radici mentre intorno si sviluppava il “progresso” passando attraverso rivoluzioni, conquiste, tradimenti. Il vento gli avrà pure portato gli echi della conquista del west, la guerra civile americana, l’attentato alle due torri. E ancora ci sta guardando. Questo gigantesco albero bimillenario, chiamato Sabino, che abita a Hierve el Agua nei dintorni di Monte Alban, provincia di Oaxaca, detto anche “albero del Tule” per l’omonimo villaggio di Santa Maria che lo ospita, la cui altezza raggiunge i 40 metri e pesa 509 tonnellate, è una conifera della famiglia delle cupressacee, il cipresso di Montezuma. Dal 2001 è stata avanzata la proposta di inserire questa straordinaria creatura nell’elenco dei beni più antichi al mondo, sotto tutela dell’UNESCO, mozione tuttora pendente.
Ma Sabino non è il solo ad osservarci da così tanto tempo. Anzi uno dei suoi fratelli, che alloggia da più di duemila anni nella terra magica del Salento, a poco meno di 3 km dal capoluogo comunale e circa 53 da Lecce, nella splendida regione delle Puglie, è certo che abbia visto svilupparsi il centro urbano di Felline dal primo nucleo di umani sorto probabilmente nel III secolo a. C., territorio comunque popolato fin dalla preistoria come testimoniato dalla presenza di alcuni menhir.
È un ulivo di 2000 anni, detto “il gigante di Felline” ma non ha un nome, neppure è stata presentata la richiesta di inserire quest’altro eccezionale essere nel novero dei beni da proteggere. Pensare che ha visto le grandi battaglie per la conquista di imperi sempre più vasti, Giovanni il profeta, il battesimo di Gesù, udito la sua Parola. Ha conosciuto il procuratore della Giudea Ponzio Pilato, Giuda di Kiriat, il sacerdote del Tempio Kayafa, detto Caifa. Poi il regno di Diocleziano e l’imperatore Costantino, il concilio di Arles e quello di Nicea dove il cristianesimo divenne religione di stato. Ha presenziato alle scissioni, luterani e ortodossi, e sentite le urla strazianti delle vittime dell’inquisizione. Ha conosciuto Giordano Bruno ma ancor prima ha visto Cristoforo Colombo partire alla scoperta del Nuovo Mondo dove ad attenderlo c’era Sabino. Ha osservato il passaggio dei crociati diretti in Terra santa, promessa secondo gli ebrei, per i musulmani il luogo in cui Maometto giunse al termine di un miracoloso viaggio notturno che mosse dalla Mecca. Tramite la corrente del Golfo e quella nord-atlantica dell’emisfero boreale che nasce proprio nel golfo del Messico, i cicloni e gli anticicloni, gli alisei, che propagano semi, pollini e quant’altro, sicuramente le due piante comunicavano tra loro sensazioni e paure, anche con gli altri undici confratelli sparsi nel mondo: Sicilia, Madagascar, Germania, Thailandia, Inghilterra, quattro in California, Australia, Cisgiordania. Così il gigante di Felline, Sabino e gli altri seppero pure dello sterminio dei nativi americani, l’olocausto degli ebrei, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, le due guerre mondiali. Hanno conosciuto Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Mandela e inteso dei grandi domínî sorti e crollati, il più esteso quello di Temujin conosciuto come Gengis Khan. Tutto sanno di questi duemila anni e oltre.
Con infinita pazienza hanno ora appreso dell’uccisione di 13 ragazzi in fuga dall’Eritrea, sette donne e sei uomini di età compresa tra i 13 e i 20 anni; l’ennesima carneficina nel nordest della Nigeria con oltre cento morti; la sparatoria in un college dell’Oregon ad opera di un giovane di ventisei anni che ha provocato dieci vittime. Avvertono le tensioni fra Usa e Russia, il disagio dei giovani, le ingiustizie sociali… hanno visto nascere te e me e tutti quelli che in questo preciso istante vivono, sognano, fanno l’amore, sperano in un futuro migliore.
Questi alberi non sono vegetali ma persone.

Mauro Giovanelli – Genova
www.icodicidimauro.com

Immagine in evidenza ricavata dal web – Fotomontaggio eseguito dall’Autore

L’articolo “I CUSTODI DELLA MEMORIA” è stato pubblicato il 2 ottobre 2015 sul sito www.memoriacondivisa.it

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